FYI.

This story is over 5 years old.

Stuff

Affamate per la moda

Dopo anni di dibattiti e norme sul tema, la tutela della salute delle modelle e la prevenzione di disturbi alimentari sono ancora un traguardo lontano per l'industria della moda.
07 febbraio 2014, 5:11pm

_L'autrice in uno dei suoi primi servizi, a 19 anni. Foto di Michelle Ricks. _

In questi giorni a New York centinaia di modelle sfileranno sulle passerelle della fashion week. Partecipare a un evento del genere ha il suo fascino, ma lo stile di vita di alcune di queste ragazze—niente cibo, niente riposo, viaggi infiniti e un costante giudizio del loro aspetto fisico—potrebbe essere fonte di un vero e proprio crollo psicologico.

Negli ultimi dieci anni almeno 20 modelle si sono suicidate, e ce ne sono molte altre meno conosciute che hanno tentato il suicidio, senza che poi la loro storia finisse sui giornali. Secondo uno studio del 2012 condotto da Model Alliance, un gruppo no-profit dove lavoro come grafica, il 68,3 percento delle modelle ammette di soffrire di depressione o ansia. Per parecchi anni della mia vita, io sono stata una di quelle donne.

Ho iniziato la mia carriera da modella a 19 anni, quando ero ancora studentessa. Mi sono fatta coinvolgere da una piccola agenzia di San Diego che mi aveva proposto un contratto. Per una cresciuta in periferia come la sottoscritta, bombardata da programmi in stile America’s Next Top Model, il pensiero di sfilare e viaggiare a gratis non era poi così male. Prima ancora che l'agenzia mi permettesse di apporre la firma sulla linea tratteggiata del contratto, però, me li ritrovai intorno alle gambe armati di metro da sarta. Perché vedete, le modelle non vengono misurate in base al peso, ma in base ai centimetri. E in quell'occasione mi dissero che per poter firmare avrei dovuto perdere qualche centimetro, ovvero circa sette chili.

Non capivo dove stesse il problema: ero alta un metro e 80, pesavo 61 chili e portavo la taglia 40. Ero alta e magra. Cosa importava se avevo i fianchi leggermente più larghi? Nonostante ciò, quando il mio agente mi consegnò una lista di alimenti da mangiare e non, io accettai. La lista elencava: pollo, pesce, verdure al vapore e altre proteine magre, come mandorle e uova. Qualsiasi altro tipo di cibo (specialmente il pane) era praticamente bandito. Come tante 19enni americane, la mia concezione di alimentazione si fermava ai cibi precotti della mensa universitaria, e non ero in grado di capire che 800 calorie al giorno, da bruciare poi in due ore di palestra quotidiane, non rappresentavano una dieta, ma un danno permanente al mio metabolismo. Ho perso nove chili in sette settimane, passando da una taglia 40 a una 36—una drastica perdita di peso, che ha terrificato la mia famiglia e reso felice il mio agente. Debole e fragile, fui mandata a lavorare a New York.

Mantenere il giusto peso a New York divenne un obbligo e una lotta continua, ma tutte quelle offerte di lavoro e gli elogi mi facevano pensare ne valesse la pena. "Sei così magra,” si complimentavano le mie coinquiline mentre cucinavamo “fajitas” vegetariane (verdure, acqua e tortillas). Mi strafogavo ai buffet dei promoter e per i giorni successivi mi punivo stando a digiuno. Facevo chilometri a piedi per bruciare tutto quello che avevo ingurgitato. Misi in pausa gli studi e mi presi un altro semestre per un potenziale lavoro da modella in Corea—che non andò in porto perché avevo messo su un paio di chili e di conseguenza la mia agenzia mi trattava come se avessi commesso chissà quale crimine. “Cosa ti è successo?” disse con voce strozzata il mio agente quando entrai nel suo ufficio più in carne del solito, cancellando mentalmente una possibile lettera di referenze per Seul.

Non ho mai fatto nulla di straordinario da modella a New York. Nessun servizio fotografico con Nick Knight o sfilata per Alexander Wang. Facevo servizi per cataloghi promozionali e copertine di libri, guadagnando qualcosina con un’agenzia di medio livello. Quel sogno di glamour e successo però, un sogno che solo pochissime ragazze riescono a realizzare, era la carota metaforica e reale che il mio agente di San Diego mi sventolava di fronte al naso ogni volta che dicevo di voler mollare. Mi ci sono voluti anni per capire quanto ero infelice. Alla fine mi sono rivolta a una psichiatra, un fatto di cui la mia famiglia non è ancora al corrente (grazie al servizio sanitario gratuito della mia università). Mi ha aiutato a riprendermi e a ricreare un’identità che andava al di là del peso e dell’aspetto fisico.

So che non tutte le esperienze nel campo della moda sono come la mia, ma è importante che ogni aspirante modella capisca che l'industria, allo stato attuale, è luogo fertile per stress e ansie, per contrastare le quali non ci sono ancora i mezzi sufficienti.

Laurel Stovall a febbraio 2009 - Vena Cava, autunno/inverno 2010.

Un paio di giorni fa stavo discutendo di questi problemi su Skype con Laurel Stovall, una modella di 27 anni e una cara amica che ho conosciuto capitando per caso sul suo blog, che sporadicamente segue il mondo della moda. È stato durante questa chiamata che si è aperta per la prima volta con me e mi ha fatto capire che non siamo poi così diverse.

Nel 2010, a 23 anni, Laurel soffriva di seri disturbi alimentari. È in quel periodo che fu scoperta dall'agente di una delle migliori agenzie di moda del Paese. Prima di diventare una modella professionista era già molto magra: 52 chili per un metro e 80. Il giorno in cui l’agente la contattò, si sentiva la persona più malata e triste sulla terra.

“L’agente buttò uno sguardo su di me, e mi chiese, ‘Hai già firmato un contratto?’” mi ha raccontato Laurel.

Quando fu scoperta si sentiva pronta a chiedere aiuto medico, ma i suoi problemi alimentari furono calpestati dalla foga del momento: un contratto con un’agenzia, seguito da ingaggi di alto profilo a New York e Milano. Era ormai partito un pericoloso circolo di auto-convinzioni che l’avrebbero portata a costringersi a non mangiare.

“Tutti intorno a te ti dicono quanto sei fortunata, ogni singolo cazzo di giorno. E sai una cosa? A volte lo sei,” mi ha detto settimana scorsa. “Non conoscevo nient’altro. Pensavo fosse figo. Ero riuscita ad andarmene dalla mia città, Reno... ciononostante, mi sentivo di merda."

Laurel firmò un contratto con la New York Models, perdendo per un soffio un ingaggio con Calvin Klein.

"Ero stata presa, ma i coordinatori della sfilata di Calvin Klein hanno chiamato la mia agenzia e hanno detto che ero troppo magra. Il mio agente mi ha detto di andare a casa e mangiare solo burro di arachidi per due settimane. È così che pensate di risolvere il problema? Burro di noccioline?

Oggi Laurel si è lasciata il mondo dell’alta moda di New York alle spalle ed è passata più a quello più commerciale di Los Angeles, dove può avere una 40 e riuscire comunque a lavorare. Ha deciso di aprirsi una strada anche al di fuori dell'industria, e progetta di iscriversi a un master avanzato. Un giorno vorrebbe entrare in politica.

“Quando dicevo che non ero veramente felice e che stavo cercando di cambiare vita, rimanevano tutti scioccati,” ha detto Laurel. “Non potevo più combattere contro quella totale mancanza di controllo. È importante arrivare alla consapevolezza che tu stessa hai il potere di controllare il corso delle cose, perché questa è la mia vita, e posso cambiarla.”

Laurel a LA, nel 2013.

Una delle ragioni principali dietro storie come la mia o quella di Laurel è la mancanza di norme nell’industria della moda. Non c’è nessun ente regolatore che vigili sulle agenzie perché le modelle sono libere professioniste, e questo pur essendo ingaggiate tramite agenzie che prendono una percentuale sul loro guadagno. In pratica, sei un libero professionista senza la completa libertà di scelta. Senza menzionare il fatto che le modelle non sono coperte da un’assicurazione sanitaria. Le modelle non possono nemmeno denunciare i datori di lavoro per molestie sessuali, perché tecnicamente non sono delle dipendenti. È un ambiente pieno di incertezze, dovute al fatto che le agenzie che agiscono come datori di lavoro si rifiutano di assumersi quelle responsabilità necessarie a tutelare i diritti dei lavoratori.

“Le pressioni che incombono su una modella e i comportamenti che si innescano per eccellere e raggiungere obiettivi fisici fuori dalla norma possono innescare disturbi alimentari,” ha dichiarato Susie Roman, dell’Associazione Nazionale per i Disturbi Alimentari. “Visto che le modelle non hanno il potere di 'difendere' il proprio peso e continuare comunque a lavorare, c’è sicuramente bisogno di un cambiamento nell’industria.”

L'autrice con il team Model Alliance.

Model Alliance, l’organizzazione per cui lavoro oggi, vuole portare questo cambiamento. È stata fondata dalla modella e regista Sara Ziff, che ha fatto luce sulla questione nel 2009 con il suo documentario Picture Me. Mi sono unita al gruppo ad aprile del 2011, e da allora abbiamo raggiunto grandi obiettivi; un esempio è la norma che prevede maggiore protezione alle modelle minorenni. La legge entra in vigore per la prima volta durante questa settimana della moda di New York, costringendo gli stilisti ad assicurarsi che le modelle minorenni abbiano permessi di lavoro e che siano in regola prima ancora di iniziare il fitting. Abbiamo anche introdotto una collaborazione per assistenza sanitaria con il Retail Action Project, così che le modelle che cercano aiuto psicologico potranno avere accesso a cure mediche più economiche.

Sono passati otto anni da quando trascorrevo i miei giorni a morire di fame a New York. Vorrei poter dire che i disturbi alimentari se ne vanno completamente e che avere una lista di cose a cui non pensare possa cancellare il danno provocato da un'altra lista, quella con i divieti alimentari. Ma chiunque abbia mai sofferto di disturbi alimentari sa che quei problemi vanno e vengono. A me accade quando un amico mi chiede scherzando quanto peso, o quando un ragazzo mi dice teneramente che sono formosa. Fortunatamente ora riesco quantomeno ad affrontare mentalmente queste insicurezze, e a 27 anni sono grata del mio fallimento nel mondo della moda, perché mi ha permesso di imparare ed essere d’aiuto per molte altre donne. Se la mia storia aiuterà anche solo qualche ragazza che sta per prendere d’assalto le passerelle, allora ne sarà valsa sicuramente la pena.

Altro sul tema:

Fashion Week Internationale