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Music by VICE

Ma chi è G.bit?

Visto il successo dei suoi tre singoli, abbiamo parlato con G.bit per farci spiegare se è davvero il rapper più felice d'Italia.

di Tommaso Naccari
27 novembre 2017, 2:45pm

Fino a qualche tempo fa, We Rockin era qualcosa che solo pochi cresciuti con il rap a Genova e dintorni conoscevano e che da un certo punto in poi era stato messo in un cassetto, citato in un featuring con Paskaman di qualche anno fa—cosa che sembrava potesse allargare in qualche modo quegli orizzonti circoscritti alla Liguria—e poi nulla più. Per cui non nego che veder ricomparire il nome G.Bit qualche mese fa, quando è uscita “Yuppi”, sia stata una sorta di madeleine nonché una piacevole riscoperta.

Per chi non lo conoscesse, G.bit è un rapper di Spezia con tre singoli alle spalle e un immaginario colorato, "happy" come lo definirà lui nel corso dell’intervista, che fa dell’assenza di contenuti, della presa bene e del creare scalpore un punto di forza. La prima volta che parlai con un rapper italiano della forza dell’assenza di contenuti (il cosiddetto messaggio) era proprio con Paskaman, che si domandava del perché non accettassimo che alcuna musica potesse prenderti bene e basta, senza tante menate. Quindi grazie a lui abbiamo la testimonianza del fatto che G.Bit non sia spuntato da sotto un fungo e dal nulla, ma che c'è una storia dietro a quello che fa, e che se è tornato è perché—nonostante la presa bene—ha qualcosa da dire.

Adesso, in molti, lo conoscono per i tre singoli pubblicati su YouTube da settembre a oggi, e per essere comparso in qualche video di Samuel Heron. Davanti a un emozionante episodio dei Superpigiamini (che se non conoscete vi consiglio di riscoprire su Rai YoYo), ho fatto due chiacchiere con G.Bit, per capire cosa lo avesse spinto a iniziare nuovamente a rappare dopo un lungo periodo di pausa e cosa dovremmo aspettarci da lui in futuro.

Noisey: Queste non sono le prime canzoni che fai, nel senso che chi viene dalla Liguria come me—e probabilmente non solo—il tuo nome lo ha già sentito da prima di “Yuppi”. Cosa ti ha spinto a ricominciare?
G.bit: Io ho sempre rappato, come dici, da un sacco di tempo, da quando ero piccolino. Molto tempo fa sono uscite le prime robe, con Samuel e con il gruppo che avevamo a Spezia, però era comunque qualcosa di molto adolescenziale. Poi le strade si sono separate, però io non ho mai accantonato il rap. Sono sempre stato minuzioso, non ho mai voluto fare roba tanto per farla uscire. Avevo un progetto in testa, ma non era ben chiaro. Poi la vita ha fatto sì che da Spezia mi trasferissi a Milano, ormai un paio di anni fa, proprio per affrontare un progetto musicale che poi per varie ragioni è saltato. Parallelamente mi son dovuto trovare un lavoro, perché sennò a Milano non ci potevo stare. In tutto questo tempo non ho mai smesso di pensare al rap e alla fine quest’estate mi sono detto “Ok, è arrivato il momento” e sono ripartito con il progetto che avevo formulato in questi mesi, forse addirittura anni. E ora posso dirti che sono molto felice, che la musica ha avuto un riscontro addirittura maggiore di quello che mi aspettavo. Questa volta avevo un progetto ben chiaro in testa, ed ero sicuro ci sarebbe stato del riscontro, sennò non sarei neanche partito. Solo che è esploso tutto davvero in poco poco tempo, pensavo che la gente ci avrebbe messo un po’ di più a capire il mood. Diciamo che la roba è poco haterizzata per quello che realmente è, pensavo avrebbe fatto più scalpore, invece sembra che i ragazzini siano già nel mood, grazie all’evoluzione della scena degli ultimi anni.

Be’ mi pare evidente, però, che lo “scalpore” sia, almeno di partenza, uno dei tuoi punti di forza…
Certo, volevo uscire con un pezzo efficace, però non è nulla di troppo fuori dalle mie corde. Il mio mood nella vita normale è tutto sommato quello che vedi nelle canzoni. Poi chiaramente ci sono delle esagerazioni, come togliersi la maglia sul camion. Sapevo che avrebbe portato a qualcosa, sennò mi sarei tenuto la maglietta. Quello che ci tengo a far passare è che se anche ti parlo di “progetto” non è che ho fatto delle analisi di mercato, ho studiato qualcosa a tavolino. Il progetto G.Bit è “ok G.Bit facciamo musica”. E per quanto io sia un ascoltatore di tantissime tipologie di musica, almeno all'interno di quella macro-categoria che è l’hip-hop, mi sembrava naturale portare agli altri il lato che più rappresentava la mia indole, quello happy, super positivo.

Parlavamo di commenti: ne ho letti molti che ti accomunano o che comunque tirano in ballo Samuel Heron. Non hai un po’ paura di essere continuamente accomunato alla sua figura?
Io e Samuel siamo amici da una vita, facevamo musica insieme da piccoli, adesso viviamo nella stessa casa, però non ho mai voluto sfruttare troppo la sua scia. Ovvero: vivendo insieme, essendo amici da sempre, è ovvio che le cose in qualche modo si tocchino, però volevo evitare il “Oh, fuori G.Bit mio fratello da una vita, pompatelo”. Quindi ho detto: non facciamo capire troppo alla gente che siamo amici, vediamo se questa roba esce comunque. Chiaramente il mood può essere riconducibile, però rimane una cosa molto differente, a mio modo di vedere. Ci sta che lo tirino in ballo comunque, non mi dà fastidio, anzi.

Nei tre pezzi, poi, si nota anche un’evoluzione a mio modo di vedere. Però visto il lungo periodo di pausa, mi chiedo da quanto li avessi pronti, da quanto stessi ragionando su ognuno di loro.
Essendo stato fermo un po’, di idee ne avevo un sacco, certo. Però le canzoni non sono state sviluppate tutte e tre insieme. Quando “Yuppi” era pronta e finita le altre due canzoni neanche esistevano ancora. Sono andato da Pankees, abbiamo fatto il beat di “Stupido” e mi sono messo a scrivere lì in studio. Mentre scrivevo “Stupido” avevo scritto la rima di Yaya Touré e—essendo un po’ fatto—sono tornato spesso su quel punto. Continuavo a ripetere “faccio Yaya come Touré” e questa cosa mi è entrata in testa. Il giorno dopo, allora è nata l’idea di fare “Yaya Touré”, che alla fine è una sorta di trailer del singolo vero e proprio. Ero indeciso se dargli il nome di “Freestyle” o qualcosa del genere, perché alla fine è un mini pezzo utile a spingere l’uscita del singolo. Poi alla fine per il riscontro che ha avuto è stato un singolo a tutti gli effetti, forse ora che è uscito “Stupido” qualcuno sta ricollegando le due cose.

Una cosa che mi piace, mi diverte e mi intrattiene coi tuoi pezzi è sicuramente l’uso di un linguaggio e di immagini molto molto base, semplici e immediate.
Torniamo al discorso di “tiriamo fuori G.Bit così com’è”. Nella vita a me piacciono le cose semplici, non sono troppo fan delle formalità—poi ovviamente dipende dal contesto, non sono neanche uno di quelli che non si sa comportare, ma in linea di massima, nel giusto contesto, preferisco la semplicità alle cose costruite. E così anche a livello musicale: non mi sono mai piaciuti quei mega concetti, quelle mega frasi costruite per arrivare a una banalità che poteva essere detta in due barre. Mi piacciono le rime d’impatto, mi piace ascoltare qualcosa che sia efficace. Poi dipende sempre dal tuo mood: se vuoi ascoltare un banger che ti faccia prender bene, secondo me le rime d’impatto e la musicalità sono quello che vai cercando. Poi non riesco ancora a capire chi ascolta la mia musica e si incazza per “assenza di contenuto”. Ogni artista fa il suo: se io mi sono mollato con la ragazza e voglio piangere mi ascolto l’artista che so che mi darà determinate emozioni. Se voglio prendermi bene perché voglio fare serata con i miei amici, mi ascolto la canzone che so che mi farà staccare per quei tre minuti. Non posso cercare dalla canzone che mi fa esaltare con i miei amici l’emozione anche quando mi mollo con la mia tipa. Come guardare dei film: se voglio ridere mi guardo Scary Movie, se voglio piangere magari Scary Movie non è il film più adatto.

Ora hai alle spalle tre singoli e credo che per un po’ la strada sarà quella dei singoli, o sbaglio?
Be’ sì, sicuramente sarebbe stupido ora uscire con qualcosa di più costruito. Poi calcola che quel lavoro di cui ti parlavo all'inizio per vivere a Milano è tuttora il mio lavoro. Quindi mi sto facendo degli sbatti non indifferenti. Infatti mi piace molto quando qualcuno commenta “Sei un cancro, trovati un lavoro”, vorrei portarlo con me la mattina e fargli vedere il culo che mi sto facendo. Tra l’altro il problema di molti artisti è proprio che non hanno mai lavorato veramente. Io—per quanto stia facendo qualcosa che odio—penso che lavorare mi abbia insegnato cosa sia davvero uno sbatti, cioè fare qualcosa che odi perché alla fine devi pagare l’affitto e mantenerti. Arriva un momento in cui però dici basta: finché ne ho la possibilità voglio investire tempo e energie in qualcosa che mi faccia stare bene, in quest’ottica lavorare mi è servito, anche per capirlo. Una sorta di palestra. Poi ecco, in molti mi dicono “Cazzo, sei un privilegiato, hai un lavoro, sei sicuro di mollarlo?”. Io non mi sento un privilegiato, perché come dicevo non faccio un lavoro che mi rende felice, da qui alla fine dei miei giorni non potrei mai fare questo. La musica, invece, mi rende felice e quindi un tentativo prima o poi vorrei farlo. A trovare un lavoro di merda credo sarò sempre in tempo.

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