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Questa intelligenza artificiale divora la nostra memoria collettiva — ed è un bene

Il progetto Smart Archive Search ha creato un microrganismo digitale per scoperchiare l'archivio del Polo del '900 di Torino e offrire ai cittadini un nuovo modo di confrontarsi col passato.

di Riccardo Coluccini
14 dicembre 2018, 10:41am

Immagine: Smart Archive Search

In un mondo iperconnesso, in cui abbiamo sempre fra le mani dispositivi ultra-leggeri e connessi a internet, gli archivi storici sembrano delle imponenti e statiche strutture del passato. Le mura degli archivi custodiscono preziosi reperti della nostra memoria collettiva, che spesso sembrano però distanti dall’interesse delle persone. Il 29 e 30 novembre scorsi, al Polo del ‘900 di Torino, un’intelligenza artificiale ha finalmente aperto una breccia.

All’interno dell’archivio è stato introdotto quello che a tutti gli effetti può essere considerato un microrganismo digitale, in grado di modificare radicalmente l’ecosistema che vede da una parte la conoscenza nascosta nell’archivio e dall’altra i cittadini.

Questo microrganismo è costituito da smart agent che si cibano degli oltre 400 mila documenti dell’archivio digitale del Polo 9centRo

Questo microrganismo è costituito da smart agent che si cibano degli oltre 400 mila documenti dell’archivio digitale del Polo 9centRo per creare nuove connessioni, riportare a galla conoscenza e offrire modalità innovative di navigazione dei contenuti.

L’IA è stata sviluppata all’interno del progetto SAS (Smart Archive Search), nato dalla collaborazione fra il Polo del ‘900 di Torino e il centro di ricerca HER – Human Ecosystems Relazioni di Roma, con il sostegno di Compagnia di San Paolo.

Gli algoritmi per l’analisi di linguaggio naturale (NLP) e per la computer vision permettono a questi smart agent di imparare progressivamente a riconoscere forme, colori e concetti ricorrenti, aprendo così le porte a nuovi tipi di ricerca — anche molto intuitivi, come recuperare nell'archivio i contenuti visuali attraverso i colori o i temi.

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Immagine: Smart Archive Search

La funzione degli smart agent, però, non si esaurisce qui. Lo scambio avviene anche nell’altra direzione: i cittadini scoprono di più sull’intelligenza artificiale e, di conseguenza, anche sulla propria natura umana.

Infatti, come hanno spiegato a Motherboard i due fondatori di HER, Oriana Persico e Salvatore Iaconesi, il 29 novembre si è svolto un workshop per instaurare uno scambio tra i cittadini — principalmente giovani e over 60 — e l’intelligenza artificiale.

Le persone hanno partecipato attivamente all’addestramento degli smart agent. Hanno prima esplorato i bias e i limiti degli algoritmi e poi usato direttamente alcune interfacce per selezionare i temi, le forme, i simboli e i colori, utili per allenare l’intelligenza artificiale nel suo compito — visualizzando, allo stesso tempo, l’evoluzione e i progressi nell’apprendimento di questi microrganismi digitali.

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Salvatore Iaconesi e Oriana Persico durante il workshop al Polo del '900 di Torino a fine novembre. Immagine per gentile concessione degli organizzatori.

Questo tipo di processo inclusivo che stringe legami fra l’IA e l’umano — Legami è appunto il titolo del workshop e dell’installazione presentata — si oppone al graduale processo di separazione che stiamo subendo da parte degli algoritmi di intelligenza artificiale.

Come sottolineano Persico e Iaconesi, siamo costantemente classificati da algoritmi che elaborano dati — che siano quelli di Facebook per individuare le nostre preferenze politiche o quelli di Amazon per capire che tipo di consumatori siamo.

Non solo siamo separati gli uni dagli altri: siamo anche separati dalla possibilità di comprendere come questi algoritmi ci suddividono in gruppi e categorie.

Siamo quindi inesorabilmente trasformati in classi ma, allo stesso tempo, questo processo di classificazione non genera alcun tipo di solidarietà — è lontano e ormai impraticabile il senso della lotta di classe operaia.

Questa nostra condizione umana di separazione e incapacità di provare solidarietà è la stessa descritta dal filosofo Franco “Bifo” Berardi nel suo ultimo saggio, Futurabilità. Berardi infatti sottolinea come “sconnesso dal corpo, il cervello sociale diventa incapace di autonomia. Sconnesso dal cervello, il corpo sociale diventa incapace di strategia e di empatia.”

Gli smart agent dell’archivio del Polo del ‘900, però, ci offrono una via da sperimentare: riportare il discorso nella sfera pubblica attraverso l’arte e l’educazione.

E proprio questa sconnessione ci lascia inermi e in balia di rabbia, cinismo e odio.

Gli smart agent dell’archivio del Polo del ‘900 di Torino, però, ci offrono una via da sperimentare: riportare il discorso nella sfera pubblica attraverso l’arte e l’educazione. La IA del progetto SAS si ciba dei nostri ricordi storici per tracciare quelle trame che ci tengono uniti, ma che ora sono finite sommerse, offrendo alle persone un modo per opporsi a ogni forma di oscura separazione algoritmica e di classificazione spuria.

Il Polo del ‘900, quindi, appare come una sorta — come scrive Berardi — di piattaforma tecno-poetica: I legami non sono solamente fra i dati ma vanno costruiti anche fra i cittadini e soprattutto fra i cittadini e gli algoritmi.

Solo portando e appropriandoci nel discorso pubblico del tema dell’intelligenza artificiale possiamo quindi sperare di riavviare processi di solidarietà umana.

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