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stili di gioco

A cosa servono le statistiche nel calcio?

Alcuni dati sono inutili, altri superficialmente interessanti e altri ancora se usati bene possono essere illuminanti. Ma il Fantacalcio non aggiunge nulla alla nostra esperienza di appassionati calcistici; semmai la sostituisce con qualcosa di più...

di Daniele Manusia
06 febbraio 2014, 9:26am

Quando giocavo a calcio da piccolo non c'era internet e nessuno degli adulti con cui vedevo le partite ha mai provato a spiegarmi cosa stesse succedendo in campo. Vengo da una di quelle famiglie in cui le partite si guardano in silenzio, seguendo il corso degli eventi con un approccio esclusivamente emotivo. Proprio come allo stadio: la partita è il vento e noi siamo le tende di casa che sbattono davanti alla finestra aperta.  

Quando ero ancora molto piccolo, anzi, mio zio ha pensato bene di farmi partecipare al suo Fantacalcio. Grazie a lui sono arrivato ben oltre i diciotto anni invidiando persone la cui squadra di Fantacalcio era migliore della mia, perdendo domeniche a fare calcoli mentali, più 3 qui, meno 0.5 là, a tifare a volte anche contro la mia squadra del cuore sperando nel gol di un certo giocatore che avevo schierato titolare, sicuro che non mi sarei fatto condizionare. Pensavo davvero che dal Fantacalcio venisse fuori quanto uno ne capiva del gioco del calcio, e mi chiedevo cosa sfuggiva a me che invece era chiaro a chi vinceva il campionato.

Mi rendo conto che il Fantacalcio è una realtà importante per molti italiani, ma devo dire quello che so anche a costo di ferire i più sensibili: i voti che i giornali danno ai giocatori sono in effetti i voti che alcuni giornalisti decidono di dare ai giocatori. Non c'è nessun sistema, nessuna logica che non sia la logica dei giornalisti stessi. Mi rendo conto che è assurdo, ma credetemi, funziona così. Il Fantacalcio non ha nulla a che fare con il calcio, con le prestazioni dei giocatori, con la partita. I pochi dati oggettivi che vengono usati sono in realtà riassumibili in statistiche veramente basilari: i giocatori che segnano più gol (magari divisi per reparto), i giocatori con più ammonizioni, quelli con più presenze. Io non ci gioco più ma mi dicono che negli ultimi anni si sono evolute le tecniche per calcolare il punteggio tra le due squadre e che adesso si tiene conto degli assist. Addirittura.


Ho usato il sito di statistiche whoscored.com per aiutare i lettori appassionati di Fantacalcio a capire quali giocatori potrebbero costare loro 0.5 in meno. Mi raccomando, è importante. 

Faccio questa premessa perché sulla versione online del Guardian lunedì è stato pubblicato un pezzo di Michael Moruzzi col titolo "Does analysing football trough statistics miss the point of the game," che tradurrei con "Analizzare il calcio attraverso le statistiche non significa fraintenderne l'essenza?" Ho enfatizzato il “missing the point” del titolo originale perché mi sembra che così sia più chiara la polemica di fondo, che vuole dividere quelli che del calcio apprezzano l'imprevedibilità del talento e la verità ultima del risultato finale (secondo l'adagio “la statistica più importante è il punteggio”) da quelli che nel calcio cercano la razionalità e la strategia. L'autore del pezzo, come molti italiani, fa parte del primo gruppo.

La tesi di partenza dell'articolo del Guardian si basa su un'osservazione interessante e secondo me giusta almeno in parte: “Il calcio è uno degli sport di squadra più fluidi e codificarne ogni aspetto è un'impresa inutile.” Gli “adepti dell'analisi” di cui parla Moruzzi, con un copia di Moneyball sotto braccio e un computer acceso su un database che archivia i dati della Opta, si illudono che il calcio sia come il baseball, il football americano o il basket, sport in cui le fasi di gioco (attacco e difesa) sono separate e quindi più facilmente misurabili. Il calcio si gioca con i piedi e quindi il margine di errore è più grande. Una palla intercettata da un giocatore potrebbe essere semplicemente una passaggio sbagliato da un altro e sapere che un terzino destro ha occupato principalmente la fascia destra non è una grandissima intuizione scientifica. “Senza contesto le statistiche non significano niente. È altrettanto illuminante sapere quanti giocatori con la barba hanno fatto un assist o quante volte finiscono in fuorigioco i giocatori con le braccia tatuate.”

E questa è la parte tutto sommato giusta, di cui anche un appassionato di statistiche come me deve tenere conto.


“Heat map” inutile presa da Squawka.com di Marco Storari contro l'Inter, da cui la cosa più interessante che è possibile dedurre è: Marco Storari è uscito qualche volta dal perimetro dell'area di rigore. Soprattutto a destra.

L'articolo in questione va collocato all'interno del dibattito interno inglese, in un contesto cioè tradizionalmente anti-intellettuale (o almeno questa è una critica che certi inglesi fanno ad altri inglesi) in cui però le analisi tattiche e statistiche ormai si trovano sulle pagine dei quotidiani. Ultimamente durante Match of the day, la trasmissione televisiva che fa vedere gli highlight delle partite del campionato, sono state utilizzate “heat map” simili a quella su Squawka (non ho capito bene se è esattamente la stessa o solo simile), che tracciano le zone di interazione di un determinato giocatore durante una partita. All'autore del pezzo in questione questa cosa non piace. Dare rilevanza nazionale (cioè portarle anche in casa di chi non legge blog e giornali) alle statistiche è sbagliato. Ed è sbagliato perché alcune statistiche sono inutili. Ad esempio, la heat map di Roberto Soldado, centravanti del Tottenham, che si riferisce alla partita contro il Manchester City, mostra grande intensità nel cerchio di centrocampo: il che si spiega col fatto che il Tottenham ha perso 1-5 e Soldado ha dovuto battere la palla dal centro del campo sei volte in tutto.

L'antidoto all'invettiva di Moruzzi in realtà si trova nelle sue stesse parole: le statistiche non significano niente senza contesto. Che l'analisi statistica applicata al calcio abbia dei limiti non è un segreto per nessuno, valutare un giocatore o un'intera squadra non può essere fatto senza guardare le partite, ma nessun amante delle statistiche (almeno che io sappia) ha mai preteso di sostituire la visione del calcio giocato con una serie di dati. Gli occhi e il cervello di chi guarda la partita e poi controlla le statistiche sono il primo “contesto” di cui i dati hanno bisogno. Certo, qualcuno può leggere statistiche di partite che non ha guardato e pensare di poterne trarre qualche conclusione, ma non è a questo che servono (e comunque è meglio di chi valuta un giocatore in base al voto che gli danno i giornali, imho).

Il secondo contesto è fornito dalla grandezza del dato statistico preso in considerazione: è vero che un tiro sbagliato può diventare un assist (o che l'uomo incaricato di inserire il dato nel sistema, perché sono degli uomini dietro a uno schermo a farlo, può interpretare come volontario un assist casuale), ma non tutti gli assist sono tiri sbagliati. Un passaggio sbagliato malamente da un giocatore può diventare una palla intercettata da un altro, ma 67 palle intercettate non possono essere 67 passaggi sbagliati da un avversario (ho preso la statistica di Stefan Savic che al momento in serie A è il giocatore con il maggior numero di palle intercettate). Per i numeri più grandi poi ci sono le percentuali di riuscita, così come è possibile tenere in conto gli errori che hanno portato a un gol avversario, o il numero di palle perse.


Questo invece è il grafico con cui whoscored.com descrive le posizioni “medie” dei giocatori in campo. La partita in questione è Roma (a sinistra) – Juventus di Coppa Italia e dal grafico, oltre a cose tipo l'altezza media della squadra e dei reparti, si vede come Gervniho (numero 27) abbia praticamente fatto da punta centrale in quella determinata partita. Il che non spiega perché la Roma abbia vinto 1-0, ma è comunque una cosa interessante da notare. 

Update: dopo l'uscita di questo pezzo ho scoperto che in realtà la posizione media è calcolata sul totale dei "tocchi" di ogni giocatore e che non di rado un'ala che giochi un po' a dx un po' a sx venga visualizzata al centro. In questo caso il grafico portato a esempio non è un riscontro affidabile alla mia osservazione iniziale su Gervinho punta. 

Il contesto dipende dalla bravura e dallo scopo di chi manipola le statistiche (esattamente come chiunque è in grado di apprezzare una giocata dal vivo, ma inserirla nel contesto della partita richiede una riflessione ulteriore). Savic è il giocatore con più palle intercettate “in assoluto”, ma non quello che “mediamente” ne intercetta di più. Savic ha intercettato 3,4 palle a partite, Luca Antei del Sassuolo che ha giocato meno di lui ne ha intercettate 3,7 a partita. Le statistiche non hanno manie di grandezza, dicono quello che dicono e niente di più. In questo caso dicono che Antei e Savic sono tra i migliori in Italia a inserirsi nella linea di passaggio tra due giocatori avversari, ma per capire se dietro questo numero c'è una superiorità fisica o di posizione, se magari per ogni anticipo riuscito ce ne sono un paio andati a vuoto che hanno dato campo aperto agli avversari, allora bisogna guardarsi la partita. Nessuno può sostenere su base statistica soltanto che Luca Antei è il miglior difensore italiano perché in cima alla classifica delle palle intercettate e a quella dei tackle riusciti (4,9 a partita), ma con numeri del genere merita quantomeno di essere tenuto d'occhio quando si guarda una partita del Sassuolo, dato che difficilmente un essere umano può tenere sotto controllo le prestazioni dei 22 giocatori in maniera uniforme (a proposito, che voti prende Antei per il Fantacalcio?).

Alcuni dati sono inutili (tipo la statistica “bestia nera”: l'attaccante che ha segnato molto in carriera a una certa squadra, una statistica molto usata dai commentatori italiani), altri superficialmente interessanti (tipo questa visualizzazione dei passaggi di Cleverly che gli è valsa il soprannome di “Tom the crab”, Tom il granchio), altri se usati bene possono essere illuminanti (e spiegare cose anche complesse tipo che probabilmentecome Wayne Rooney è più utile dietro una punta che giocando lui stesso da punta). Saper incrociare i dati è considerato un talento in molti ambiti, perché non dovrebbe esserlo quando si parla di calcio? Ci sono molti esempi di come i numeri possano essere usati in modo competente o persino creativo.  I grafici “a stella” di statsbomb.com danno una forma a vari parametri statistici e il risultato non è solo un'immagine complicata, che bisogna saper leggere, ma è anche una bella immagine. Dopo averne visti e studiati un po' posso dire che è possibile anche formarsi una certa comprensione intuitiva, e capire qualcosa del giocatore in questione guardando “la forma” al primo impatto.

Come usare le statistiche in modo competente e creativo. Via @mixedknuts, co-fondatore di Statsbomb.com.

Le statistiche vanno interpretate, ma significano sempre qualcosa. Non è necessario arrivare a un qualche tipo di conclusione (ovviamente sto parlando dei media e dei normali appassionati), si possono usare per riflettere, per farsi delle domande invece di cercare delle risposte. E qui veniamo al perché un discorso del genere dovrebbe interessare noi italiani che giochiamo a Fantacalcio. Sapere che un giocatore sta andando bene o male al Fantacalcio significa conoscere molto poco di quel giocatore. Il Fantacalcio non aggiunge nulla alla nostra esperienza di appassionati calcistici, la sostituisce con qualcosa di più semplice: il giudizio dei giornalisti. Che poi viene nuovamente complicato da un sistema di punteggio che richiede calcolatori automatici o qualche ora di addizioni a uno dei partecipanti, di solito a turno. Che infine semplifichiamo di nuovo pensando che questo sia conoscere il calcio.

Il pezzo del Guardian in sostanza sostiene che nessuna statistica può tenere conto delle “piroette” di Zidane, che quella è l'essenza del calcio. Ma il punto è che per vedere le piroette di Zidane non c'è bisogno delle statistiche. Il talento eccezionale e i gesti unici sono appunto “eccezionali” e “unici”. Sono cose così grandi da essere evidente da sé (né le statistiche fanno qualcosa per nasconderli). Non solo le piroette di Zidane non giustificano l'esistenza di media e professionisti del discorso calcistico (almeno quanto l'esistenza di foche in grado di applaudire non giustificherebbe un paio di pagine a quotidiano dedicate alle foto che sanno applaudire) ma non rappresentano l'interezza della partita. Di solito si dice che sono cose di questo tipo per cui vale la pena pagare il prezzo del biglietto, ma nella maggior parte dei casi sono altri i fattori che influenzano le partite di calcio. Un terzino meno a suo agio dell'altro con la palla tra i piedi, un centrocampista sciatto nel seguire gli inserimenti dei centrocampisti avversari, una squadra che fatica a recuperare palla nella metà campo avversaria. Di fatto il biglietto lo paghiamo per questo genere di cose.

Un approccio diverso, a dir la verità, farebbe anche parte della tradizione italiana. Per questo concludo citando Gianni Brera. Nel testo autobiografico Interpretazione critica di una partita di calcio, Brera si lamenta che nel calcio “di scientifico non sembra esservi nulla, e invece c'è molto!”, racconta di essersi dovuto inventare un metodo tutto suo in un contesto che considerava i discorsi tattici come “cervellotici” e dice che si accontenterebbe “di poter aiutare qualcuno che non sappia a veder meglio e spiegarsi con sempre maggior agio una partita. Il calcio è il gioco più bello del mondo per tutti quelli che amano il calcio. Purtroppo, o per fortuna, non sempre amare il calcio significa capirlo.” Chissà se Brera avrebbe dato bene i voti al Fantacalcio.


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