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Mi hanno accusata di voler uccidere i miei compagni di classe

Credevano stessi pianificando una strage, ma in realtà erano gli altri a volersi sbarazzare di me.
23 gennaio 2013, 1:07pm
L'autrice al liceo.

Per molti, la sparatoria di Newtown sarà già un ricordo sbiadito, un evento orribile sostituito nelle prime pagine da altri eventi orribili. Subito dopo aver appreso la notizia ero sconvolta, come molti altri. Oltre ad una profonda tristezza, però, quell'episodio ha suscitato in me anche altre emozioni, più complicatemi ha ricordato che quando ero un'adolescente le persone mi credevano capace di compiere atti come quelli di Newtown. A un certo punto, ero più una potenziale assassina che non una potenziale vittima.

Sono cresciuta a Barre, Vermont, una cittadina di rara bruttezza e con un livello di povertà pari a quello della periferia di un grande centro urbano, impreziosita da una clinica di riabilitazione e dalle vetrine dei negozi abbandonati. È una città che ha allevato tossici, suicidi e sfigati, ma io ero comunque troppo strana per i suoi confini. Da bambina possedevo una vena eccentrica ed ero incline a passare lunghi periodi di tempo in silenzio, interrotti da scoppi di iperattività. Per di più avevo un senso dell'umorismo nero e mi piaceva indossare abiti stravaganti. Ho cercato di domare queste tendenze e di stare al di sotto del radar sociale per tutta la durata delle medie e i primi anni del liceo, ma non ha aiutato. Sembrava che i miei compagni di classe annusassero il fatto che in me c'era qualcosa che non andava. Sono stata bullizzata senza pietà per anni, perfino dalle mie cosiddette "amiche", come nei peggiori stereotipi sulle pre-adolescenti. I miei amici mi mandavano messaggi contraddittori, mostrandosi affettuosi in un primo momento, per poi commettere atti di terrorismo emotivo, di violenza fisica al limite della violenza sessuale. Controllavano tutto: quello che indossavo, quello che mangiavo e con chi parlavo. Immaginate Mean Girls, ma con ragazze meno attraenti e popolari, e molto più perfide. Probabilmente eravamo amiche per mancanza di alternative—tutte vittime del bullismo di quelli più popolari, costrette a fare gruppo senza mai scambiare la nostra alleanza forzata per affetto.

Nell'estate del 1997, prima di cominciare il mio secondo anno di liceo, ero giunta alla conclusione che, qualsiasi cosa facessi, non mi sarei comunque riuscita ad inserire. Ero ancora timida e introversa, così esprimevo la mia ribellione attraverso gli abiti—magliette offensive, collari per cani, trucco eccessivo e via dicendo—e non con le parole. Questo comportamento non era diretto contro i miei genitori (a loro non importava come mi vestivo) ma verso i miei amici e il resto della scuola.

A quei tempi tra i giovani del posto non c'era una sottocultura goth e così mi si notava come un tendone da circo nel deserto. Ero di gran lunga l'adolescente con il look più appariscente in tutta la città. Il mio stile incontrava in egual misura disgusto e ammirazione da parte dei miei compagni di scuola, ma gli atti di bullismo, come c'era da aspettarsi, crebbero esponenzialmente—venivo aggredita verbalmente e fisicamente e, almeno una volta al mese, minacciata di morte. Gli insegnanti non solo non si sprecavano a difendermi, ma a volte criticavano anch'essi il mio aspetto, forse nel tentativo di fare colpo sugli studenti più popolari, molto spesso figli delle persone più importanti della città.

Inoltre, per sfogarmi scarabocchiavo in un libro, dove scrivevo anche poesie e racconti. Lo condividevo con i miei amici e ben presto divenne una fonte di battute all'interno del nostro gruppo. Ah già, nel libro uccidevo anche alcune persone, persone che conoscevo e che consideravo cattive—mi riferivo a loro usando dei nomi fittizi e ne descrivevo le morti ridicole; molti di loro, nel mio scritto perdevano la vita all'Elks Club, schiacciati da una palla da discoteca. Ecco come ho raccontato la scena:

"__Nuffiunda tirò fuori dal taschino un coltello e, con calma, incise la corda. Per i ragazzi lì sotto non c'era più speranza. La palla da discoteca oscillò pericolosamente e in pochi secondi, forse appena quattro, non pendeva più sopra la pista da ballo. Il rumore di uno schianto risuonò nella stanza, mentre molti dei ragazzi andavano incontro al loro destino."

Col passare del tempo, ho preferito rifugiarmi nel mondo della scrittura invece di provare, fallendo, ad impressionare i miei aminemici, e il risultato di questo mio atteggiamento fu che venni bandita dal gruppo insieme ad un'altra ragazza. Eravamo sole nel senso più vero: solo due persone hanno firmato il mio annuario dell'ultimo anno, e lei era una di queste. Le ragazze che prima chiamavamo amiche erano diventate i nostri peggiori persecutori, dicendo in giro che andavamo a letto insieme e che io mi ero scopata un esercito di ragazzi—insomma, il solito.

Poi, il 1 maggio, appena 11 giorni dopo la sparatoria a Columbine, la mia vita ha preso una piega drasticamente stupida.

Tutto è cominciato in modo abbastanza normale: io e la mia compagna di sventure stavamo aspettando un passaggio, sedute sui gradini della scuola. Davanti a noi era parcheggiata l'auto della nostra peggiore diffamatrice. La mia amica mi dice di fare la guardia mentre scrive un biglietto malevolo e lo infila sotto il tergicristalli—aveva firmato il biglietto in cui le dava della vacca grassa e zoccola con il nome di uno dei personaggi della mia storia sull'Elks Club.

"Non puoi firmarlo con quel nome," le avevo detto."Capirà subito chi l'ha scritto."

Si trovò d'accordo e cambiò la firma in "Con affetto, La mafia dell'impermeabile".

Scrollai le spalle. Mi ricordo di aver detto: "Be' almeno adesso non saprà chi l'ha scritto". Non pensavo nemmeno che avremmo potuto passare dei guai. Subito dopo è arrivato il nostro passaggio e ricordo di aver sentito alla radio dell'ondata di minacce che, in tutta la nazione, promettevano di replicare quanto era successo al liceo Columbine. Credo di aver detto "Cazzo!!" ad alta voce—non ci eravamo nemmeno preoccupate di prestare attenzione: almeno una decina di ragazzi aveva visto la mia amica mettere il biglietto sotto il tergicristalli.

Come era prevedibile, fu chiamata la polizia e i dirigenti scolastici volevano parlarmi. Ma non erano interessati al biglietto, di cui avevo ammesso la complicità; volevano vedere il mio "piano di morte". A quanto pare, la mia vecchia amica aveva reagito al bigliettino andando a dire al vicepreside che la mia storia idiota e surreale era in realtà un piano da mettere in atto durante l'imminente ballo del terzo anno che, per una sciagurata coincidenza, si sarebbe svolto proprio in quel locale (non che fosse esattamente una sorpresa; tutto in quella cazzo di città si teneva lì). La scuola era anche stata informata del fatto che ero sul punto di costruire una bomba. Molte delle persone che conoscevo avevano accesso ad armi, essendo la mia una città con una grande tradizione di caccia, ma non c'erano fucili in casa né sapevo da che parte cominciare per costruire una bomba e, in generale, la cosa non mi interessava affatto.

Le voci sui miei presunti piani si sparsero in fretta e ovunque, fino a guadagnare la prima pagina del giornale locale. Visto che ero minorenne, non ero stata citata con il mio nome ma come "la ragazza che ha scritto una storia su come uccidere tutti al ballo."

Sul Times Argus di Barre-Montpelier del 7 maggio 1999 si può leggere:

"[Il preside] Sullivan ha detto che non c'era nulla di pericoloso nel biglietto, ma ha comunque condannato chi lo ha scritto, insieme all'autore del famigerato racconto e a chi ha dato adito a una lunga serie di pettegolezzi... Sullivan ha affermato che nel cortile della scuola non è stato piantato un crocifisso ricoperto da un impermeabile nero, che nessuna bomba è stata rinvenuta nella macchina per fare i pop-corn, così come non sussiste alcuna prova del fatto che gli studenti bosniaci stiano meditando vendetta in risposta all'attacco della NATO sulla Jugoslavia... aggiungendo che le voci a proposito di una bomba piazzata al ballo del terzo anno di sabato erano diffuse."

Quello stesso giorno, la filiale locale della CBS ha iniziato il notiziario trasmettendo una serie di inquadrature del mio liceo e dell'Elks Club, alternate alle immagini di ragazzi in fuga dal Columbine High School. "Il ballo del terzo anno" aveva detto il giornalista, "che dovrebbe essere una serata di divertimento per i ragazzi, sarà controllato da pattuglie di polizia. Voci riguardanti una sparatoria hanno allarmato i dirigenti scolastici. Il servizio di Kristin Kelly sulla nuvola nera che aleggia sulla sera del ballo."

Nessuno ha provato a contattare me, causa di quella nuvola nera di pericolo. Ma hanno intervistato studenti a caso, mentre fumavano fuori da scuola. Nonostante la frenesia che l'attenzione dei media provoca solitamente in una piccola città, la maggior parte degli intervistati disse ai giornalisti che si trattava solo di voci di corridoio. Molti studenti ne erano coscienti, ma sapevano anche che, finché il mulino macinava pettegolezzi, la scuola sarebbe rimasta chiusa per la paura di "minacce", lasciandoli così a casa in vacanza.

In una piccola città come la mia tutti sapevano che questa storia riguardava me, e non pochi erano convinti che mi ribollisse il sangue nelle vene. Perfino i miei genitori, che lavoravano in una città nemmeno troppo vicina, si sentirono dire dai colleghi che ero una ragazzina alquanto problematica. Nessuno provò nemmeno a nascondere la sua paura o il suo odio nei miei confronti. Quando camminavo per i corridoi della scuola sembravo Mosè davanti al Mar Rosso; ristoranti affollati si zittivano al mio ingresso; studenti che temevano di essere sulla mia inesistente lista nera si erano fatti esonerare dai corsi che frequentavano con me. Alcuni lanciarono uova contro la mia casa e il giorno in cui provai a mettere piede nel bar della scuola mi buttarono addosso bibite e patatine fritte.

A sedici anni ho passato lunghe ore ad essere interrogata dai miei professori a proposito del libro sul "piano malefico". In quanti modi si può chiedere ad una persona se ha intenzione di uccidere qualcuno? Perché credo di averli sentiti tutti. Volevano leggere il mio libro ma, come tutti gli scrittori in erba, non volevo diffondere una storia non ultimata, per non parlare del fatto che molto probabilmente avrei finito con l'essere etichettata come una pazza criminale. Sentivo addosso un sacco di pressione—eravamo nel pieno dell'isteria post-Columbine, e i notiziari non facevano altro che parlare di ragazzi arrestati per aver architettato piani simili. Ero sicura che la mia storia fosse abbastanza inquietante da farmi finire in galera.

Continua nella pagina successiva.

I miei genitori furono comprensivi e spesso andavano a parlare con i dirigenti scolastici, ma erano comunque usciti distrutti da tutta la storia. Il mio status di intoccabile incideva anche sulla loro vita sociale. Volevo combattere più duramente contro i miei accusatori, ma i miei genitori non potevano permetterselo né a livello finanziario né a livello emotivo. Spesero un sacco di soldi per assumere un avvocato con il quale ho parlato una sola volta, per telefono. Mi disse che dovevo consegnare la storia dell'Elks Club, solo così avrei dimostrato che non avevo nulla da nascondere.

Seguii il suo consiglio e consegnai la storia alla vicepreside. Fu letta anche dallo psicologo della scuola e, sorprendentemente, nessuno dei due la trovò neanche lontanamente minacciosa. A dire il vero la trovarono così poco minacciosa che mi tartassarono fino al diploma perché gli consegnassi la "versione originale".

Nonostante le lamentele, mi fu proibito di andare al ballo della scuola. Mi dissero che probabilmente mi avrebbero sparato se solo mi fossi avvicinata—pare che dei genitori fuori di testa avessero avvisato la scuola che avrebbero fatto la guardia nel parcheggio del locale, con tanto di fucili.

Fui anche informata del fatto che ero emotivamente disturbata e mi venne imposto di andare dallo psicologo della scuola due volte a settimana. Lo odiavo. Era viscido e condiscendente e, quando gli dicevo che ero stanca di essere molestata in continuazione, rispondeva che quei ragazzi si stavano semplicemente sfogando, che la loro era una reazione normale. Mi diceva anche che probabilmente non ce l'avevano con me quanto pensavo. Mentre mi accompagnava fuori dopo una seduta, due tizi mi avevano urlato "Pazza!" davanti a lui.

Alla fine i miei genitori mi mandarono da una specialista in un'altra città, ma la cosa non migliorò granché. Non voleva che parlassi della mia esperienza, dicendo di "averla già sentita al telegiornale." Si agitava ogni volta che entravo nella stanza e voleva parlare solo di quanto fossi depressa. E poi mi diede il Luvox, lo stesso farmaco che prendeva Eric Harris, il responsabile del massacro di Columbine. Le dissi che non credevo di essere depressa, che ero ottimista per natura. Guardandomi le unghie smaltate di nero mi disse che era certa che stessi combattendo contro la depressione. Il Luvox mi provocò episodi di insonnia. Quando riuscivo a dormire, mi svegliavo in preda ad allucinazioni. Allora passai al Prozac e, dopo effetti simili, allo Zoloft. Ancora oggi non credo di essere stata depressa—tutt'al più soffrivo di un disturbo d'ansia generalizzata, e i farmaci mi facevano stare solamente peggio. Mi ossessionavo con tutto e sentivo di avere sempre meno controllo su me stessa.

Da una pagina del mio diario datata 17 ottobre 1999: "Oggi sono scappata da scuola. Non so nemmeno cosa sia successo. Mi girava un sacco la testa e mi sentivo come se stessi per vomitare. Sono salita in macchina e sono partita ma ho dovuto accostare per vomitare. Poi sono tornata a scuola e ho dimenticato tutto. Mi sembra di non riuscire più a pensare normalmente."

La mia vita era diventata molto intensa, e avevo bisogno di parlarne con qualcuno di cui potessi fidarmi. A tutti piaceva parlare di me, ne ero certa, ma nessuno voleva parlare con me. Ero sempre più tagliata fuori. Gli amici e i vicini che passavano le vacanze con la mia famiglia hanno completamente tagliato i ponti con noi. È arrivato l'ultimo anno e sono stata esclusa dalle classi composte da coloro che erano le mie "vittime" pianificate e da quelle i cui docenti dicevano di avere paura di me (che, è venuto fuori, erano la maggior parte). L'insegnante di civica era particolarmente turbata—si rifiutava di parlarmi. Apparentemente ha detto ad alcuni dei miei compagni e docenti che nella nostra comunità non c'era un posto per me, che non sarei mai stata in grado di funzionare nella società, e che probabilmente sarei morta prima dell'università. Quando mi aveva conosciuta alle scuole medie si era espressa definendomi "dotata". Ma ora ero un mostro, e ho abbandonato le sue lezioni per iscrivermi a un corso professionale.

Dalla pagina del mio diario datata 3 novembre: "Sono sconvolta. Oggi il signor [nome rimosso per la pubblicazione] ha detto ai miei genitori che alcuni insegnanti dicono stronzate su di me. Quando ho cercato di iscrivermi al suo corso dicevano, "Non sai in cosa ti stai cacciando" e che sono mentalmente instabile. Gli insegnanti non sono meglio degli studenti. Il signor non gli ha dato retta, per fortuna. Ha detto che sono la miglior allieva del corso. Il che ha senso, perché nessun altro se ne frega. Voglio solo passare quest'anno senza problemi ma voglio anche la mia rivincita."

I miei genitori dicevano che potevo lasciare la scuola se volevo, ma non volevo. Mi sembrava che andarmene sarebbe stata un'ammissione di colpa, e mi sentivo stranamente attaccata al luogo e alle persone con cui ero cresciuta. Erano tutto quello che conoscevo e non volevo ricominciare. Inoltre, perché ripartire da zero quando potevo giocare con la mia nuova reputazione di maniaca potenzialmente mortale? Era liberatorio. Potevo fare tutto quello che volevo, nessuno mi avrebbe guardato dall'alto in basso più di quanto già non facessero.

Di conseguenza, il mio modo di vestire e il mio comportamento sono diventati sempre più bizzarri—mi sembrava che alzare la posta fosse l'unica soluzione ragionevole. Volevo creare una persona che avrebbe aiutato a minimizzare i miei tormenti, e ho concluso che sarebbe stata una versione iper-reale e più cattiva di me stessa. Mi ero stufata di limitare i danni quindi ho pensato di dare loro quello che volevano. Ogni passo che facevo era uno spettacolo—tutto quello che dovevo fare era presentami a un'attività scolastica per infastidire visibilmente i presenti. Una volta ho fatto una breve apparizione di 15 minuti a un ballo con addosso un vestito corto argentato, e quei 15 minuti sono risultati in settimane di chiacchiere—i racconti sul mio vestito "malato" sono circolati finché non è stato detto che aveva chiodi e borchie. Era come essere una celebrità. Si tenne anche una riunione dell'associazione genitori-insegnanti, e uno degli argomenti discussi era se potevo o meno essere esclusa da tutti i balli e le attività extra-scolastiche.

Ho iniziato a forzare i limiti, e sono passata dall'ignorare i commenti della gente a strappare i poster dalle pareti di fronte a loro con fare intimidatorio. In un paio di occasioni ho effettivamente inseguito delle persone. E loro correvano sempre. Era divertente. Volete una psicopatica? Vi darò una psicopatica. Quella era la mia logica, ed è diventata una sorta di gioco.

Nel bel mezzo del mio ostracismo ho iniziato a essere consumata dall'odio—vero odio, questa volta—e a stare male psicologicamente. Sognavo che il killer della Columbine Dylan Klebold mi telefonava e di una tempesta che uccideva persone del mio liceo.

Dalla pagina del mio diario datata 19 novembre: "Ieri notte ho fatto un altro sogno su un fulmine che uccide della gente, solo che invece di essere al ballo questa volta era dentro la scuola. Sentivo delle persone gridare mentre morivano, ma c'era anche un rumore tremendo che ricordava i raptor di Jurassic Park."

Non riuscivo più a ritrovarmi in nessun personaggio della televisione o dei film perché davo per scontato che tutti mi avrebbero detestato o indicato se mi avessero incontrata. Ho iniziato a identificarmi con altri autori di stragi nelle scuole, non perché volevo uccidere delle persone, ma perché le loro vite erano le uniche che immaginavo comparabili alla mia. Mi sentivo come il personaggio principale di Carrie. Prima di fare la strage al ballo, le sembrava che tutti stessero ridendo di lei. Ma in realtà erano solo un paio di prescelti che la tormentavano; gli altri provavano repulsione per il loro comportamento. La sua visione, il suo intero universo, si era distorto, proprio come il mio. Mi ero trasformata da una ragazza tormentata a una tormentatrice mediocre, e ho effettivamente iniziato ad avere comportamenti da pazza. Ho anche scritto "SONO DIO" sul mio cappello del diploma.

Oggi, la maggior parte delle persone che conoscevo all'epoca si trova a disagio nel parlare di quel mio completo fallimento. Ho sollevato l'argomento con un paio dei miei vecchi compagni di classe ed è come togliere un dente. "Non mi ricordo niente a proposito," dicono tutti, prima di ammettere che ovviamente non era così. "Come diamine ci si potrebbe scordare di una cosa del genere?" mi dicono. "È solo che non volevo farti stare male."

In quello che immagino sia il processo che attraversano un sacco di ragazzini "strani", mi sono ritrovata a essere accettata dagli altri una volta iniziata l'università, ma c'erano degli effetti residui di quell'anno d'infamia. Mi sembrava di essere emotivamente entrata in un luogo da cui non c'era ritorno. Come un drogato si abitua agli stupefacenti, io mi ero abituata a tutta quell'attenzione e avevo bisogno di una quantità indecente per sentirmi normale—ma oltre a quello, in me c'era un desiderio di vendetta profondamente radicato. Non una vendetta del tipo "sparo all'impazzata", ma avevo un impulso per cui dovevo provare qualcosa, malgrado non fossi sicura di cosa cercassi di provare, o a chi. È strano da ammettere, ma ho sempre percepito un vuoto nella mia vita, senza quell'infamia, anche se su piccola scala.

Ho avuto un assaggio della notorietà che ci si guadagna facendo qualcosa di cattivo—e forse, spaventosamente, un pizzico di quello che motiva un vero autore di strage. Quando sei bloccato in un solco di disperazione, essere trasformato in un cattivo di proporzioni cinematografiche risulta stranamente invitante.

Gina Tron è collaboratrice di LadygunnMagazine e direttrice creativa del Williamsburg Fashion Weekend, oltre a essere Editor in chief della rivista dell'evento. È in procinto di concludere un libro.