Interviste

I Marnero insegnano l'importanza del fallimento

Abbiamo intervistato la band hardcore bolognese, autrice di un album che è il manifesto di una generazione: la generazione che ha perso.

di Andrea Bosetti
17 gennaio 2019, 9:10am

Foto per concessione della band.

Da queste parti la situazione non è delle più rosee, e dai tu la circoscrizione che preferisci a “da queste parti”. Puoi metterci l’azienda dove lavori, l’Italia, l’Europa, il mondo occidentale o il pianeta intero, a questo punto pare non faccia più troppa differenza, tanto moriremo tutti. Capita però ogni tanto di imbattersi in qualcuno che resiste ancora, gente che proprio non ce la può fare a rassegnarsi alla sconfitta nonostante sconfitta lo sia nata, gente tipo i Marnero.

Dopo aver sofferto grazie a un disco talmente bello, diretto e complesso che nonostante sia disponibile in free download non uscirà mai dal circolo dell’underground perché sennò vorrebbe dire che il pubblico ha un cervello, mi sono ritrovato nel backstage del Circolo Magnolia, in occasione del Solomacello di Natale, a fare due chiacchiere con la band. Nico, aka J.D. Raudo, cantante e chitarrista della formazione bolognese, e Sartàna Bidònde Sabàta, alla chitarra e seconde voci, mi hanno dedicato un sacco di tempo per sviscerare almeno alcuni degli infiniti spunti che Quando Vedrai Le Navi In Fiamme… mi ha sbattuto in faccia.

Per prima cosa, sembra che in Italia stia venendo fuori una scena post- che non si era mai vista in passato. Penso a voi, ma anche ai Selva che suonano stasera, ai Viscera///, a tutte le uscite di Shove, Dischi Bervisti, Third I Rex… Vi siete messi d’accordo, c’è una scena, o siete solo gente che vive il disagio ciascuno per sé?
JD Raudo: Devo dirti la verità, dal mio punto di vista, di “scena” si poteva parlare forse intorno a dieci-quindici anni fa. Indubbiamente adesso ci sono tanti gruppi molto validi di un certo genere musicale, e volendo possiamo metterli in una certa “area” e considerarli una scena. Ma se intendiamo con la parola “scena” una sorta di “villaggio”, anche e soprattutto a fini non musicali, quello forse nel tempo si è perso. Ai concerti si incontrava un sottobosco di persone accomunate da una visione delle cose, che costituiva una rete fitta di contatti, indipendentemente dal genere musicale: magari un gruppo era emo, l’altro HC vecchia scuola e l’altro ancora post-rock, ma esisteva un senso di comunità tra i gruppi e il loro pubblico. Non lo dico affatto per fare il nostalgico, del tipo che era sempre meglio il passato (che non è mai stato), ma adesso ci sono un sacco di persone che suonano, che competono, che fanno buona musica, ma poche che le vanno a vedere. E non c’è un villaggio. Ci sono delle volte che il pubblico è costituito solo da altra gente che suona, altre persone che magari non suonano quella sera, ma che hanno una band. Non c’è più pubblico. E così capita che ti senti un po’ parte di una piccola riserva indiana i cui confini si vanno restringendo.

E da dove arriva questa cosa?
Sartana: È anche una questione geografica. Paragonato a dieci anni fa ci sono sempre meno posti in cui si vive la socialità in un modo diverso rispetto al locale in cui paghi l’ingresso e paghi i cocktail. Parliamo di centri sociali, squat, associazioni di un certo tipo, che stanno via via scomparendo. E con loro le persone che intendevano le cose in un certo modo. Si sta perdendo questo tipo di approccio dal basso.

In effetti anche qui a Milano, parlando dal punto di vista prettamente musicale, un sacco di locali e di spazi hanno chiuso.
JDR: E pensa, a Milano rispetto ad altre zone d’Italia va già meglio, posso contare almeno quattro o cinque posti dove si può fare un discorso del genere a un concerto. A Bologna, da dove veniamo noi, negli ultimi anni i punti cardine di questa “scena” o si sono autoeliminati o sono stati sgomberati. Noi siamo cresciuti ad Atlantide e all’XM24, due posti occupati che esistevano dai primi anni Duemila e che ci hanno svelato l’esistenza dell’underground di un certo tipo, del DIY. Luoghi del genere erano fondamentali, già a quei tempi, ma lo sarebbero ancora di più negli anni che ci aspettano. Ma sono stati, o saranno, sgomberati. Nell’indifferenza di questa scena che non c’è più. Un ragazzo di adesso in realtà avrebbe tutte le possibilità di avere tutte le informazioni che gli servono. Ma paradossalmente è sovraccaricato da questa mole di informazioni e un concerto del genere, in luoghi del genere, o non lo trova, o lo trova e lo fraintende per uno dei vari posti in cui si può passare il sabato sera. Fa fatica a capire il background che c’è alle spalle, l’antagonismo, l’autodeterminazione e la costruzione delle cose dal basso. E così fa fatica a difenderle.

La domanda allora mi sorge spontanea, visto che alla fine mi sembra di capire che voi scriviate musica per questo: come lo prendiamo il palazzo di Malgrado?
[lunghi attimi di silenzio]
JDR: Se lo sapessimo, più che dirlo, lo faremmo. Per quanto ci riguarda noi cerchiamo di agire, ma certamente la nostra caratteristica principale è raccontare. Certo c’è il rischio di perdersi in troppi discorsi mentre poi magari, a un metro da casa tua, c’è la possibilità di fare qualcosa di concreto. Ogni tanto, però, andando in giro, abbiamo la fortuna di rigenerarci: ad esempio al Sud, ogni volta ritroviamo quella voglia, quello spirito originario, la voglia di costruire qualcosa di importante in posti dove magari non c’è mai stato niente, e la determinazione a difenderla. Recentemente siamo stati a Napoli e siamo tornati a casa di nuovo carichi come il primo giorno. Questo noi cerchiamo di raccontarlo con le nostre metafore, i nostri simboli, ma alla fine bisogna fare. Ci sono pasti da dare, lucchetti da aprire, barricate da tirare su, resistenze da organizzare. Ovunque. Il palazzo di Malgrado è un simbolo. Bisogna resistere in ogni città, malgrado tutto, perché ognuno di noi avrebbe una scusa buona per non fare le cose. “Certe cose io non le posso fare più perché ho un figlio, lavoro, ho questi impegni, ho da fare bla bla bla non ho più vent’anni” certo, lo possiamo dire tutti. E ci siamo abituati ad usare l’ormai. Ma invece è davvero giunta l’ora, e dipende da noi.

A proposito di fare: avete collaborato coi Wu Ming, nello specifico Wu Ming II è la voce del prologo all’assedio. Come è nata questa cosa e soprattutto perché i Wu Ming?
JDR: Noi viviamo a Bologna, come loro, e Wu Ming rappresenta perfettamente una delle nostre varie anime. Siamo un gruppo hardcore, ma raccontiamo storie. A partire dai Massimo Volume e passando per il Wu Ming Contingent, dove tra l’altro suona Egle Sommacal [chitarrista dei Massimo Volume], che è un nostro amico, ci sembravano molti i punti di contatto con questo modo di resistere, raccontando le cose. Ci conosciamo, frequentiamo lo stesso bar, lavoriamo con lo stesso fonico, Bruno, e spesso con Wu Ming I e II abbiamo intersecato certi percorsi che passano proprio dall’XM24. Wu Ming è una realtà forte a livello cittadino e locale, ma anche nazionale, e rappresenta qualcosa in cui noi crediamo molto. È un tipo di militanza, ed è la prova che per dire delle cose estreme il dito medio non basta, serve invece consapevolezza, cultura e argomentazione. Più cultura viene iniettata nelle idee militanti che si raccontano, più queste sono forti. Noi veniamo dal giro punk hardcore dove spesso si sente quasi l’obbligo di esprimersi a un livello comunicativo elementare, per poter essere più diretti, con la conseguenza che quasi sempre si finisce per parlare sempre e solo a chi queste cose le sa già. Alla fine, è la differenza che c’è tra ACAB e Achab.

Sì, è chiaro che normalmente non ci si aspetta dai Marnero cinque pagine di approfondimento su un tema come sul blog di Giap.
SBS: Giap è un ottimo esempio di attacco al palazzo di Malgrado. In una situazione italiana che politicamente a sinistra vede il deserto totale, loro tengono alta la bandiera e certi concetti, e lo fanno con cognizione di causa. E questo è un ottimo modo per contrastare il nulla dilagante, il vuoto di prospettive.
JDR: Noi abbiamo sempre avuto il desiderio di unire questi due approcci, storicamente rimasti sempre un po’ separati. Si possono raccontare delle cose approfonditamente, con cognizione di causa, ma non per questo senza rabbia. Quello che ci piacerebbe fare è proprio mettere insieme la rabbia dell’hardcore con questo modo narrativo un po’ più evoluto, due approcci che si sono incontrati raramente. Abbiamo questa possibilità, vogliamo sfruttarla: ci capita di suonare magari a festival musicali di qualità dove però dal punto di vista politico c’è la palla di fieno nel deserto e poi il giorno dopo siamo in uno squat dove hanno appena attaccato la luce e l’acqua e la musica è quantomeno rivedibile; ma questi due pubblici, questi luoghi, queste persone si devono unire, non si può più stare ognuno nel proprio giardinetto, soprattutto nei tempi duri che ci aspettano. Siamo tutti sulla stessa barca.

Che è un po’ il problema che abbiamo avuto il 4 marzo, tutti badavano ai cazzi propri e alla fine è andata come è andata, male.
JDR: Visto quello che sta arrivando e anzi che è già arrivato, sarebbe ora di darci una svegliata, perché siamo tutti sulla stessa barca ma facciamo fatica a rendercene conto. Alcuni si credono ancora in salvo, non realizzano il pericolo e la gravità della situazione. E la musica in tutto questo non deve servire a segmentare, ma deve tornare a servire da mezzo per poter fare fronte comune.

Questa mancanza di coesione è una colpa, evidentemente. E voi sul senso di colpa ci avete anche scritto una canzone. Quali sono le altre colpe che ci portiamo appresso?
JDR: La colpa di cui parliamo è quella che ci troviamo addosso come generazione. La colpa di ciò che si è, di ciò che non si è stati, di ciò che (non) si potrà mai essere. La colpa più grande è quella di aver voluto condurre da soli la nave, nonostante il fatto che attraversiamo, tutti quanti, la stessa tempesta. Le generazioni precedenti alla nostra hanno sempre migliorato la propria condizione di partenza. I nostri nonni non avevano da mangiare e poi sono riusciti a mangiare e a farsi una casa, i nostri genitori avevano da mangiare e una casa e poi sono riusciti a farci studiare. Noi avevamo da mangiare, una casa, potevamo studiare, potevamo fare tutto e non abbiamo fatto una minchia, e ci troviamo nostro malgrado nell’epoca della distruzione di tutto questo. Per fortuna non è andata così per tutti, ma è evidente che per tanti le prospettive sono tremende. E noi, a livello generazionale, ci sentiamo continuamente il fallimento addosso, un fallimento che non deriva dalle nostre azioni e che però dobbiamo imparare a fare nostro.

marnero live

Allora mi verrebbe da dire che oltre che nostra la colpa è anche di chi ci ha cresciuto come se fossimo tutti speciali. Siamo una generazione che è stata tirata su con un culto smodato della persona, era inevitabile che prima o poi andassimo a sbattere con la realtà di non poter essere tutti fenomeni, di non poter diventare tutti i prossimi Cristiano Ronaldo o Mark Zuckerberg. Questa non può non essere una parte del problema.
JDR: La cultura del risultato. Ed è una parte della colpa che abbiamo: la colpa di non essere qualcuno. La pubblicità oggi dice continuamente sii diverso, come tutti gli altri. Vai fuori dal tracciato col tuo SUV, come tutti gli altri, con tutti gli altri SUV su strade non battute... E queste aspettative sono tutte presentate in chiave capitalista, nessuno mai ti ha fatto la domanda: “Di cosa hai bisogno?” Hai davvero bisogno di essere il prossimo Mark Zuckerberg? Hai davvero bisogno di lavorare dodici ore al giorno e di vivere una vita d’inferno senza staccare mai? È proprio questa la vita che volevi? Oppure forse arriverà il giorno in cui ti volterai e ti renderai conto di aver sgobbato tutta la vita per creare un profitto che non è servito a te e che anzi quello che ti sei inventato ha fatto un gran casino.

Il problema alle spalle di tutto questo di per sé è abbastanza semplice: sta crollando la civiltà occidentale, che per secoli ha sfruttato le risorse degli altri per accrescere il proprio stile di vita, e oggi non riesce ad accettare che tutto questo deve finire. Al contrario, chi ha sempre avuto meno, è benissimo in grado di capire cosa è necessario per vivere una buona vita, che dia soddisfazioni e dignità, senza essere per niente speciale o competitivo contro gli altri, ma vivendo con gli altri.

Qui si entra in un discorso delicato: io sono profondamente convinto che una società che può mandare gli uomini nello spazio da settant’anni non abbia più bisogno di lavorare, ma abbia tutta la tecnologia necessaria per poter ridistribuire la ricchezza in modo equo, e che la povertà sia debellabile.
JDR: Certo. Il discorso oggi non può più essere “vogliamo il lavoro”. Non lo vogliamo più il lavoro, vogliamo che l’automatizzazione e l’automazione del lavoro permettano a tutti di godere insieme di una ricchezza ridistribuita. Vogliamo il Tempo. La battaglia è quella per riconquistare il proprio Tempo e determinarne la velocità. Non siamo in lotta contro il Tempo ma per un Tempo diverso, non più sottomesso al denaro e libero dalla paura. Ovviamente vincere non dipende da noi, ma combattere sì. Ci sono dei buoni testi di anarchismo utopista che parlano proprio di questo. Per tanti anni il tema è stato legato alla riappropriazione del lavoro e dei mezzi di produzione, ma a questo punto è necessario fare il passo successivo: automatizziamo davvero il lavoro con reali redditi ridistribuiti, ed emancipiamoci dal lavoro. Questo ovviamente non è possibile, perché la nostra società è costruita sul potere, su un sistema gerarchico, e una reale ridistribuzione della ricchezza manderebbe a monte l’intero sistema. E non stiamo certo parlando di concetti neo-marxisti eh.

Che sono concetti giustissimi… Per il diciannovesimo secolo. Sicuramente anche per buona parte del ventesimo.
SBS: Oggi questi concetti vanno attualizzati. Siamo rimasti tutti fermi almeno a trent’anni fa. Dopo la caduta del muro tutti hanno adottato lo stesso sistema capitalista, anche quelli che prima questo sistema lo criticavano fortemente, e si è smesso di pensare a cosa possa esserci di alternativo, a cosa c’è da cambiare, alle cose di questo modello che non vanno bene.

Cambio completamente discorso: non ho visto Il Cavallo Di Torino , ma ne avete coverizzato la colonna sonora. Perché proprio quel film?
JDR: Nietzsche è sempre stato una presenza forte nei Marnero, implicita o evidente che fosse. Il titolo del film si riferisce al cavallo simbolo della pazzia di Nietzsche, una pazzia necessaria. Se una persona scopre che ha capito così tanto, ha solo due possibilità: impazzire o diventare Gesù Cristo. E non mi pare che Nietzsche sia diventato Gesù Cristo.

Il film di Bela Tarr parla in modo molto diretto della distruzione, dell’annichilimento. È un cinema molto duro, con una storia molto dura, e a noi interessava fare una cover della sua colonna sonora, perché ultimamente ci siamo interessati, io per primo, a certe musiche più popolari e meno immediatamente riconducibili al punk hardcore. La colonna sonora di questo film, di Mihaly Vig, è ancora più essenziale del film stesso, e secondo noi in queste poche note c’è tutto. Tutto. Noi non siamo musicisti in grado di fare una sintesi così completa e perfetta delle cose che vogliamo dire, per cui abbiamo voluto citare qualcuno più bravo di noi. Insomma, ci sarebbe piaciuto saperlo fare noi, un pezzo del genere, ma visto che non siamo capaci, abbiamo fatto la cover.

Giuro che è per puro caso, ma intorno al Mar Nero ci sono un sacco di spunti a noi vicini: dalle musiche di Mihály Víg, il compositore della colonna sonora del film, ai canti anarchici ucraini… Non me ne interessavo molto fino a qualche anno fa, ma oggi mi interessa molto sapere cosa dicono i canti popolari anarchici di certi posti, e perché. È chiaro che poi inserire questo nel tipo di musica che facciamo noi è un po’ difficile. Ci proviamo con l’uso degli archi e altre cose, ma dobbiamo farci aiutare da musicisti seri, come Matteo Bennici, Mario Di Battista, Nicola Manzan. Noi quattro non siamo dei musicisti, e quando la nostra aspirazione supera la nostra capacità, ecco che ci facciamo dare una mano.

Ultima domanda: voi partite dal presupposto che saremo sconfitti. Ne siete consapevoli, lo sapete, lo accettate, e tanto comunque tra vent’anni saremo ancora qui a parlarne e non avremo risolto un cazzo. Come si fa a non perdere la voglia di provarci?
SBS: Guarda che non è una voglia, è una necessità. È un modo per non affogare. Lo facciamo da quando siamo piccoli, ognuno per i fatti suoi e ormai da tanto tempo tutti insieme. È il nostro modo per unire tutto quello che serve ad una persona per non impazzire, o a impazzire in una maniera accettabile.
JDR: Perché vogliamo rifiutare la cultura del risultato. Cerchiamo di fare una cosa, ma è mentre falliamo, nel modo in cui falliamo, che impariamo qualcosa. Nell’errore, nel mancare qualcosa, o in qualcosa, si aprono degli sprazzi di altrimenti. Noi ci siamo sempre e solo posti l’obiettivo autoterapeutico di venire qua, suonare e tornare a casa, avendo passato una serata molto migliore di quella che ci sarebbe toccata se non suonassimo. Non abbiamo nessuna altra ambizione, lo facciamo per noi. Teniamo botta così, ed è molto più facile per noi, invece che magari puntare a diventare la rockstar di stocazzo e poi svegliarsi tutti sudati. Abbiamo avuto moltissimi amici che hanno tentato di fare un qualche tipo di salto verso un livello diverso, e poi quando non ci sono riusciti hanno mollato, si sono arresi. Noi non miriamo a quello, noi semplicemente suoniamo per provare a dire di no. E ci proveremo ancora.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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