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Se tuo padre è un signore della guerra afghano, puoi uccidere impunemente

Il caso giudiziario sull'assassinio di una ragazza adolescente sta per chiudersi con l'assoluzione "per insufficienza di prove" di Wahidi Behesti. Che guarda caso ha contatti molto, molto in alto.
10.9.13

Il corpo di Shakila. Foto via

In un freddo pomeriggio di gennaio dell’anno scorso, la guardia del corpo Qurban ha lasciato la casa del suo boss nella provincia di Bamiyan, in Afghanistan, per comprare un po' di carbone al bazar. Il boss di Qurban era Wahidi Beheshti—governatore di un remoto distretto nella provincia di Bamiyan—che aveva concesso a Qurban, sua moglie e la sorella di lei, Shakila, di 16 anni, di vivere a casa sua.

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Poiché Bamiyan è tra le province più sicure dell’Afghanistan, Qurban non si è preoccupato di portare in città il kalashnikov. È stato proprio con quel senso di sicurezza che è tornato a casa di Beheshti e ha trovato Shakila riversa al suolo, quasi totalmente incosciente, che dissanguava a morte per un colpo d’arma da fuoco all'addome. Il kalashnikov di Qurban, poi identificato dalla polizia come l’arma che ha fatto fuoco, era appoggiato al muro dall’altra parte della stanza.

Ho saputo tutto questo alla fine del mese scorso, durante una conferenza stampa organizzata dalla ONG di Kabul Human Rights and Eradication of Violence Organization (HREVO), che aveva come ospiti il fratello di Shakila, Mohammad Alam, il direttore dell’organizzazione afghana per il sostegno alle donne e ai bambini DSAWCO, Zahara Sepehr e Aziz Rafi dell’Afghanistan Civil Society and Human Rights Network.

Wahidi Beheshti sostiene di non aver preso parte all’omicidio di Shakila, anche se al momento della morte di Shakila si è rifiutato di chiamare la polizia e ha invece caricato il corpo senza vita della ragazza sulla sua macchina. Stando a Sepehr, comunque, lo sparo e il trambusto che è seguito hanno allertato i vicini di Beheshti, che hanno chiamato la polizia.

Beheshti ha detto alla polizia che al momento dell’omicidio stava pregando, e di non aver nemmeno sentito lo sparo, nonostante il fatto che Soraya, sorella di Shakila, lo abbia sentito da fuori, prima di correre dentro e trovare Shakila ormai incapace di parlare e a malapena in grado di muovere gli arti. “Nonostante il mortale proiettile calibro 7.62 le sia penetrato nel cuore e poi sia uscito dalla schiena, Shakila è riuscita a restare aggrappata alla vita per 20 minuti interi, dopo il colpo,” ha aggiunto Mohammad Alam.

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È giusto notare, a questo punto, che Beheshti viene da una famiglia potente. Suo fratello, Jamal Fakhul Beheshti, è un parlamentare e suo padre era un signore della guerra durante la jihad contro l’invasione sovietica. Ha usato il proprio potere senza scrupolo alcuno, nel tentativo di “insabbiare la faccenda in qualsiasi modo.” Stando a Zahara, la corte ha inizialmente giudicato il governatore non colpevole, adducendo il fatto che non fossero state trovate prove sufficienti durante le indagini della polizia.

Però, quando è venuto fuori che la corte potrebbe essere al soldo di Beheshti, si è aperto un secondo appello, in cui il governatore ha provato a incolpare Qurban dell’omicidio. “Wahidi,” ha spiegato Mohammad Alam, “ha poi contattato la famiglia, dicendo che l’unico modo perché Qurban evitasse la galera era di dichiarare che la morte di Shakila era stata un suicidio.”

Alla seconda udienza, il giudice ha escluso il suicidio, dopo aver osservato l’impossibilità per una ragazzina della minutezza fisica di Shakila di spararsi in petto con un kalashnikov, poi appoggiarlo contro un muro e attraversare la stanza per morire. Nessuna traccia di sangue è stata trovata sull’arma o nella stanza.

Da sinistra a destra: Mohammad Alam, Zahara Sepehr (Direttore della sezione Ricerca e Sviluppo della Afghan Women and Children Organisation) e Wadood Pedram (direttore esecutivo della HREVO)

Oggi, più di un anno e mezzo dopo l’incidente, Beheshti non solo è un uomo libero, ma rimane in carica nonostante gruppi prominenti della società civile e i media locali non abbiano dubbi che sia lui il colpevole. Ancora peggio, stando ad Aziz Rafi, c’era ancora una buona possibilità che Beheshti ne esca innocente.

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Rafi ha accusato la “cultura dell’impunità dell’Afghanistan” tra i leader, rinforzata dalla "mancanza di volontà politica” della popolazione, di essere i veri ostacoli al corso della giustizia. Abdul Wadood Pedram, diretttore esecutivo della HREVO, è d’accordo: “In Afghanistan non esiste un sistema [politico], solo relazioni tra i piani alti, tra persone che proteggono i propri interessi,” spiega. “Non c’è uno stato di diritto. La legge è valida solo per le persone normali, e questo peggiora ulteriormente la fiducia degli afghani nel sistema politico.”

Dopo gli anni di instabilità che hanno seguito la sanguinosa Rivouzione di Saur del 1978, e la seguente invasione che ha trascinato il paese nel caos da cui si sta ancora riprendendo, gli sforzi per la ricostruzione (prima spinti dal Pakistan, poi dalle Nazioni Unite) volevano appoggiarsi su “uomini forti”, molti dei quali erano detestati da una fetta della popolazione sempre più ampia, che ambiva alla pace. Le donne in generale, oltre alle organizzazioni civili e ai moderati disarmati, sono stati completamente tagliati fuori dai tentativi di ricostruzione di uno stato.

Durante un incontro informale al Ministero dell’Informazione e della Cultura a Kabul, il dottor Ashraf Ghani—ex rettore dell’Università di Kabul—mi ha detto che il prolungato stato di guerra in Afghanistan ha portato a un clima politico in cui le persone hanno poco rispetto per i titoli o le posizioni di autorità, concentrando la propria fiducia solo sulle persone effettivamente al potere.

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“Una volta che una persona finisce il suo mandato, il titolo ministeriale diventa effettivamente senza valore e il successore deve partire da capo—costruendosi gradualmente la fedeltà e il sostegno della popolazione,” mi ha detto. “Questo va a creare—ed è emblematico di—una cultura che ha poca considerazione per il sistema politico in sé e per sé.”

Il caso è ancora in discussione, ma è stato trasferito a Kabul per essere definitivamente chiuso per “insufficienza di prove,” il che lascerà Beheshti libero di andarsene. Se dovesse succedere, sarebbe un’altra eccezione alla legge in Afghanistan, e non farebbe altro che aumentare la sfiducia degli afghani verso il loro governo.

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