Le recensioni della settimana

Quali dischi ci hanno fatto esprimere delle opinioni questa settimana: Randy Newman, Dead Cross, Naomi Punk e altri.
10.8.17

Noisey è cresciuto e non usa più le faccine col vomito, ma le recensioni restano sempre scritte da persone piene di problemi che non vogliono necessariamente essere prese sul serio.

RANDY NEWMAN
Dark Matter
(Nonesuch)

randy newman dark matter recensione review copertina cover album streaming mp3 2017

Dopo nove anni il grande vecchio è tornato col suo carico di "soul" strappacervello. Chi lo conosce solo come pluripremiato compositore per la Pixar non ha capito un tubo: storicamente si mette sotto il culo Tom Waits e gli scureggia pure in faccia. E in questo caso il nostro lo dimostra con questo discone scritto in un modo che potrei definire "old fashioned post atomic crooning". C'è dentro la storia del jazz, del dixieland, delle brass band, della canzone Pop con la P maiuscola, del cabaret e degli sberleffi alla Monty Python, dei deliri alla Wilson/Van Dyke Parks, c'è l'orchestra che esce perfino dalle nari. Il tutto condito da testi crudi e cinici fra il politico, il surreale e l'analitico. Sembra di fare un viaggio in un vaso gigante di formalina in laboratorio mentre occhi grevi, da fuori, ti guardano nuotarci dentro. A proposito di nuoto, non mancano però brani da spiaggia come "On the Beach" in cui il protagonista va in spiaggia e ci resta in eterno, come spero capiterà a noi. Ci spariamo quindi sto pezzo nelle orecchie sperando sia propiziatorio alla faccia di tutti i Putin del mondo (sentite la traccia omonima e capirete perché).
ROCKY BABBEOLBOA (DB)

LIMP WRIST
Facades
(La Vida Es Un Mus)

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La musica queer sta vivendo un momento di grazia, dall'elettronica ad addirittura il rap gli artisti LGBTQ si stanno riprendendo gli spazi che in passato sono stati loro negati. I Limp Wrist non hanno bisogno di riprendersi nulla, visto che lo scettro di regine del queercore è loro da sempre, dato che il genere l'hanno praticamente inventato. Con Facades oltre a confermare la loro capacità di scrivere pezzi hardcore che sarebbero in grado di far pogare anche le Sentinelle In Piedi, si concedono alcuni momenti più melodici e più lenti, dando più spazio a cori da singalong feroce in funzione di liriche con il giusto bilanciamento di sentimento, denuncia e ironia. Sostengo sempre che l'hardcore sia un genere che va suonato da giovanissimi pieni d'urgenza, ma i Limp Wrist sono tra le eccezioni che confermano la regola: per loro è un linguaggio naturale, che maneggiano con sicurezza—e in più hanno il vantaggio di non dover fare a gara di machismo con nessuno, tanto che verso la fine sfoderano al sorpresona di tre pezzi house/EBM ultrasexy a chiudere in bellezza.
JET BOY JET GIRL (GS)

DEAD CROSS
S/T
(Ipecac)

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Dead Cross, o anche Cercare di sfuggire all'invecchiamento. Musicisti di prim'ordine che, per un motivo o per l'altro, sentono il bisogno di dimostrare di avere ancora vent'anni. Spoiler: vent'anni non ce li hanno più da un pezzo. Poi che Patton sia un fenomeno dietro al microfono è un fatto, che Lombardo sia uno dei batteristi più influenti della storia del rock è un altro fatto, ma che Dead Cross sia una sciacquatura di piatti pure. Parlare male di Mike Patton è cosa più unica che rara, principalmente perché non ha mai dato ragione di farlo, ma al netto del suo range vocale folle e della sua emotività, la musica di questo disco non dice un cazzo di nulla. Sicuro i fanboy si esalteranno perché i Dead Cross sono il 1985 con i suoni del 2017 e qualche showoff di scuola (coretti & urla + blast-beat di gente che coretti & urla + blast-beat li ha più o meno inventati in Obedience School). Poi c'è il tocco di fino delle atmosfere orrorifiche di "Bela Lugosi's Dead", pezzo dei Bauhaus da quasi dieci minuti che io da metallara somara non avevo minimamente riconosciuto (grazie, editor di Noisey, mi hai risparmiato una figura di merda) qui trasformato in centocinquanta secondi di mid-tempo zanzarosi e malatissimi. Peccato che non siano abbastanza. Anzi, mi fanno proprio innervosire. Se mi gira vado a fargli un salutino, e poi sono cazzi loro. Nel 1985 era tutta un'altra storia, chi mi ha conosciuto lo sa. Solo che non può più raccontarvelo.
MARTHA SPLATTERHEAD (AB)

OOBE
Amarcord
(Blueberry Records)

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Lavoro molto ben fatto e originale, questo EP del torinese OOBE sull'etichetta di FaltyDL. Il titolo giustamente parla di ricordi che affiorano, e la musica riflette questa impostazione: vaghe reminiscenze di ritmiche baleariche, di riff della dance anni '90, assoli di chitarra dal suono un po' pacchiano… tutte cose che vengono messe nel frullatore e risputate fuori come in un ricordo oscuro e distorto, un po' ovattato. Come ripensare all'estate, alla giovinezza, o alla musica che si ascoltava da piccoli, ma farlo chiusi in una stanza con quaranta gradi, la depressione, molti superalcolici e alcune droghe pesanti. Nonostante questo riesce però a non essere neanche un ascolto pesante o difficile, ma invece molto piacevole. Una promozione a pieni voti e aspettiamo di sentire cosa combinerà in futuro.
CLUB TROPPECANNE (FS)

NAOMI PUNK
The Yellow Album
(Captured Tracks)

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Sono insopportabili, 'sti Naomi Punk. Tanto per cominciare hanno un nome vergognoso, poi sono su Captured Tracks, ma soprattutto hanno condito l'uscita di questo disco con un polpettone concettuale che fa venire due palle così e spiega per filo e per segno la genesi dell'album (una cosa che assomiglia al Dogma di Von Trier ma virato brunch). Non è un buon segno, quando senti il bisogno di spiegare un'opera d'arte così a lungo. Vuol dire che di suo non comunica, oppure che pensi di avere a che fare con un pubblico di deficienti. Fatto sta che la no-wave dei newyorkesi (non ho controllato se lo sono davvero, ma sono pronto a scommettere che vengono da Brooklyn) è anche interessante, piuttosto schizzata, condita di field recording, ritmi strambi, citazioni, chitarre grattugiate e momenti dall'inaspettata carica alterna-pop alla Sonic Youth. Davvero, se non fossero così antipatici e se non si trattasse di un doppio LP con 25 canzoni potrei quasi affezionarmici.
SLAVOJ GOATEK (GS)

PAGAN ALTAR
The Room of Shadows
(Temple of Mystery)

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Non si può essere ironici scrivendo dei Pagan Altar, perché diciamocelo: avrebbero meritato molto di più. Più successo, più riconoscimenti, più credito, più tempo. Quattro dischi in trentanove anni sono un lascito quantomai rarefatto per chiunque, se poi i quattro dischi in questione sono quattro capolavori che passano lontano dalle luci dei riflettori, appannaggio solo degli affezionati, non può non stringersi il cuore. Mettiamoci poi che The Room Of Shadows esce a due anni dalla morte di Terry Jones ed è il frutto dei parziali rimaneggiamenti di suo figlio Alan, ultima testimonianza in assoluto di un grandissimo interprete, e i lacrimoni chi li ferma più. Quell'heavy/doom/folk dei 'settanta, che pesca dai Jethro Tull, dai Sabbath, dalla wave metallica d'Albione, da tutta una serie di cose bellissime e d'altri tempi, ma lo fa con una credibilità e un buon gusto impressionanti. Davvero, non ci sono battute, sorrisetti o scemenze qui, solo tanto, tanto, tanto amore.
MITICO & MAGICO (AB)

KELMAN DURAN
1804 Kids
(Hundebiss)

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Se vi piace muovere il culo ma sentendo delle produzioni veramente contemporanee e sonorità non banali questo è il disco che fa per voi. Disco d'esordio del produttore dominicano di stanza a LA, presenta edit di reggaeton passato attraverso il compressore, filtrato, maciullato, distorto e in sostanza fatto per farvi andare fuori di testa - menzione d'onore per la botta di "CULO, DEMBOW SUENA", che non vediamo l'ora di mettere a qualche serata. Ma il disco ha anche un lato spirituale e uno politico, il titolo per esempio fa riferimento alla rivoluzione haitiana, e il lavoro si confronta anche con l'essere un artista nero in un contesto particolare. Un altro centro per Hundebiss.
DORIA LOVE (FS)

EVA GEIST
Blumareciano
(Fleeting Wax)

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In tempi di calura è necessario rinfrescarsi anima e orecchie con musica che evochi l'Atlantide che è in noi. Arriva a fagiolo questo EP di Eva Geist, producer italiana di base a Berlino, che appunto innesta le sue origini mediterranee in un humus tipicamente space/krauto. Come il mare che lambisce la spiaggia, Eva toglie metri alla sabbia kraftwerkiana con spontanei e italianissimi riferimenti ai Krisma (la filastrocca minimale del testo), agli Automat (con i suoi arpeggioni) e via dicendo, missati con schegge di memorie melodiche dei vecchi Depeche Mode/O.M.D. che dialogano con slicerate di modernissimo r'n'b. Il lato B addirittura ci presenta una specie di ibrido fra il Tony Esposito periodo Ottanta e l'elettronica teutonico-tropicale di oggidì, senza disdegnare la lezione del Jean Michelle Jarre di Waiting for Costeau e le melodie statiche e semplici da canto di pescatori/sirene del Sud Italia. Ciliegina sulla torta, un megamix della title track che scatena una technona cosmico-tribale in pista, con salse deep house a guarnire intuizioni vocali alla Michel Cretu con intro percussivo che sembra ottenuto direttamente dalla pelle umana, e strizzatine d'occhio ai suoni del reparto nuove cantautrici HD. In sostanza è già hit dell'estate, che anche se sta finendo gradiremmo fosse endless: Eva lo sa e ci dona le chiavi di cioccolato dell'oceano, per non emergere mai più.
SURFISTA AMBIDESTRO (DB)

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