Perché insegnare il 'coding nelle scuole' non basta

Salvatore Iaconesi, hacker, artista e ingegnere robotico, ci ha spiegato cosa c'è che non va in questa corsa italiana alle 'skill digitali'.

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06 dicembre 2017, 12:05pm

Immagine via Art is Open Source

Dal 4 al 10 dicembre ricorre la Settimana di Educazione all’Informatica, un'iniziativa promossa da Code.org, che dal 2013 invita a organizzare Ore del Codice nelle scuole (e non solo) per favorire l'alfabetizzazione in questo campo. La ricorrenza, che con il passare del tempo è diventata un'istituzione in 180 paesi del mondo, cade sempre nello stesso periodo dell'anno perché celebra il compleanno della pioniera dell'informatica Ammiraglio Grace Murray Hopper, il 9 dicembre. Qui in Italia le iniziative dell'Ora del Codice sono molte, e alcune sono legate al progetto Programmare il Futuro del Ministero dell'Istruzione e della Ricerca — che da qualche anno promuove l'insegnamento del coding nelle scuole.

Noi di Motherboard amiamo l'alfabetizzazione in qualsiasi forma, e siamo contenti che i ragazzini italiani imparino a programmare — soprattutto perché speriamo che diventino degli hacker white hat. Ci siamo chiesti, però, quanto queste iniziative siano davvero utili e se l'istituzione dell'ora del codice può davvero alzare gli standard della formazione scolastica nel nostro paese. Abbiamo chiesto il parere autorevole di Salvatore Iaconesi, hacker, coder, artista di fama internazionale oltre che designer e ingegnere robotico. Ci ha risposto saggiamente così.

A cosa servono la scuola e l'università? Molto spesso si tende a pensare che servano a posizionarsi nel mondo del lavoro, ad acquisire quelle conoscenze che permettano di "offrirsi" in modo utile e produttivo alle aziende e alle organizzazioni (o a fondarne di proprie), in modo da diventare cittadini produttivi. Questo è sicuramente vero, e non è una cosa semplice né banale. Anzi. Ma arrivare a credere che questo sia l'unico fine delle attività dell'istruzione e formazione sarebbe un'ingenuità.

La pioniera dell'informatica americana, Ammiraglia Grace Murray Hopper. Immagine: Pubblico Dominio.

Un'ingenuità dannosa innanzitutto proprio per aziende e organizzazioni. Perché, prima di tutto, bisogna dire che "lavorare" può voler dire tante cose differenti, e può includere un ampio ventaglio di scenari, dalla schiavitù alle professionalità in grado di influenzare la vita culturale e filosofica di interi continenti. Nel mezzo di questo ventaglio, e in maniera estremamente variabile, c'è l'idea di una cittadinanza che si dovrebbe guardar bene dall'essere ridotta al solo lavoro, e include l'immaginazione, il desiderio, la socialità, l'emozione, la filosofia, l'arte.

Anzi, a dirla tutta, è proprio in queste ultime componenti che trova l'ispirazione per il benessere e per quel senso di appartenenza (alla società, al mondo, all'ambiente) che fanno sì che anche nel lavoro ci si possa esprimere al meglio, portando creatività, innovazione, assieme alla capacità di assumersi il rischio e ad assumere quegli atteggiamenti trasgressivi costruttivi che sono necessari a costruire progressivamente una società dinamica, in continua evoluzione e trasformazione culturale, economica e filosofica.

Fanno quasi tenerezza, quindi, nella loro ingenuità, le attuali chiamate agli skill digitali, all'ora di coding in classe, al corso di Python obbligatorio in tutte le facoltà. Perché, fatti in questo modo, sembrano sassi gettati nel vuoto. Programmazione, pensiero computazionale, Open Data, Intelligenza Artificiale non servono a nulla, nel vuoto. Servono, semmai, a creare "persone computazionali", "precari algoritmici", "creativi delle/nelle piattaforme".

Pochi mesi fa, in una conferenza con la Commissione Europea, mi sono trovato a fare un esempio paradossale. Avere a disposizione degli Open Data, magari con una bella info-visualizzazione, che mi dicono che prendere l'autobus invece della macchina migliora il mio impatto ambientale, non necessariamente cambia il mio comportamento. Se, invece, l'autobus fosse l'elemento che mi porta (fisicamente o metaforicamente) alla persona di cui sono innamorato, questo sì che cambierebbe le cose.

Perché, allora, così tante risorse spese in Open Data, in programmazione, e nessuna in amore? In Innamoramento strategico? O come potremmo chiamarlo? È, ovviamente, un esempio paradossale, ma nasconde delle verità complesse e potenti.

Che consistono nella necessità di creare sinergie, sincretismi culturali, remix strategici, composizioni dissonanti polifoniche secondo cui ripensare il modo in cui le persone possano formarsi, educarsi, apprendere, mettere in dubbio, criticare, costruire il presente e il futuro.
Un corso di Python? Benissimo! Mi sembra una cosa importante e positiva.
Ma cosa c'è intorno? Come si aprono dialoghi estesi? Come ci si assicura che la filosofia, l'antropologia, la psicologia e tutte le altre discipline e i loro attraversamenti riescano a collaborare per creare un ambiente organico, interconnesso, aperto e collaborativo?

Alcuni sostengono che le arti e le forme più critiche di design possano avere un ruolo importante in questo senso, anche per rimettere in campo il senso di trasgressione, di avventura, di eversione, di indisciplina che potrebbero scombinare le carte in tavola e creare innovazioni sostanziali ed evoluzioni culturali costruttive.

E, non da meno, anche per creare i presupposti per le rivoluzioni dell'animo e dell'immaginario, capaci di trasformazioni sociali con impatti costruttivi di dozzine o centinaia di anni, non a mere innovazioni da scaffale pronte, quando va di lusso, alla exit a tre anni, e poi chi s'è visto s'é visto. Alla generazione di senso, di significato, di scopo, per ampie parti della società, invece che all'ennesima app di cui non si ricorderà più nessuno tra 2 anni.

Forse questa intuizione potrebbe essere la chiave per risollevare la testa. Per porre fine all'era di colonizzazione culturale e tecnologica che stiamo vivendo, e per produrre modelli nuovi. Non più ispirati a questa o quell'altra Valley, ma ad ambire ad architetture strategiche e di pensiero differenti, che potrebbero sorgere nel bel mezzo del Mediterraneo, nell'Europa, nell'Africa.
L'Italia è un candidato perfetto: abbiamo una storia che dimostra la capacità di costruire vere e proprie rivoluzioni usando l'estetica, l'inclusione, la filosofia, il gusto, la cittadinanza, l'arte, come catalizzatori di scienze e tecnologia. Non rimane che unirsi e farlo.