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'Chiedere scusa?' - Sul caso Brizzi stiamo sbagliando tutto ancora una volta

Nelle indagini per violenza sessuale, la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione perché “il fatto non sussiste.”

di Claudia Torrisi
02 agosto 2018, 8:48am

Grab via Le Iene.

Lo scorso novembre, in un servizio delle Iene, dieci donne dello spettacolo avevano raccontato di aver subito comportamenti inappropriati, molestie o violenze sessuali da parte del regista Fausto Brizzi. Le testimonianze raccolte in video—la maggior parte in forma anonima—si somigliavano tutte: le ragazze erano state invitate nel loft-studio del regista ufficialmente per un provino, poi la situazione si era evoluta con richieste di scene di nudo o massaggi, fino a vere e proprie molestie.

I racconti avevano sollevato il caos e una corsa della maggior parte dei media e commentatori in difesa di Brizzi, tra interviste ai colleghi e attrici che avevano lavorato con lui, focus sullo stato d’animo del regista e allarmi di gogne mediatiche. Il tutto in linea con il vuoto pneumatico del dibattito sulle molestie sessuali in Italia post-Weinstein.

Alle donne che avevano raccontato la loro esperienza erano stati riservati sospetto e discredito, a cominciare da “perché ne parlano in TV e non nelle sedi competenti?” All’inizio di quest’anno, tre di loro si erano poi effettivamente rivolte alla magistratura ed era stata aperta un’indagine a carico di Brizzi per violenza sessuale.

Martedì sera è uscita la notizia che la procura di Roma ha chiesto l’archiviazione perché “il fatto non sussiste.” Da quel momento in tanti hanno sostenuto che ora “qualcuno dovrà chiedere scusa” a Brizzi, sono ricominciate a essere pubblicate interviste ai colleghi che “conoscono Fausto da vent’anni” e il regista ha dichiarato di chiedersi chi gli “restituirà un anno di vita.”

Ora, mi sembra doveroso chiarire un attimo i piani. La richiesta di archiviazione (che non è una sentenza definitiva di colpevolezza o innocenza, perché se accolta non ci sarà proprio nessun processo e nessun accertamento di quanto successo) è riferita a tre denunce per violenza sessuale: due presentate troppo tardi rispetto ai ridicoli sei mesi previsti dalla legge (si riferiscono a fatti accaduti nel 2014 e nel 2015) e una relativa a un episodio del 2017 per cui non sono stati riscontrati elementi sufficienti.

Detto questo, mi limito a segnalare alcuni punti.

Il primo è che le ragazze che hanno raccontato di essere molestate sono più di dieci, con testimonianze che presentano particolari molto simili tra loro: il loft a San Lorenzo con la Jacuzzi e il letto, la richiesta improvvisa di una scena di nudo o di un massaggio, e così via. Oltre a quelle raccolte da Le Iene (e qui sospendo il giudizio sulla trasmissione, sebbene ci sia da dire che in questa circostanza sono stati gli unici a dare voce a queste storie) c’è stato un esposto presentato due anni prima da una tatuatrice, Vanya Stone, che aveva raccontato di aver subito molestie da Brizzi durante un incontro nel famoso loft.

La donna era andata dai carabinieri, i quali però le avevano detto che non essendoci prove non avrebbero potuto agire. Inoltre il regista era stato allontanato dalla direttrice del corso di recitazione Actor’s Planet di Roma perché alcune studentesse avevano raccontato di essere state molestate (sempre con il solito metodo). Abbiamo quindi deciso che tutte mentono, giusto?

La seconda cosa è che, stando agli articoli, l’archiviazione sarebbe stata chiesta perché non ci sono prove di violenza sessuale. In particolare, come scrive Repubblica, secondo gli inquirenti gli incontri tra Brizzi e le ragazze, tutte giovani aspiranti ad appartenere al mondo dello spettacolo, “non sarebbero avvenuti nell’ambito di provini finalizzati ad una futura scrittura artistica. Quanto avvenuto tra il regista e le attrici altro non sarebbero che comuni appuntamenti. Le giovani, infatti, avrebbero accettato volontariamente l’invito del regista a raggiungerle nella sua abitazione. E gli approcci del regista non sarebbero stati declinati.” Sul Fatto Quotidiano, invece, si fa cenno ad alcuni sms inviati successivamente da una delle ragazze a Brizzi in cui gli rimproverava la mancata dedica su un libro.

A questo punto, è utile parlare di come si prova o si ritiene provata in Italia una violenza sessuale (che fino al 1996 non era nemmeno reato contro la persona, ma contro la morale pubblica): vestiti strappati, urla e schiaffi a donne fino a quel momento immacolate e prossime alla santità. È scarsamente contemplata, invece, l’ipotesi di un profilo di vittima e di una situazione che si discostino da questo prototipo.

E questo non è solamente il sentire comune, ma spesso la prassi nei tribunali; gli esempi non mancano. C’è la famosa “sentenza dei jeans” del 1999 della Cassazione che annullò la condanna a due anni e dieci mesi a un istruttore di guida 45enne portato in tribunale da una ragazza di 18 anni ritenuta consenziente perché i jeans sono un indumento difficile da sfilare “senza la fattiva collaborazione di chi lo porta.” Oppure la più recente sentenza sullo stupro di gruppo della Fortezza da Basso, in cui venivano indagate e messe sotto accusa le abitudini sessuali della ragazza. E anche le terribili domande rivolte alle due studentesse americane dai legali dei due carabinieri nel caso di Firenze (“lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?”).

Con casi del genere (e con tutte le dinamiche associate all'aver subito violenza), non stupisce che alcune donne non parlino, o facciano denunce tardive. Su questo ha ragione la scrittrice Giulia Blasi, quando dice che quest’archiviazione creerebbe un “precedente gravissimo” per tutte coloro che vengono aggredite: “Stiamo dicendo alle donne che subiscono molestie che nessuno crederà loro e che anche se denunciano non ci sarà nulla, non si andrà avanti.”

Infine, noto come la notizia della richiesta di archiviazione sia stata usata per dare addosso al movimento contro le molestie, alle donne in generale e anche ad Asia Argento, che oramai è diventata uno sfogatoio dei peggiori istinti umani.

Diciamocelo, con estrema tranquillità: la verità è che una parte dell’opinione pubblica non vedeva l’ora.

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