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Cinque punti del caos in Libia che non possiamo ignorare dall'Italia

Come siamo arrivati a questo punto? Quali sono gli interessi italiani in Libia? Che responsabilità ha la Francia?

di Leonardo Bianchi
05 settembre 2018, 11:33am

L'immagine non si riferisce agli scontri di Tripoli di quest'ultima settimana, ma ad un checkpoint nella città di Brega durante la prima guerra civile libica del 2011. Foto via Wikimedia Commons

Da qualche giorno la crisi in Libia è tornata d’attualità in Italia e in tutta Europa. La settimana scorsa milizie provenienti da sud di Tripoli—tra cui la Settima Brigata, considerata vicina al generale Khalifa Haftar—avevano attaccato alcuni quartieri della città. Le milizie fedeli a Fayez al-Sarraj, il premier del governo di accordo nazionale riconosciuto dall’Onu, avevano reagito dando il via a pesanti scontri armati in cui hanno perso la vita quasi 50 persone.

In questa situazione estremamente confusa, il governo di al-Sarraj ha descritto gli scontri come un “tentativo di far deragliare la transizione politica pacifica” nel paese e dichiarato lo stato d’emergenza a Tripoli. Per ragioni di sicurezza, l’ambasciata italiana nella capitale—l’unica di un paese occidentale che opera in Libia—ha fatto rientrare una parte del personale diplomatico.

In altre parole: la situazione è parsa sul punto di precipitare del tutto, per l’ennesima volta. E nonostante gli avvertimenti lanciati dall’ambasciatore Giuseppe Perrone—che da mesi comunicava a Roma il progressivo indebolimento di al-Sarraj—il governo italiano è sembrato piuttosto spiazzato dalla piega che hanno preso gli eventi.

Ma cosa sta succedendo, esattamente? E cosa possiamo aspettarci da un paese destabilizzato da ormai diversi anni, in cui operano due governi e una miriade di milizie in competizione tra loro? E che interessi ha l’Italia? Ho deciso di rivolgere queste domande ad Arturo Varvelli, ricercatore dell’ISPI e uno dei massimi esperti italiani di Libia.

COME SIAMO ARRIVATI A QUESTO PUNTO?

Qui bisogna fare qualche passo indietro. Dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011, mi dice Varvelli, “il monopolio della forza non si è ricostituito, cioè non è stato più detenuto da un’autorità centrale. Al contrario, vi è stata una diffusione del potere all’interno del territorio, tra milizie che si sono create durante il conflitto del 2011 ma anche in fasi successive.”

Queste milizie si sono formate su base cittadina, o addirittura di quartiere; altre su base tribale, in particolare nel Fezzan (il sud del paese). La stessa sicurezza del governo di al-Sarraj—formatosi nell’aprile del 2016—è garantita da un pugno di milizie che “hanno creato una sorta di oligopolio nella capitale.”

Il rovescio della medaglia è che la sicurezza è garantita attraverso una sorta di “ricatto,” visto che le milizie—spiega il ricercatore—“controllano anche la sicurezza delle istituzioni finanziarie e bancarie, e quindi sono anche in una buona posizione per drenare risorse allo stato libico e alle ditte private.”

A tutto ciò si è opposta la Settima Brigata di Tarhuna, una città a sud di Tripoli, ma già presente nei sobborghi di Tripoli. L’attacco di queste settimane deriva dunque da ragioni economiche—o meglio: l’accusa rivolte alle milizie di Tripoli di una sorta di “appropriazione indebita”—e politiche, più difficili però da identificare. Tra queste c’è la vicinanza al generale Haftar della Cirenaica, che però “è stato molto silenzioso in questo periodo, e starà alla finestra per vedere cosa succede. Di sicuro si avvantaggia di questa debolezza strutturale del governo di Tripoli.”

QUALI SONO GLI INTERESSI ITALIANI IN GIOCO?

Sempre nelle ultime ore, la stampa e la politica italiana hanno posto di nuovo l’attenzione sui notevoli interessi italiani in Libia. Il paese, afferma Varvelli, è infatti “uno dei pochi campi di estrazione della politica estera italiana.” Inoltre, c’è la questione dei flussi migratori (su cui torneremo più avanti), “la situazione complessiva del nord Africa, e ovviamente la partita economica e commerciale—soprattutto energetica."

L’Italia, ricorda il ricercatore, ha “riaperto l’ambasciata nel gennaio del 2017, ed è l’unico stato europeo ad avere un’ambasciata aperta e quindi una capacità di essere sul territorio.” Lo stesso discorso va fatto per l’Eni, che in Libia ha investimenti fino al 2046-2047 ed è “percepita non come un’azienda straniera, ma locale, perché opera attraverso una consociata che è al 50 percento dello stato libico.”

Va anche sottolineato come gli interessi dell’Italia risiedano soprattutto in “Tripolitania e nel Fezzan, dove vi sono appunto gli investimenti dell’Eni più a lungo termine.” In Cirenaica, invece, c’è qualche “investimento petrolifero in pozzi in via di esaurimento.” Non sorprende, dunque, che l’Italia sia decisamente dalla parte del governo di accordo nazionale.

È VERO CHE DIETRO A TUTTO CIÒ CI SONO STATI COME LA FRANCIA, COME DENUNCIA IL GOVERNO ITALIANO?

Da Roberto Fico a Matteo Salvini, diversi esponenti del governo gialloverde e della maggioranza hanno attaccato la Francia e il presidente Emmanuel Macron, incolpandoli di essere in qualche modo dietro agli scontri (principalmente per l'appoggio ad Haftar). La domanda, dunque, è la seguente: quanto c’è di vero, o di falso, in queste accuse?

Se si guarda al contesto generale, mi dice Varvelli, non c’è dubbio che nel 2011 “la Francia si sia resa protagonista di una politica quanto meno avventata,” decidendo quasi unilateralmente di intervenire in Libia. E “le ricadute negative,” afferma il ricercatore, “sono state certamente pagate anche dall’Italia.”

Per quanto riguarda la contingenza, tuttavia, “accusare la Francia è strumentale: non ha la responsabilità su questa Settimana Brigata, non le è vicina e non ha interessi che si possano coniugare con essa.” Tant’è che la Francia sta lavorando per far tenere delle elezioni a dicembre, e “un’azione militare di questo tipo procrastina i tempi per la stabilità e le condizioni per andare al voto, e questo sicuramente non gioca a favore della Francia.”

In più, l’Italia vuole organizzare una conferenza a novembre—che è il seguito di quella tenutasi lo scorso maggio a Parigi—e deve necessariamente lavorare con partner internazionali ed europei. Attaccare la Francia sulla Libia in questo momento serve solo per solleticare i seguaci sui social, ma nella realtà è controproducente.

“Sarebbe più realistico e pragmatico cercare di mediare: questo è proprio il momento in cui anteporre il bene comune ai propri interessi,” mi dice Varvelli. Anche perché finora ciascuna potenza (anche regionale) ha perseguito i propri interessi, e il risultato “è stato esattamente quello di un gioco a somma zero, dove le varie spinte contrapposte si sono sostanzialmente annullate portando a questa situazione.”

CHE CONSEGUENZE POSSONO ESSERCI PER I FLUSSI MIGRATORI DIRETTI VERSO L’ITALIA?

Come succede per ogni avvitamento della crisi libica, anche in questi giorni i quotidiani italiani hanno subito lanciato allarmi su possibili partenze di massa dalla Libia—pur senza fonti certe, e con virgolettati di dubbia attribuzione.

Per Varvelli, è chiaro che la precaria stabilità del governo di accordo nazionale “ha dato all’Italia la possibilità di avere un interlocutore con il quale parlare e offrire una collaborazione nel campo del contrasto all’immigrazione clandestina [come le 12 motovedette consegnate a Tripoli]. E questo ha funzionato, se si considera il calo degli sbarchi.”

Allo stesso tempo, prosegue il ricercatore, “qualsiasi stravolgimento della situazione sul campo può comportare forti rischi e far tornare la situazione al passato.” Ossia, molto banalmente: “le condizioni che hanno fatto sì che i flussi siano diminuiti possono saltare.”

Di certo c’è che l’instabilità è pagata in prima persona dai migranti. Secondo fonti locali, oltre 500 persone sono fuggite da un campo di detenzione nei pressi dell'aeroporto di Tripoli. La giornalista Sally Hayden, intanto, ha descritto in lungo thread su Twitter la drammatica situazione in cui versano le persone rinchiuse nei campi e nelle prigioni.

QUALI POSSONO ESSERE GLI SCENARI FUTURI?

La notizia di oggi è che alcune delle milizie coinvolte negli scontri hanno trovato l’accordo per una tregua. L’intesa è stata raggiunta grazie alla mediazione del segretario generale dell’Onu Ghassan Salamé e ha trovato l’appoggio di Francia, Italia, Regno Unito e Stati Uniti.

Per Varvelli, tuttavia, “non sarà un accordo durevole. Non può esserlo finché le milizie non saranno coinvolte in una gestione del potere. Purtroppo, le persone che possono fare una pace reale nel paese sono quelle che stanno facendo la guerra. L’obiettivo dell’Onu dovrebbe essere quello del disarmo attraverso la progressiva trasformazione delle milizie armate in gruppi politici.”

Finché si continuerà a fare la pace a Parigi, Roma o altrove, non si faranno molti passi in avanti. “Convochiamo i rappresentanti politici che più ci piacciono,” prosegue il ricercatore, “che una volta tornati in Libia non possono rispettare i patti presi attorno ai tavoli perché si ritrovano le milizie che non accettano le condizioni.”

La strada per la stabilizzazione è stretta e deve passare necessariamente per l’interlocuzione diretta con le milizie. Altrimenti, avverte Varvelli, “la Libia sarà instabile per i prossimi cinque-dieci anni.” Insomma, mettiamocela via: non esistono soluzioni rapide e definitive; ma solo un lento, lungo e complicato processo in cui c’è pochissimo spazio per polemiche velleitarie.

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