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Immagini di morte dalla siccità in Kenya

Queste foto non rappresentano solo le devastanti conseguenze della siccità che ha colpito il Kenya nel 2009, ma anche il futuro dell'intero pianeta, se non fermiamo il cambiamento climatico.

di Stefano De Luigi
17 febbraio 2015, 1:50pm

Stefano De Luigi è un fotografo documentarista di Colonia. Dire che le sue foto sono scioccanti è un eufemismo: ti fanno scendere un peso sul cuore. Stefano ha vinto per ben tre volte, in diverse categorie, il World Press Photo Award, e le sue foto sono apparse sul New Yorker e il TIME.

Nel 2009 ha realizzato una serie di scatti sulla siccità in Kenya, e in particolare nella regione del Turkana, nel nord ovest del paese. "Era una specie di incubo, una tragedia in cui animali e persone lottavano per sopravvivere alla siccità," ha dichiarato Stefano, che ha deciso di usare la calamità come lente attraverso cui mostrare il più generale problema dei cambiamenti climatici. "È il futuro che aspetta tutti noi, se non iniziamo a cambiare radicalmente le nostre abitudini, se non riconsideriamo il nostro modo di sfruttare le risorse del pianeta e metterle al servizio di tutti, con maggiore senso di responsabilità. Questo è, secondo me, il messaggio che queste fotografie piene di sofferenza trasmettono. È un invito a ripensare il nostro modo di vivere, con più rispetto per tutte le forme di vita sulla Terra."

VICE: Cosa ti ha spinto a scattare foto della siccità in Kenya?
Stefano De Luigi: A quel tempo [nel 2009] stavo lavorando sul tema di "nazione fantasma", ovvero quei paesi non riconosciuti dalla comunità internazionale. Ero in Somaliland. Le notizie sul Kenya però diventavano sempre più drammatiche, quindi ho deciso estemporaneamente di prendere un volo per l'Etiopia e da lì, con un mio amico scrittore e giornalista, abbiamo studiato un itinerario che ci avrebbe portato nelle zone più colpite dalla siccità. Abbiamo lavorato con diverse ONG keniote, che ci hanno aiutato moltissimo e ci hanno permesso di raggiungere zone molto isolate del paese.

Immaginavi che questa esperienza avrebbe avuto un impatto così forte su di te?
Anche se, come dicevo, le notizie che circolavano erano abbastanza drammatiche, non mi aspettavo di trovarmi davanti a una situazione del genere. È stata una vera visione apocalittica, persone e animali che lottavano per sopravvivere. Un elefante, un animale forte, completamente svuotato e grinzoso, un po' come un frutto disidratato: è un'immagine che mi porterò dentro per sempre.

Come ha reagito alla vostra presenza la popolazione?
I centri di aiuto per la popolazione si trovavano soprattutto nella zona di Lodwar, nel nord ovest del paese, vicino al lago Turkana. Le autorità ci hanno aiutato fin da subito, permettendoci, dopo 12 ore di jeep, di raggiungere le zone più isolate e più colpite. Mesi di siccità avevano trasformato quella zona del paese in una specie di deserto di fuoco. Abbiamo conosciuto alcune persone del posto e i loro racconti non hanno fatto altro che accentuare quella sensazione di devastazione naturale.

Hai parlato con loro di quello che stava succedendo?
Certo. Nei 15 giorni che abbiamo trascorso lì abbiamo parlato con un sacco di gente. Girando per il paese abbiamo raccolto testimonianze di pastori, donne, guardie forestali, agronomi e contadini. Tutti, nessuno escluso, erano sopraffatti. Alcuni ci hanno parlato dei cambiamenti climatici come causa della siccità, altri erano disperati per la perdita di intere mandrie. È stata una vera e propria catastrofe umanitaria ed ecologica.

Questa esperienza ha modificato il tuo punto di vista sul cambiamento climatico?
Sì. Questa esperienza e le immagini apocalittiche che mi porto dentro hanno influenzato molte delle scelte che ho preso in seguito. Nel 2011 ho lavorato a un progetto sullo scioglimento dei ghiacci in Antartide, e ora sto lavorando a un progetto sullo smaltimento dei rifiuti tossici. In generale da allora sono diventato molto più sensibile alle problematiche legate all'inquinamento, ai rifiuti tossici, alle energie ecosostenibili e allo sfruttamento eccessivo delle risorse. Dobbiamo pensare a cosa stiamo lasciando alle generazioni future. Non possiamo continuare a vivere e a consumare come se fossimo gli ultimi uomini sulla Terra.