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Persone che non ci mancheranno

Indovinate di chi stiamo parlando?
Leonardo Bianchi
Rome, IT
11 giugno 2013, 9:33am

Ammetto di essermi commosso anch’io dopo aver visto Gianni Alemanno in lacrime tra le braccia del capo della sua segreteria Antonio Lucarelli. E di essermi impietosito al pensiero dell’ex sindaco di Roma a casa da solo, con i calzettoni spugnosi ai piedi e un pacco di Gocciole di fianco al divano, intento ad accarezzare il ciondolo con la celtica mentre in tv scorrono in loop i servizi del Tg5 sugli stupri degli immigrati e l’omicidio di Giovanna Reggiani.

Nemmeno un’incredibile versione dell’Harlem Shake è servita a mobilitare un elettorato demotivato e sconfiggere un avversario che, nonostante il giubilo dei dirigenti del Pd, ha preso meno voti di Rutelli nel 2008.

La struggente immagine di Alemanno in pigiamone e kleenex umidicci in mano si è tuttavia polverizzata al cospetto di cinque anni infami, costellati di scandali di ogni tipo, neofascisti infilati al Campidoglio e nelle società partecipate, parentopoli varie, criminalità organizzata in ascesa, appalti truccati, corruzione alle stelle e trasporti pubblici da terzo mondo. Se non altro il 10 giugno 2013 ha sancito la morte di un certo tipo di destra romana—una destra impresentabile, traffichina e ipocrita che si lascia alle spalle una città allo sbando, indebitata e sventrata dalla speculazione edilizia.

Le ultime amministrative, inoltre, hanno fatto sparire un’altra destra non meno squallida di quella di Alemanno & co.: quella leghista di Giancarlo Gentilini, 83 anni, l’uomo che per vent’anni ha regnato a Treviso e contribuito a trasformare l’immagine della città in una specie di Sudafrica dell’apartheid per non-veneti.

La campagna elettorale di Gentilini, che fronteggiava il renziano Giovanni Manildo, è stata contrassegnata dall’usuale sobrietà. “Non sono io a volerlo," aveva confidato alla Zanzara. “È il popolo che vuole che mi ricandidi come sindaco di Treviso. È un grido di dolore che nasce dal mio popolo. Voglio completare un ventennio come il Duce.” Alla Tribuna di Treviso aveva assicurato che avrebbe spazzato via Pd e Movimento 5 Stelle: “Vincere. E vinceremo, con me alla testa di un gruppo di giovani. Sarò il podestà alla guida dei suoi giovani leoni.” A una televisione locale aveva ribadito: “Credo che vincerei con maggioranze bulgare.”

Dopo la batosta al primo turno, Gentilini aveva però cominciato a perdere lucidità, come dimostra questa intervista a Repubblica: “Il baluardo della libertà e della difesa delle nostre tradizioni sono io: un crociato sansepolcrista che erigerà un muro contro la dittatura comunista.” Ieri un “incredulo” Gentilini, parlando di sé in terza persona, ha dichiarato che “è finita l’era Gentilini, è finita l'era della Lega e del Pdl. Stop. Adesso Gentilini scompare dalla scena amministrativa e politica.”

“L’era Gentilini” inizia nel lontano 1994, quando “il sceriffo” batte l’ex partigiano e candidato del centrosinistra Aldo Tognana. Gentilini non ci mette molto a farsi notare a livello nazionale. Oltre alle ronde per combattere il “degrado morale” di Treviso, il sindaco lancia una campagna per illuminare le mura della città e snidare “ladri, puttane, culattoni e efebi negri e bianchi e loschi figuri che si aggirano di notte e non si vedono.” Nel 1997 Gentilini fa togliere le panchine del centro e conficcare spuntoni nei muretti con la seguente motivazione: “Era domenica e ho visto nella zona della stazione decine di negri seduti sulle spallette del ponte, altri extracomunitari seduti sulle panchine e sacchetti e zaini attaccati penzoloni ai rami degli alberi. Il giorno dopo sono andato dal prefetto perché non tollero che Treviso diventi una terra di occupazione. Un sedere umano su quei muretti non siederà più.”

Nel 1998 lo Sceriffo viene rieletto sindaco, e dal 2003 ricopre l’incarico di vicesindaco (o “prosindaco”, come lo chiama lui). L’obiettivo di Gentilini è piuttosto semplice: modellare Treviso a immagine e somiglianza della Berlino degli anni ’30. Espelle gli zingari con un’ordinanza: “Tornino nel Montenegro o nella ex Jugoslavia. Qui non li voglio. La maggior parte dei furti sono fatti da minorenni e donne incinte nomadi e quindi tutti gli arrivi improvvisi potrebbero far crescere la micro-criminalità.” Invoca la pulizia etnica dei “culattoni”: “Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni. I culattoni devono andare in altri capoluoghi di regione che so che sono disposti ad accoglierli. Qui a Treviso non c'è nessuna possibilità per culattoni o simili”. E propone una pratica soluzione finale per porre rimedio all’emergenza immigrazione: “Gli immigrati bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile”

Col passare degli anni, i discorsi di Gentilini si fanno sempre più violenti e razzisti. Il 14 settembre 2008 lo Sceriffo tiene una delle più agghiaccianti orazioni della politica italiana contemporanea—il “Vangelo di Gentilini”, una tirata fascista contro immigranti, rom, omosessuali, prostitute, giornalisti e magistrati.

È troppo anche per la magistratura, che interviene. Nel 2009 Gentilini viene condannato dal Tribunale di Venezia per istigazione al razzismo. La pena comporta 4mila euro di multa e la sospensione per tre anni dai pubblici comizi. I giudici non si lasciano impressionare dalla difesa dell’avvocato di Gentilini: “Non c'era alcuna maliziosità contro le razze ma il sostegno ad idee ben note nel mio assistito finalizzate all'integrazione tra etnie diverse.” La condanna è stata confermata in appello lo scorso aprile.

Gentilini, del resto, partorisce le idee migliori in tema di “integrazione tra etnie diverse” ogni volta che uno straniero commette un delitto efferato. Nel 2007, dopo il brutale duplice omicidio di Gorgo, augurò ai familiari di Pecoraro Scanio la stessa sorte delle vittime: "A Gorgo hanno violentato una donna con uno scalpello davanti e didietro. E io dico a Pecoraro Scanio che voglio che succeda la stessa cosa a sua sorella e a sua madre." Qualche settimana fa, il politico leghista aveva preteso “un’iniezione letale” a Mada Kabobo [l’immigrato che ha ucciso tre persone a picconate a Milano] e consigliato agli immigrati di appuntarsi “sul petto un pezzo di lenzuolo, con nome, cognome e luogo di destinazione,” perché “bisogna sapere chi calca il territorio italiano.”

Nel 2008 Gentilini aveva spiegato a El Pais—nel caso ci fosse qualche dubbio—la sua ideologia politica di riferimento: “Io applico il fascismo e il cattolicesimo. Fui educato alla mistica fascista, l’amore per il tricolore, le leggi e il prossimo.” Per ribadire il concetto, che spesso ha creato più di un problema con la retorica padana della Lega Nord, Gentilini aveva inoltre confidato ad un quotidiano locale di avere come inno nazionale "Battaglioni del Duce”. L’anno seguente, quando scoppiò la paranoia intorno all’influenza suina, lo Sceriffo se ne uscì con una proposta rivoluzionaria: “Per evitare che l’influenza A si diffonda reintroduciamo il saluto romano. […] L’importante è che il virus non si diffonda per Treviso. Per questo credo il braccio alzato sia una buona soluzione. Rimarrebbe il saluto che usano i militari, ma mi sembra meno adeguato. Molto meglio il saluto romano che viene da lontano e tutti conoscono.”

Ora, non so se il fatto che due figure come Alemanno e Gentilini siano state spazzate via dalla scena politica renda il Paese un posto automaticamente migliore. Di certo la fine di un fascista conclamato risparmierà alle prossime generazioni lo strazio di dover sentire per vent’anni di fila un vecchio che vomita i peggiori deliri xenofobi in un clima di sottovalutazione costante (“è solo folklore”) e sostanziale impunità.

In realtà, per quanto improbabili e incompetenti, queste persone facevano dannatamente sul serio, e le ferite che hanno inflitto alla società impiegheranno parecchio tempo per rimarginarsi del tutto. Non ci mancheranno.

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