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Il paradiso perduto degli zingari

Abbiamo assistito aIlo sgombero del più grande campo nomade del Regno Unito. Non è stato affatto carino.

Mentre le roulotte esplodono e gli attivisti lanciano pietre, una zingara stringe tra le mani una croce rivolta al cielo. Il furgone Ford bianco di Richard Sheridan è tutto ammaccato. Si ferma fuori dalla stazione dei treni di Wickford, un sobborgo di Londra. Ha il cruscotto ricoperto di giornali e sacchetti di patatine vuoti. Richard ha 37 anni ma sembra più vecchio, una maglietta a righe blu gli comprime il petto e un paio di jeans macchiati gli cascano sotto la vita. Biascica qualcosa con un forte accento irlandese. Il suo è un borbottio incomprensibile, ma quando mi fa cenno di entrare nel furgone capisco al volo. Chiudo le porte e, partendo, perdo l’equilibrio, cadendo su un mobile in pezzi. Cerco di riconoscere le facce delle persone rannicchiate che mi circondano nel buio. Oltrepassiamo una serie di posti di blocco, ci dicono di fare silenzio e di non farci vedere. Avvicinandoci a Dale Farm riesco a dare un’occhiata tra i poggiatesta dei sedili anteriori. Dale Farm si trova vicino a Basildon, nell’Essex, ed è il più grande campo-nomadi illegale d’Europa. Presto si trasformerà in un caotico e incontrollabile sfratto collettivo. Nel Regno Unito, gli inquilini di Dale Farm, zingari di origine irlandese, sono considerati una minoranza razziale. Vivono dove possono, alloggiando in roulotte moderne trainate da macchine o camion. Ogni volta che decidono di stabilirsi e allestire un campo, le forze dell’ordine e la gente del posto fanno pressione perché se ne vadano al più presto. Alcuni sostengono che la comunità venga utilizzata come copertura di affari loschi. Altri li vedono come borseggiatori scrocconi che dovrebbero tagliarsi i capelli e trovarsi un lavoro vero. Di certo però, c’è solo una cosa, il costante e reciproco aiuto tra una comunità e l’altra. Circa dieci anni fa, un gruppo di zingari abbandonò le proprie roulotte e decise di stabilirsi in abitazioni semi-permanenti a Dale Farm (ritenuto già da decenni luogo di sosta per comunità nomadi). Comprando terreni e addentrandosi nel cuore della campagna inglese, questi zingari si lasciarono la vita nomade alle spalle, allontanandosi da una società intollerante, sfuggendo a sguardi sdegnosi e visite della polizia. Negli edifici comunali di Basildon si diffuse la preoccupazione che il campo si stesse ampliando senza approvazione ufficiale. Nel Regno Unito, onde evitare sovraffollamento e condizioni di sicurezza insufficienti, i consigli locali devono concedere i permessi edilizi prima che una struttura venga eretta. Se il proprietario sfida il consiglio costruendo una struttura senza permesso, le autorità hanno il potere di sequestrarla e demolirla. Nonostante gli interessi umanitari in gioco, i costi legali e il prezzo della manodopera, il Consiglio di Basildon sostiene che il rifiuto di rispettare questa legge abbia fatto dei residenti di Dale Farm i candidati perfetti per lo sfratto. L’operazione potrebbe costare circa 20 milioni di euro (denaro dei contribuenti). Tony Ball, capo del Consiglio di Basildon, crede che ci dovrebbe essere coerenza all’interno della legge, e tutti dovrebbero rispettare le stesse regole. Ovviamente gli zingari non sono d’accordo. Gli attivisti a Dale Farm ereggono un enorme torre a guardia dei cancelli d’entrata. “Quando comprammo questo posto, il governo incoraggiava le famiglie nomadi a comprare la terra e a stabilirsi,” dice Patrick James Joyce, un Pavee irlandese che si trasferì con la sua famiglia a Dale Farm una decina d’anni fa. Senza la concessione edilizia, i Pavee hanno il permesso di vivere in ogni terreno con le loro roulotte solo per 28 giorni, che siano proprietari della terra oppure no. Il Consiglio ha cercato di creare delle sistemazioni alternative per le 86 famiglie minacciate di sfratto (spesso in angusti condomini di città, isolandole dal resto della comunità), ma queste sono state rifiutate in quanto culturalmente inaccettabili. Più di un decennio di procedure legali contorte è precipitato lo scorso settembre, quando le autorità locali hanno dato il la allo sfratto. Gli zingari hanno messo in piedi una disputa legale e sono riusciti a ritardare l’espulsione, ma a fine settembre, quando arrivo, a Dale Farm rischia di scoppiare tutto. Il nostro furgone sobbalza sull’asfalto sconnesso della strada a una sola corsia. File di giornalisti e furgoni della televisione occupano il marciapiede. I terreni che circondano il campo, solitamente tranquilli, sono ora distese irregolari di alloggi recintati, pieni di ufficiali giudiziari pronti a entrate nelle case con la forza. Lastre di metallo disposte sopra il pascolo supportano i bulldozer e le scavatrici. Uomini con elmetti e giubbotti catarifrangenti controllano il perimetro, aspettando il momento di entrare in azione. La fine della strada è bloccata da un’enorme sbarra di legno, posta alla base di bastioni torreggianti, composti di pali di metallo, tela cerata, vecchi pneumatici e filo spinato. Alcune impalcature sono impilate su mattoni in terra cotta; sembra un incrocio tra un cantiere, un castello medievale e la roccaforte di Mad Max. Fotografie di bambini, che se sfrattati diventeranno senzatetto, sono appese fuori dai parapetti: i loro volti supplicano il mondo esterno. Sopra, sui bastioni, personaggi col viso oscurato da maschere e sciarpe aspettano. Qualcuno provoca gli astanti: “Abbiamo delle pietre, spero abbiate portato un cappello.” Quando ci fermiamo, Richard Sheridan viene riconosciuto come presidente del Consiglio dei nomadi, e i cancelli si aprono. Il campo è cambiato molto negli ultimi dieci anni. “Questo posto era abbandonato quando arrivammo. Era un deposito per vecchie auto”, dice Patrick. La terra fu comprata da dieci famiglie, inclusa quella di Patrick, in cerca di una casa “fissa” e di una pausa dalla costante pressione di sgombero negli accampamenti. Un posto dove coltivare ortaggi e conservare il proprio patrimonio culturale. Con il tempo costruirono case e strade, e iscrissero i loro figli nelle scuole locali. Dale Farm crebbe e, nel 2007, la sua popolazione superò i 400 abitanti. SINISTRA: Jay, un residente, subito dopo aver sbattuto la testa su un palo di cemento. Ha deciso di ignorare i consigli del medico che gli aveva ordinato di restare seduto e tranquillo.  DESTRA: Dei piccoli residenti giocano su un divano di fronte al cancello principale. Dal 1994, lo stile di vita dei nomadi ha risentito di una legge che permette alle autorità di cacciarli senza offrire loro un posto alternativo dove andare—prima i comuni erano obbligati da regolamento a fornire accampamenti. La legge fu revisionata, almeno stando alle dichiarazioni ufficiali, per incoraggiare i Pavee a stabilirsi in dimore fisse; in realtà, è raro che gli ufficiali rilascino i permessi necessari per stabilirsi in un luogo. “Anche quando facciamo domanda per la concessione edilizia, ci viene rifiutata,” protesta Steve, un anziano residente. “È per colpa della nostra cultura; sono razzisti, bigotti.” Ci sediamo su ceppi d’albero e vecchi sedili d’auto vicino al cancello principale. Guardiamo con compassione gli attivisti, non-nomadi, che scavalcano le impalcature per rafforzare le strutture. Le folte sopracciglia di Steve si aggrappano con forza ai suoi tristi occhi blu, la pelle del suo volto gentile è segnata da una vita all’aperto. “Non è sempre stato così. Noi siamo gente orgogliosa,” dice. Descrive Dale Farm com’era prima, con l’asfalto regolare e i giardini ben curati, un luogo dove le famiglie si riunivano e giocavano allegramente. Alcuni campi sono già stati sgomberati, i loro proprietari hanno deciso di partire ed evitare il rischio di perdere tutto a causa dei caterpillar. Altre case sono rimaste, i loro abitanti hanno giurato di “andare fino in fondo.” Un po’ di icone religiose stropicciate sono sparse in giro: a un Cristo in fibra di vetro sono state riattaccate le braccia con del nastro adesivo, e una stampa della Vergine Maria fissa un gabinetto da dietro un vetro rotto. I Pavee sono profondamente cattolici, e seguono severamente le regole della loro religione: niente sesso prematrimoniale e niente divorzio. Quando arriva la notte, la pioggia trasforma i cortili anteriori in fango. Nessuno dormirà stanotte. Si mormora che domani ci sarà lo sfratto. Gli zingari bevono e cantano canzoni tradizionali, gli attivisti sorvegliano le case di legno e il perimetro del campo. Il mattino seguente mi sveglio soffocando nella mia tenda mezza crollata. Sono le sei del mattino. Durante la notte qualcuno è inciampato sulle pietre che tenevano fermi i bordi. Sono state costruite altre barricate, questa volta all’interno del perimetro del campo. Callum, uno studente di bioingegneria, ne sta costruendo una che blocca la strada che conduce al campo. Indossa stivali neri consumati e vestiti scuri militari. Lega il muro della casa-giocattolo di un bambino all’impalcatura; per raggiungerla e fissare il nodo deve passare attraverso un ritaglio rosa a forma di cuore. “Dovrebbe rallentare le macchine demolitrici e farci guadagnare tempo per arrampicarci sui tetti e incatenarci,” dice. Ripercorrendo la strada, le impalcature sono piene di gomme tenute insieme da filo spinato e chiodi. Le parole “LE NOSTRE CASE” sfidano chiunque passi. Infilo la mia tenda nella borsa. Mi si avvicina uno zingaro: indossa dei pantaloni scuri, delle scarpe fighe e un maglione di lana con uno scollo a V. I capelli brizzolati sono pettinati in stile anni Sessanta. “Lasciala pure lì,” mi dice indicando la tenda con la sigaretta, “Puoi restare quanto ti pare.” Lo seguo nella sua roulotte per dare un’occhiata alle ultime novità che vengono trasmesse dalle telecamere degli operatori dall’altra parte delle recinzioni. Diciamo che a Dale Farm gli aggiornamenti scarseggiano. La gente si affida alla TV satellitare e alle radio. La maggior parte delle informazioni si diffonde tramite passaparola filtrati da resoconti di prima mano di chi, al telefono, racconta quello che succede in tribunale. Le ultime novità danno lo sgombero probabile per mezzogiorno. Il cranio di un cinghiale, affisso alle barricate che circondano il campo, mette in guardia poliziotti e guardoni Superato il cancello d’entrata mi sono imbattuto in una macchina bruciata piena di cemento. Mascherati e incappucciati in felpe blu, gli attivisti sdraiati per terra si erano incatenati al veicolo. Una bambina del posto che avrà avuto forse cinque anni, si trascinava dietro quello che possedeva in una valigia di Trilly. L’unico modo per entrare è passare attraverso un corridoio fatto di filo spinato della grandezza di un pallone da calcio. Un altro veicolo blocca la via, le sue gomme bucate e gli attivisti incatenati non consentono alcun passaggio. “NESSUN POSTO È COME CASA,” questo c’è scritto in maiuscolo sulla cappotta. Il cielo sopra di me è bucato da appuntite barricate di metallo che troneggiano a dieci metri di altezza. Con il preciso scopo di infastidire gli ufficiali giudiziari e concedere interviste ai numerosi giornalisti che stanno fuori, gli abitanti di Dale Farm, introversi di natura, cercano di aggirare i bastioni. Le mamme appoggiate alle recinzioni, incoraggiano agli attivisti, mentre le ragazze cercano di tirare in mezzo i fratelli e le sorelle più piccole per unirsi a loro. Avvicinandosi all’obiettivo di una telecamera, una grida, “Noi non andiamo da nessuna parte! Questa è casa nostra! Alcuni di noi qui ci sono nati!” Tra la gente inizia a girare la voce che i poliziotti stanno cercando di aggirarli per sfondare le recinzioni da un’altra parte. Rapidamente gli attivisti si mobilitano per andare a rafforzare le altre recinzioni e controllare che i teloni non ostacolino la visuale degli operatori che stanno riprendendo dall’alto dei bracci meccanici. Mi sposto un po’ più vicino al cancello e lì noto una ragazza. Si è coperta con un telo, goffamente. Intorno al collo porta una catena. Mi rendo conto che se il cancello dovesse aprirsi, le romperebbe il collo. Mentre mi preparo a scattare una foto, vengo spintonato via. “Non fotografare ora. Sta facendo pipì.” Grazie a un’ingiunzione lo sgombero è stato scongiurato e i residenti hanno altri cinque giorni di libertà. La musica aumenta all’interno del campo e i giornalisti ottengono il permesso di entrare. Gli zingari e gli attivisti, trionfanti nella loro effimera vittoria, si congratulano l’un l’altro, spalla contro spalla. In qualche modo poco chiaro, grazie a un percorso segreto, riescono a fare entrare birra nel campo. Alcuni attivisti cercano di fermare l’avanzata della polizia. La crisi è scampata, e probabilmente questo episodio entrerà nella storia del campo. Questa è una terra sacra, che ha visto molte nascite, tante morti e diversi matrimoni. “Mio fratello e mia cognata sono morti carbonizzati dopo che il loro camper ha preso fuoco,” mi racconta Patrick, indicandomi il luogo esatto a una cinquantina di metri da noi. “Anche mio padre è morto qui, non abbiamo fatto in tempo a portarlo in ospedale, e comunque era troppo vecchio.” Sua moglie e i suoi figli, consumati dallo stress, hanno deciso di andarsene. Ora vive sui divani dei suoi conoscenti, a casa di amici, preferisce così. Il processo legale si trascina per quattro settimane. Gli attivisti sfruttano questo periodo di calma per andarsene—molti di loro non faranno più ritorno. Tanti zingari, temendo il peggio, decidono di spostare le loro roulotte da un’altra parte. I più convinti rimangono. I giudici deliberano altre ingiunzioni temporanee, prolungando l’agonia dei residenti. Le decisioni vengono rimandate per giorni. Nel campo si fa strada un clima sempre più sospetto: i nomadi si lamentano con gli attivisti e gli attivisti si lamentano con i giornalisti. “Le nostre possibilità di vittoria sono praticamente nulle,” singhiozza Patrick. A quanto pare il campo sembra essere l’unico posto perfetto per lui. Era intimo e assolutamente indesiderabile per ogni altro essere umano. “Se non possiamo vivere su un terreno sporco e abbandonato, allora dove andremo?” dice. Oggi le compagnie private demoliscono le fondamenta mattone dopo mattone, sradicando le condutture. Il liquame si disperde in strada come le case delle famiglie rimaste senza un soldo. “Io non me ne vado da nessuna parte, questa è casa mia,” dice Patrick. Nonostante i ricorsi, le proteste e le manifestazioni, Dale Farm è giunta al capolinea. I giudici si rifiutano di concedere ai residenti un nuovo diritto di ricorso e gli ufficiali giudiziari hanno emesso la notifica di sfratto, lasciando al campo 48 ore di vita. Un’enorme gru attende minacciosa nel campo adiacente, fiancheggiata da macchine della polizia. Uno sciame di attivisti fa ritorno. Dal bosco vengono tirati sassi agli ufficiali. “Infrangiamo la legge se stiamo qui, infrangiamo la legge se viaggiamo,” dice Patrick. Adottando una posa da cowboy fa finta di sparare al gruppetto di forze dell’ordine e dice: “Me ne starò qui e infrangerò la legge.” È il 19 ottobre ed è quasi l’alba quando striscio fuori dal mio sacco a pelo. Ho appena assaporato il secondo sorso di caffè quando suona l’allarme—un acuto e intenso fischio prolungato. Si sentono grida provenienti dal perimetro di guardia. Mi sporgo fuori dalla finestra della cucina e vedo la luna riflettersi attraverso i caschi blu e gli scudi lucidi della polizia in assetto antisommossa. Stanno marciando sull’erba. Gli attivisti completamente vestiti di nero, quasi invisibili, si dirigono verso di loro, cercando di respingerli con barriere fatte di prefabbricato, legno e filo spinato. La polizia attacca con i taser. La prima linea degli attivisti, gridando, cade. Schiere di poliziotti irrompono nel campo. Sotto una grandine di bottiglie e mattoni, la polizia spinge gli attivisti alla ritirata verso il cancello d’ingresso. Patrick si divincola attraverso la folla in fermento, riprendendo tutto. Sbuffi di fumo acido gonfiano il limpido cielo autunnale. Un camper è stato incendiato e utilizzato come ulteriore linea di difesa. Gli zingari e gli attivisti si aiutano a vicenda, lanciando gomme, divani e vecchi pezzi di baracca nell’incendio, tingendo l’aria di un nero denso. Dale Farm non esiste più. L’unica luce presente, ora, è quella proiettata dalle forze dell’ordine con i loro riflettori attraverso il cemento e il metallo di fronte al cancello principale. Quando uno dei rivoltosi si presenta, la polizia rimane asserragliata dietro i suoi lucenti scudi. L’attivista non ha più la maschera e nemmeno il suo completo nero, esce a viso scoperto. Si ferma a pochi metri da loro e con rabbia, sputando, grida: “Siete felici ora? Riuscite a dormire la notte?”