Il film che racconta come l'ayahuasca può cambiare la tua idea della morte
Tutti gli still dal film per gentile concessione di Lab80. 
Attualità

Il film che racconta come l'ayahuasca può cambiare la tua idea della morte

Abbiamo parlato con il co-regista Matteo Norzi di com'è stato ripercorrere in 'Icaros: A Vision' una storia vera di malattia, sciamanesimo e morte.
12.4.18

C’è una voce che supera a malapena il suono degli insetti e dei vari animali della giungla amazzonica, e canta in una lingua che non conosci, e non sei nemmeno sicuro che sia effettivamente una lingua, e molto presto la voce e i rumori della foresta si fondono in un unico ronzio e si fanno strada sotto le tue palpebre, trasformandosi in visioni. Non sai più distinguere l’udito dalla vista, l’olfatto dal gusto, e hai la nausea. Sei passato sotto il controllo dell’ayahuasca, di uno sciamano e del suo icaro, il canto sacro.

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Questo è quello che devono aver provato Leonor Caraballo e Matteo Norzi, due artisti contemporanei di origine italo-sudamericana ma con base a New York, la prima volta che hanno partecipato a un rituale Shipibo-Conibo a base di ayahuasca nella giungla del Perù. Durante il trip Leonor ha visto la sua morte, e ha deciso di farci un film. Un anno dopo, la diagnosi di una recidiva di tumore, alle ossa, ha confermato la previsione. Da quel momento la realizzazione del progetto cinematografico Icaros: A Vision, distribuito da Lab80, è diventata una questione vitale. Purtroppo, Leonor non ha fatto in tempo a vederlo concluso.

Icaros: A Vision è un film profondo, inquietante e curioso. La protagonista, Angelina, è malata di cancro e si rifugia in Amazzonia per cercare di venire a patti con la sua fine imminente; lì, l’apprendista sciamano Arturo scopre di stare perdendo la vista, ma di poter usare l’ayahuasca e il proprio canto per vedere in un modo nuovo. Dopo essere stato presentato al Tribeca Film Festival ed essere stato distribuito in tutto il mondo, da oggi il film arriva anche nei cinema italiani.

Abbiamo parlato con Matteo Norzi della realizzazione del film, della sua esperienza con l’ayahuasca e del futuro delle comunità indigene dell’Amazzonia.

VICE: La realizzazione di questo film è partita da un’esperienza molto personale: la partecipazione a una serie di rituali sciamanici nella foresta amazzonica, che poi sono la stessa comunità e gli stessi sciamani che compaiono nel film.
Matteo Norzi: Devo precisare che tu giustamente fai riferimento a una comunità, ma quello che si vede del film è a tutti gli effetti un centro terapeutico gestito da indigeni dell’Amazzonia della tribù Shipibo-Conibo. Tutto è cominciato da una crisi di mezza età: io e Leonor stavamo cercando di farcela come artisti di galleria a New York e non avevamo alcuna esperienza cinematografia. Ma, dopo il primo viaggio in Perù e la prima esperienza con l’ayahuasca, abbiamo deciso che quel luogo era talmente bello e incredibile che ci andava fatto un film.

L'esperienza del rituale ha avuto un impatto profondo forse soprattutto su Leonor, la cui storia è in qualche modo "sdoppiata" nel film. Quando avete deciso di raccontare un'esperienza così dolorosa?
Leonor aveva avuto un piccolo linfonodo tumorale qualche anno prima, che però i medici non avevano ritenuto recidivo. Tuttavia lo sciamanesimo, con la sua esplorazione di stati di coscienza liminali e del concetto di morte, era diventato oggetto della sua ricerca artistica proprio dopo questa esperienza di malattia. In una delle primissime cerimonie, Leonor ha avuto una visione che le ha fatto capire che sarebbe morta della stessa malattia che uccise sua nonna.

Dopo l’esperienza ci siamo gettati a testa bassa nella produzione, e solo un anno dopo, mentre facevamo un sopralluogo in Perù, Leonor ha avuto i primi sintomi della recidiva: una costola fratturata all’improvviso, senza trauma. Una volta tornata negli Stati Uniti si è scoperto che purtroppo si trattava di una metastasi alle ossa. Prima di allora, la sceneggiatura parlava soprattutto di un giovane sciamano che stava perdendo la vista, in giustapposizione con un gruppo di stranieri alla ricerca disperata di una rivelazione. Dopo la diagnosi la nostra vita quotidiana è cambiata completamente e abbiamo cercato di rendere queste nuove esperienze utili creativamente. A quel punto abbiamo introdotto Angelina [da Angelina Jolie, che si è sottoposta a un'operazione preventiva al seno come Leonor stessa], che poi diventerà la protagonista del film.

Comunque, un aspetto "positivo c'è stato", se non altro perché l’urgenza di fare il film è diventata evidente a tutte le persone coinvolte. All’inizio abbiamo posticipato la produzione, pensando di riprenderla dopo le cure, ma poi Leonor ha deciso di mettere questo film prima di qualsiasi altra cosa. A quel punto la produzione è stata ridotta all’osso, cinque settimane di lavoro durissimo che paradossalmente forse hanno anche contribuito alla velocità della malattia; da un certo punto di vista, con questo film Leonor ha deciso di dirigere la propria morte, mentre il lavoro stesso e lo stress della produzione la stavano "accelerando".

Voi siete di origini italo-sudamericane, perciò ho immaginato che ci fosse nel film anche una componente di riconciliazione con le radici precolombiane del territorio. Per esempio, la scena della madre dello sciamano che percorre il fiume in barca per portargli la pianta credo avesse anche a che fare con le radici e la restituzione della foresta ai proprietari, no?
Anche. Lei era italo-argentina, io sono italo-uruguayano. La sua famiglia argentina era latifondista, e Leonor viveva un senso di colpa implicito per il fatto che questa terra fosse stata espropriata ai popoli indigeni.

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Ma la scena del viaggio in barca con la madre e la pianta è anche metafora di qualcosa d'altro: l’ayahuasca in spagnolo viene chiamata la madrecita. Alcune piante, in Amazzonia, hanno una madre, ovvero uno spirito. Sono le piante maestre, che funzionano un po’ come gli esami universitari: uno sciamano le deve assumere nella sua dieta per acquisire conoscenza. Sono le piante stesse che ti danno le canzoni magiche che servono per curare, cioè gli icaros. Sono temi difficili da spiegare, dal punto di vista artistico si navigano meglio con il subconscio e la forza delle immagini che non con il ragionamento.

Ho visto il film con un’amica che non ha mai avuto esperienze con sostanze psicoattive ed è rimasta molto colpita dalle scene del trip: perché le altre persone si trasmettono in televisori? Che senso ha la scena girata come se fosse un videogioco? A me, che invece ho provato sostanze simili all’ayahuasca, questo tipo di visioni risultavano familiari.
Abbiamo voluto reinventare i cliché della psichedelia anni Settanta/Ottanta, creando un parallelo tra l’ayahuasca e gli strumenti che in Occidente si usano per creare visioni: gli strumenti dell’oculista, la videocamera, il videogioco, le televisioni, la risonanza magnetica. Poi, tornando al concetto dell’avatar di Angelina Jolie, il nostro videogioco assomiglia molto a Lara Croft. [Ride]

Come si è sviluppata la collaborazione con Filippo Timi [che interpreta lo sciamano ipovedente nel film]?
Filippo è stato generosissimo, ha accettato l’invito spinto dalla continua curiosità per cosa significa recitare anche se non sarebbe stato il personaggio principale—seppure fosse di gran lunga l’attore migliore sul set. Gli abbiamo lasciato molto spazio per l’improvvisazione, perché poi alla fine Filippo interpreta se stesso. È risaputo che ha problemi di balbuzie e di vista.

Tu cosa ti porti a casa, anche come artista contemporaneo, di questo film e dell'esperienza psichedelica?
L’aspetto più importante dell’esperienza psichedelica è la dissoluzione dell’ego. Quello dell’arte contemporanea è un mondo affascinante, ma è dove il culto dell’ego raggiunge livelli senza precedenti. L’esperienza dell’ayahuasca mi ha aiutato a rendermi conto di tutti gli aspetti virulenti del mondo dell’arte, e ho sentito l’esperienza del film come un grande momento di libertà. Prima la mia vita era un po’ ripetitiva, tutta inaugurazioni con vino scadente, con la sensazione di cercare di prendere il coniglio senza mai acciuffarlo. Il film mi ha catapultato in una realtà in cui stavo navigando il Rio delle Amazzoni insieme ad amici indigeni, mi ha aperto lo spirito ma anche l’immaginazione. Adesso sto continuando a dedicarmi all’attivismo con i popoli indigeni, anche nel mondo dell’arte.

A proposito di popoli indigeni, immagino che avrai molto da dire sulle accuse di appropriazione culturale che vengono spesso rivolte a chi fa viaggi di “turismo spirituale”…
Assolutamente, per me è un tema importantissimo. Fare un film è un’altra forma di estrattivismo, come chi va là e porta via gli alberi, il petrolio, la coca. Ci siamo resi conto che anche le immagini, in un certo senso, si possono rubare. Ogni popolo ha il diritto a rappresentare se stesso, per questo in seguito al film abbiamo fondato un’organizzazione senza scopo di lucro che si chiama Shipibo-Conibo Center e ha base a New York, che si dedica a proporre progetti per invertire queste dinamiche. Nella pratica, stiamo lavorando alla produzione di opere di cineasti indigeni e abbiamo istituito una fellowship per artisti visuali. Abbiamo anche fatto un film festival nelle comunità indigene usando il nostro film un po’ come ariete per dare spazio ad altri giovani filmmaker.

Il film stesso è stato un esperimento di collaborazione da subito, perché mentre noi dirigevamo gli sciamani davanti alla macchina da presa, loro dirigevano noi nella notte della cerimonia.

I registi Matteo Norzi e Leonor Caraballo sul set del film. Caraballo ha scoperto di avere un tumore incurabile prima dell'inizio delle riprese, e non è riuscita a vedere il film concluso.

Ho un'ultima curiosità: nel film c’è una scena che non sono riuscito a spiegarmi, in cui Angelina si trova dentro quella specie di sauna portatile—ho il sospetto che c'entri con la malattia ma è lasciato tutto molto all'immaginazione…
[Ride] Quell’aggeggio si chiama sauna a infrarossi, purtroppo chi ha metastasi la conosce bene perché viene utilizzata per ridurre il dolore diffuso. Nel film da un certo punto di vista serve per spiegare le nevrosi del personaggio, poi dà un tocco autobiografico, perché Leonor viaggiava in Amazzonia portandosi dietro questo coso molto ingombrante. Hai presente il momento in cui Angelina cade mentre è nella sauna? Quella scena non funzionava mai, Leonor non era mai contenta di come l’attrice cadeva, non mostrava il giusto dolore. Alla 15esima take si è alzata, ha spostato l’attrice, si è seduta lei dentro la sauna e, nonostante avesse le ossa molto fragili e doloranti, ha fatto vedere come cadere all’attrice. Sul set eravamo tutti paralizzati, da quel momento in poi nessuno ha più avuto il coraggio di parlare. Ecco quanto è stato importante per Leonor girare questo film.

Icaros: A Vision è nei cinema da oggi, giovedì 12 aprile 2018.