VICEhttps://www.vice.com/itRSS feed for https://www.vice.comitWed, 23 Jan 2019 11:05:43 +0000<![CDATA[Il fotografo che porta in vita i suoi incubi]]>https://www.vice.com/it/article/43zy8n/il-fotografo-che-porta-in-vita-i-suoi-incubiWed, 23 Jan 2019 11:05:43 +0000Abbiamo incontrato Nicolas Bruno, il fotografo americano che soffre di paralisi nel sonno e che trasforma le sue terrificanti allucinazioni notturne in scatti inquietanti. Bruno ci ha raccontato la sua esperienza, il processo creativo e ci ha mostrato nel dettaglio come riesce a sconfiggere l'insonnia grazie all'arte.

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<![CDATA[Mentre facevamo battute su Lino Banfi, il decreto Salvini continuava coi suoi disastri]]>https://www.vice.com/it/article/wjmqy4/svuotamento-del-cara-di-castelnuovo-di-portoWed, 23 Jan 2019 11:02:21 +0000Mentre le nostre timeline erano invase dalle frasi vere e presunte pronunciate da Lino Banfi "nuovo commissario italiano per l'UNESCO", nel mondo là fuori il Viminale agiva—praticamente indisturbato—con le modalità a cui ci ha abituato in questo periodo. Ieri, con l’impiego dell’esercito, sono iniziate le procedure di svuotamento del Cara di Castelnuovo di Porto con conseguenze tutt’altro che leggere.

Il centro per i richiedenti asilo in provincia di Roma—attivo da oltre dieci anni—ospita al momento più di 500 persone, 305 delle quali verranno “deportate,” come denuncia il PD attraverso le parole di Monica Cirinnà che parla di “memoria di macabre liste.”

Tareke Bhrane, mediatore culturale del centro, sostiene che l’atto di forza sia avvenuto all’improvviso: “Noi non sapevamo nulla e neanche i migranti, il trasferimento è partito stamattina, siamo stati avvisati due giorni fa. Siamo tutti molto preoccupati. Ci sono famiglie con minori, ci sono vittime di tratta. Tutti i bambini frequentano la scuola, e molti ragazzi lavorano al Comune, nel servizio giardini.”

Ora, prosegue, tutto questo finirà: “Le persone vengono portate via come pacchi, senza tener conto della loro volontà e delle loro problematiche. Il caos è totale, è tutto top secret, nessuno dice nulla. Chiaramente anche i lavoratori del centro [ più di 100] finiranno per strada.” Una di loro, Dora Mangione, ha dichiarato al Redattore Sociale che “il decreto sicurezza sta creando un disagio totale assoluto, sta creando disoccupati. Dov’è il prima gli italiani?”

Molti altri hanno segnalato l’assurdità delle modalità di svolgimento dell’operazione; tra cui, ad esempio, la Croce Rossa romana su Facebook e la basilica di San Francesco di Assisi su Twitter.

Nel tardo pomeriggio di ieri si è tenuto un sit-in di protesta organizzato dal sindaco di centrosinistra Riccardo Travaglini. Il quale ha detto che “non si possono sbattere le persone sulla strada,” riferendosi a 20 rifugiati che si troveranno in queste condizioni a causa del decreto Salvini, e per cui sono stati “attivati i servizi socio-assistenziali.”

La consigliera regionale del PD Marta Bonafoni, su Facebook, ha raccontato che i primi 30 a essere selezionati per lo smistamento non conoscono—al momento di salire sul pullman—neppure la loro destinazione.

Questa mattina sarebbe dovuto partire un gruppo di altre 75 persone, ma il pullman sul quale si trovavano è stato bloccato dalla parlamentare di Liberi e Uguali Rossella Muroni, che si è messa davanti chiedendo “indicazioni precise del luogo dove i migranti venivano portati.” Non ricevendo risposta, ha rifiutato di spostarsi; il bus ha così fatto marcia indietro, tra gli applausi dei presenti.

Secondo Matteo Salvini, appoggiato dal proprio partito che esulta a suon di “finalmente i fatti,” non c’è però da preoccuparsi per la sorte di questi rifugiati che finiranno in “altre bellissime strutture.” Il vicepremier non ha rinunciato ad attaccare le opposizioni—definendo “balle spaziali” le “deportazioni”—e gli stessi migranti: “Non puoi pretendere di andare a Cortina, di andare qui o lì; ti garantiamo l’esame della tua pratica e se scappi dalla guerra ti accogliamo, altrimenti torni da dove vieni.”

Com’era già successo subito dopo l’approvazione del decreto sicurezza, si perpetua così la politica di urlare astrattamente alla sicurezza—mentre, nella pratica, non si fa altro che creare il caos.

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<![CDATA[Adrian di Celentano è un mix di Matrix, Don Matteo e The Lady]]>https://www.vice.com/it/article/bjq8bz/adrian-di-celentano-recensioneWed, 23 Jan 2019 10:05:39 +0000Fra lunedì sera e ieri sono andate in onda su Canale Cinque le prime due puntate di Adrian, la serie animata ideata da Adriano Celentano, prodotta da Adriano Celentano, con la regia di Adriano Celentano e il montaggio di Adriano Celentano. Un progetto costato pare 20 milioni di euro, in lavorazione da anni, che ha collezionato un infinito name dropping di partecipanti e autori: ci hanno lavorato Milo Manara, Vincenzo Cerami, Alessandro Baricco e Nicola Piovani. Se per volontà o sventura nelle scorse settimane avete acceso la TV su una rete Mediaset vi sarete accorti che l'attesa era piuttosto pungente, visto che i promo della serie passavano ogni 30 secondi.

Dopo la prima puntata, però, la quasi totalità dei commentatori—professionali o meno—si è sperticata per riuscire a incasellare verbalmente quanto avesse fatto schifo Adrian. Mentre la restante percentuale ha tentato di schernire chi criticava Celentano, nel classico giochino di internet secondo cui chi percula il perculatore è sempre il più furbo. Ebbene, dopo aver visto entrambe le puntate, posso personalmente decretare la sconfitta di questa antica tecnica di faida nata su Facebook: in Adrian non ci sono commenti di rimbalzo o sotto-analisi da sviscerare per i bastiancontrari. Si salvano quasi esclusivamente i disegni di Milo Manara, e neanche sempre.

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Prima di ogni puntata, in diretta dal teatro Camploy di Verona, si tiene uno show preliminare, Aspettando Adrian. Con la partecipazione di comici italiani abusati—Nino Frassica, Natalino Balasso e Giovanni di Aldo Giovanni e Giacomo—e qualche sporadica apparizione silenziosa e minimalista di Celentano. Non è che sia proprio granché come show di apertura, ma iniziamo subito col dire che le battute di Nino Frassica e Balasso rappresentano il meglio di questo progetto da 20 milioni di euro. Poi, parte la serie.

La trama, la sceneggiatura, i dialoghi e la retorica di Adrian costituiscono uno strano mix che sembra inglobare elementi presi in porzioni eque da Matrix, Don Matteo, un giornalino osé anni Ottanta e The Lady.

Ambientata a Milano nel 2068, la trama di Adrian ruota attorno al suo alter-ego del futuro. Un orologiaio altezzoso e misterioso (nel 2068 esistono ancora gli orologiai) che si muove in una società dominata da lobby mafiose che limitano la libertà del popolo con l'inganno e la incanalano in una spirale di cementificazione e consumismo. Milano, in questo scenario apocalittico, è composta al 99,9 percento da grattacieli torreggianti e malefici. Si salva solo il quartiere in cui vive l'Orologiaio: via Gluck.

Una specie di Naviglio Grande dei tempi di Alda Merini in cui si respira ancora l'aria onesta e autentica di un popolo milanese che non si arrende alla speculazione edilizia. Ci sono le botteghe, le casette in pietra con l'equo canone, i barcaioli che remano nei canaletti, e la gente che se ne va in giro vestita come nell'Italia del dopoguerra nonostante ormai sia pratica diffusa comunicare con gli ologrammi. Adrian l'orologiaio dietro casa sua ha addirittura un giardinetto con lo steccato—una specie di Palestra dell'Ardimento di Alan Ford—in cui sdraiarsi per terra a pensare e coltivare le carote biologiche. La prima cosa che capiamo del futuro distopico di Celentano, insomma, è che a Milano nel 2068 non esiste più la gentrificazione.

Ma l'Orologiaio non è soltanto il dandy della Milano autentica, è una specie di eroe con un potenziale inespresso, in grado di vedere in faccia i mali della società, e ispirare i giovani a ribellarsi contro le malversazioni del potere. Un Neo di Matrix a Milano, con la maglietta della salute e la voce di un 81enne (Celentano ha voluto autodoppiarsi nonostante nella serie sia giovane).

Tutto questo impianto di base, però, è distrutto dal come. È qui che la serie mostra il suo lato The Lady. Innanzitutto nelle prime due puntate veniamo edotti del fatto che l'Orologiaio è stato addestrato da due vecchiette della via Gluck con il berretto di calza in testa, Anidride e Carbonica. Sono loro le sue Morpheus. Due sciure di Milano—che vivono nei tombini insieme ad una torma di rinnegati, fra cui un "islamico" che si chiama Baba, come in Demolition Man— gli hanno insegnato le arti marziali per combattere, e hanno forgiato il suo potere nel canto per ispirare le nuove generazioni a combattere il sistema.

Perché è questa, fattivamente, l'azione principale che compie Adrian per combattere il sistema: canta. Canta le canzoni di Celentano ai concerti dei Negramaro, nel 2068. E i giovani, ispirati, si ribellano e formano circoletti clandestini per idolatrare il loro eroe misterioso. Bene. Ogni tanto, per ravvivare un po' l'azione, pesta qualche teppista che sta per compiere uno stupro (su questo, torniamo poi).

I dialoghi sembrano sempre a metà strada fra il cringe e lo stucchevole. Mentre picchia i teppisti e salva la società, l'Orologiaio allieta il pubblico con battute profonde tipo "la violenza non risolve niente" o "la libertà non è qualcosa che si vede."

Anche i nemici sono ridicoli. La figura del cattivo è rappresentata da un tizio che si fa chiamare Il Dissanguatore, e che opera dalla sua organizzazione criminale chiamata Mafia International, con sede legale a Napoli.

Tutto questo avviene mentre Adrian si concede un sacco di copule e amoreggiamenti con la sua compagna, Gilda. Che ha sempre il culo di fuori—bravissimo Manara a disegnare i culi—e che combatte il sistema al suo fianco (come nella scena in cui contamina le mele di serra del supermercato con quelle marce e biologiche coltivate nel giardino dietro casa).

Quello che disturba maggiormente della serie, però, non sono le sue scene ridicole—c'è un certo piacere nel guardarle, in realtà—ma la sua retorica alla Don Matteo. Questa idea costante secondo cui per salvarci dalla degenerazione della società moderna dobbiamo tornare ai valori degli anziani e a una dimensione sociale da Piccolo Mondo Antico di Fogazzaro. Una rottura di coglioni che viene propinata attraverso scene in cui Adrian ammonisce due ragazze che ha salvato da uno stupro ("se aveste bevuto qualche bicchierino in meno avreste evitato l'increscioso affare"), e in cui si lamenta della tristezza dei centri commerciali. La retorica da anziano che non capisce la modernità è persistente: i vestiti moderni non gli piacciono, i giornalisti che vogliono gli scoop non gli piacciono, la musica moderna non gli piace. Il bene del mondo sta tutto nel tornare all'antico, e lui infatti è l'Orologiaio che mantiene nel tempo questi valori incredibili per darli ai giovani.

Volendo tirare una somma, quindi, potremmo dare un consiglio a Celentano, che si è impegnato moltissimo per cercare di creare una storia che salvi i giovani. Adriano, salva i giovani: la prossima volta le storie animate falle scrivere a loro.

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bjq8bzNiccolò CarradoriRedazione VICEtelevisioneserie tvCanale 5adrian
<![CDATA[Foto di coppie che fanno sesso con le mestruazioni]]>https://www.vice.com/it/article/vbj8gj/fare-sesso-con-le-mestruazioniWed, 23 Jan 2019 09:00:45 +0000Nel 2019, volenti o nolenti, il sesso con una donna con le mestruazioni è ancora un grosso tabù, probabilmente perché il ciclo mestruale è un tabù di per sé. Per il suo progetto, Nolwen Cifuentes è partita proprio da qui.

Per Cifuentes, fotografa 30enne di Los Angeles, il sesso con le mestruazioni non è un grosso problema. Lo scorso anno ha lavorato a una serie di scatti intitolata Period Piece in cui ha immortalato tre coppie queer in momenti di intimità durante il ciclo. Ho contattato la fotografa via Skype per parlare del suo lavoro. (Piccolo avvertimento: alcuni degli scatti qui di seguito potrebbero essere NSFW).

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vbj8gjSimon DohertyRedazione VICENSFWsessomestruazioniFotociclo
<![CDATA[Come Instagram sta cambiando il modo in cui ricordi le cose]]>https://www.vice.com/it/article/7xygvd/cellulare-sta-cambiando-il-modo-in-cui-ricordi-le-coseWed, 23 Jan 2019 06:45:00 +0000Poco tempo fa sono stata all'Hermitage di San Pietroburgo, in Russia, uno dei più prestigiosi musei al mondo. Immaginavo che sarebbe stata una bella gita culturale, e invece ho fatto fatica persino a intravedere alcune delle opere più famose esposte per via della barriera di smartphone che mi bloccava la visuale. Ovunque ci fosse uno spazio libero, subito veniva occupato da almeno due persone per il selfie di rito con il quadro alle spalle, quello che avrebbe generato l'eterno ricordo della loro giornata all'Hermitage.

Per molte persone fare centinaia—o migliaia—di foto è ormai un'abitudine, soprattutto in vacanza, quando tutto è meticolosamente documentato su Instagram. Ma in che modo questo comportamento altera i veri ricordi del nostro passato, e il modo in cui percepiamo noi stessi all'interno di quel passato? In qualità di esperta della memoria, la questione mi incuriosiva molto.

Purtroppo, in psicologia la ricerca sul tema è ancora piuttosto carente. Ma ci sono alcune cose che sappiamo con certezza: cellulari e tecnologia sono diventati il nostro nuovo magazzino dei ricordi. Non è una novità, gli esseri umani hanno sempre utilizzato dei supporti esterni per aiutarsi a ricordare determinate cose o per conservare informazioni preziose.

La scrittura, per esempio, è uno dei metodi che assolvono a questa funzione. Oggi, purtroppo, dedichiamo troppo poco tempo alla memoria, e ci affidiamo completamente ai cloud, le memorie digitali che conservano i nostri ricordi. Invece che ricordare cosa abbiamo mangiato al matrimonio di qualcuno, sfogliamo la libreria sul cellulare. Tuttavia, concentrarsi sul fare foto a un evento piuttosto che viverlo davvero ci porterà ad avere ricordi meno precisi. È dimostrato, perché mentre facciamo foto siamo distratti.

Lo stesso effetto di "distrazione" si ha se invece di cercare di ricordare ci affidiamo a un oggetto esterno che lo faccia al posto nostro. La memoria va allenata perché funzioni sempre al meglio. Ci sono moltissimi studi che confermano l'importanza di esercitare la memoria—per esempio per gli studenti universitari. La memoria è, e resterà sempre, fondamentale per l'apprendimento. Secondo molte ricerche, affidarsi esclusivamente a memorie esterne e online potrebbe avere conseguenze drastiche sulla nostra capacità di ricordare.

Nonostante tutto, qualche lato positivo nella moderna offerta di strumenti c'è. Anche se alcuni studi dicono che questo meccanismo ci rende più stupidi, quello che succede effettivamente è che le nostre capacità si modificano: se da un lato trascuriamo l'abilità a ricordare, dall'altro sviluppiamo l'abilità di gestire in modo più efficiente il modo in cui ricordiamo. È la cosiddetta metacognizione: una capacità fondamentale per gli studenti, per esempio quando devono pianificare cosa e come studiare. Secondo alcuni studi le fonti di memoria esterne, selfie inclusi, potrebbero aiutare gli individui con problemi di memoria.

Ma se in alcuni casi le foto ci aiutano a ricordare, la qualità dei ricordi sicuramente ne risente. Probabilmente avendone una prova visiva ci ricorderemo meglio come appariva una cosa, ma a discapito di altri tipi di informazioni. Uno studio, infatti, dimostra che mentre le foto aiutano a ricordare quello che hai visto a un evento, riducono contemporaneamente le tue probabilità di ricordare cosa sia stato detto in quell'occasione.

La nostra identità è il prodotto delle esperienze che viviamo, a cui attingiamo grazie alla memoria e ai ricordi. Quindi, che impatto ha la produzione continua di immagini sulla nostra percezione di noi stessi? Non ci sono prove empiriche che lo dimostrino, ma personalmente sono pronta a scommettere che abbiano un certo impatto.

Troppe immagini potrebbero farci ricordare un evento del passato in modo univoco, eliminando tutti gli altri ricordi. Sebbene per certi ricordi sia normale basarsi quasi esclusivamente sulle foto, come nel caso dei ricordi d'infanzia, questi ricordi non sempre corrispondono alla realtà dei fatti.

Un altro fatto che incide sulla questione è che, secondo quanto stabilito dalla ricerca, gli scatti che conserviamo mancano di spontaneità. Le foto sono pianificate, le pose non sono naturali e a volte offrono una 'maschera' della persona. Le immagini riflettono la nostra tendenza narcisista ad assumere espressioni innaturali: grandi sorrisi, sguardi sensuali, facce buffe o gesti offensivi.

Ma soprattutto, i selfie e le foto in generale sono dimostrazioni pubbliche di determinati atteggiamenti e intenzioni. In altre parole, non riflettono quello che siamo davvero, ma quello che vogliamo mostrare agli altri. Per questo, se ci basiamo sulle foto per ricordare il nostro passato, rischiamo di crearci un'identità distorta e basata soltanto sull'immagine di noi che volevamo proiettare.

Detto questo, nemmeno la nostra memoria naturale è perfettamente accurata. Numerosi studi hanno dimostrato che il nostro cervello crea spesso falsi ricordi. Questo succede perché ognuno di noi vorrebbe mantenere un'identità desiderabile e stabile nel tempo, ed evitare narrative contrastanti nella propria storia personale. Se per esempio sei sempre stato disponibile e gentile, ma in una determinata circostanza decidi di voler essere più intransigente, la tua mente potrebbe scavare nel passato alla ricerca di episodi in cui hai dato prova di aggressività, e anzi potrebbe addirittura inventarseli di sana pianta.

Avere sul telefono tantissime foto che documentano il nostro passato potrebbe rendere la nostra memoria meno malleabile rispetto ai cambiamenti della vita, e la nostra identità più stabile e coerente.

A sua volta, però, questo potrebbe creare problemi nel momento in cui la nostra identità si dovesse modificare rispetto a quella passata. Ne risulterebbe un'esperienza spiacevole, ed è proprio per evitare questa 'sofferenza' che la memoria funziona in modo 'naturale': proprio perché è malleabile, ci permettere di adattare i nostri ricordi per risparmiarci il trauma della contraddizione con noi stessi. Ognuno di noi vorrebbe un'essenza stabile e immutabile nel tempo. Se non riusciamo a cambiare agilmente il modo in cui vediamo noi stessi, la nostra capacità di agire e la nostra salute mentale potrebbero risultarne compromesse.

In sostanza, la nostra ossessione per le foto potrebbe farci perdere la memoria e dare vita a spiacevoli contraddizioni identitarie.

È interessante pensare a come la tecnologia possa cambiare il modo in cui funzioniamo. Se riusciamo a essere consapevoli dei rischi, però, possiamo cercare di mitigarne gli effetti nocivi. La cosa che davvero mi spaventa, tuttavia, è che per un qualsiasi problema tecnico, un giorno potremmo perdere tutte le preziosissime foto che custodiamo sul nostro smartphone.

Quindi la prossima volta che sei al museo, prenditi un momento per guardarti attorno e godertela. Nel caso dovessi perdere tutte le foto...

Giuliana Mazzoni è docente di psicologia. Questo articolo è stato pubblicato su The Conversation, nel rispetto delle licenze Creative Commons. Leggi qui l'articolo originale.

Questo articolo è tratto da Tonic.

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<![CDATA[Siamo così nella merda che qualcuno è arrivato a rimpiangere Berlusconi]]>https://www.vice.com/it/article/pane5b/rimpiangere-berlusconiTue, 22 Jan 2019 09:55:36 +0000"La libertà è in pericolo, c'è bisogno di intervenire."

A prima vista questa citazione potrebbe sembrare la battuta di un fumetto sui supereroi degli anni Cinquanta, invece è l'ennesimo esercizio di sloganismo con cui Silvio Berlusconi, a 82 anni, ha deciso di ri-ri-ri-scendere in campo. In questi giorni ha infatti dichiarato che—pur avendo un sacco di cose più piacevoli a cui dedicarsi, fra cui 12 nipotini, e un dolore profondo quando ha a che fare con la politica—intende candidarsi alle elezioni europee del prossimo maggio.

Una bella coincidenza, visto che il prossimo 26 gennaio ricorre il venticinquesimo anniversario del "discorso alla nazione" con cui si presentò per la prima volta all'elettorato italiano. Oggi come allora, lo fa sfidando un nemico di mercato ben posizionato e identificabile: nel '94 erano "i comunisti", nel 2019 sono "i nemici della democrazia".

Nonostante l'odore persistente di stallatico e la paresi temporale che sovvengono all'idea dell'ennesima campagna elettorale di Berlusconi e delle sue motivazioni, però, a colpire è soprattutto un certo clima che ormai lo circonda da tempo. Il clima della nostalgia.

Esiste infatti un gruppo di personaggi pubblici—giornalisti, politici, intellettuali, conduttori televisivi—che di tanto in tanto manifesta sentimenti di rimpianto per Berlusconi e il berlusconismo. Degli insospettabili, che un tempo assediavano metaforicamente Arcore come fosse la Bastiglia, e che ora guidano le fila di una parte di elettorato italiano di natura eterogenea ma con un malessere comune: il governo attuale. Ovviamente sono in numero minore rispetto ai grillini e ai leghisti, ma ci sono.

Alcuni arrivano a dire che "la sinistra dovrebbe chiedere scusa a Berlusconi", altri che sarebbero disposti "a firmare col sangue per riaverlo come premier". Tutti, insieme, tentano strenuamente di fare un paragone: rispetto alla laguna di melma politica in cui ci troviamo adesso con Salvini e Di Maio, meglio il berlusconismo.

E a lasciarsi andare a simili esternazioni non sono solo personaggi pubblici. Quante volte avete sentito dire "almeno Berlusconi..." in questi mesi? Quante persone, dopo l'annuncio sulle europee, hanno detto sorridendo, "Dai , è l'ultima volta che si può votarlo, stavolta per davvero"?

Questa narrazione nostalgica, e i suoi paragoni, sono fondati su concetti fissi e ricorrenti: Berlusconi era quel che era, ma almeno possedeva una certa dignità istituzionale mentre questi di ora sono solo dei buffoni; Berlusconi era quel che era, ma almeno proveniva da un'esperienza imprenditoriale di successo; Berlusconi si arruffianava le casalinghe di voghera, ma il livello di populismo becero di questi di ora non lo ha mai raggiunto; Berlusconi era di destra, ma non della destra cavernicola di cui fanno parte questi di ora. C'è anche il video in cui piange per i migranti, pensate un po'.

Come è chiaro a chiunque abbia una memoria e un atteggiamento politico che trascenda il fervore adolescenziale dell'assemblea d'istituto, tutte le asserzioni precedenti sono semplicemente esilaranti. Ma c'è poco da ridere. Questo riposizionamento storico nei confronti del berlusconismo cela in nuce una condizione percettiva di cui in questo paese soffriamo da sempre: io la definirei "sindrome della contemporaneità". Gli italiani hanno un pessimo rapporto con la propria storia—o non la sanno, o la considerano sempre ininfluente—e vivono in un limbo continuo in cui tutto quello che accade oggi è piovuto dal cielo e precede l'apocalisse.

Credo sia impossibile cercare di dialogare con chi ne soffre senza sembrare un semi-sostenitore, anche di rimbalzo, del governo attuale; o senza invocare l'Eone dell'antiberlusconismo Marco Travaglio. Ma è bene, a quanto pare, fare una specie di precisazione storica su cosa sia stato il berlusconismo.

Ovvero un sentimento popolare, che per minimo 17 anni ha totalmente assoggettato il motore dello Stato attorno alla propria aura. Isolandoci dalla realtà internazionale, in un sonno immobile da cui ci siamo svegliati solo grazie alla crisi economica. Un uomo che ha distorto e manipolato l'opinione pubblica di gran parte del paese—ben prima che il termine fake news diventasse d'uso comune—attraverso una distesa infinita di sodali e scherani in ruoli chiave della politica e della comunicazione, e la non trascurabile disponibilità pecuniaria che gli derivava dall'essere la persona più ricca del paese. La sua propaganda non arrivava da un blog ridicolo, o da una pagina con meme sui finti parenti della Boldrini, ma attraverso tre televisioni nazionali, un giornale, e notevoli influenze sulla RAI. Luca Morisi, con il suo algoritmo di Facebook, gli fa una pippa.

Forza Italia è stato un partito votato al populismo fin dalla nascita. Un agglomerato dalla natura molto fosca nel retrobottega (in che anno è stato realmente assoldato Cartotto per crearlo? E quali erano le mire di Dell'Utri?) e dalla vetrina più arraffa-popolo che l'Italia avesse mai visto. Berlusconi ha sempre avuto la stessa vena anti-sistema che critichiamo a leghisti e grillini: arrivato in pieno marasma post-Tangentopoli, ha prima creato la sua figura in contrasto ai "politici di professione" (una retorica che continua ancora), e poi cercato di nominare ministro il simbolo di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, per accaparrarsi il favore del malcontento. Se uno pensa poi al modo in cui ha convinto il paese del "pericolo comunista", e al fatto che i comunisti negli anni Novanta—dopo il crollo del Muro di Berlino—erano guidati da Achille Occhetto, gli viene una sincope.

Più che una "Seconda repubblica", in un certo senso la sua è stata l'epoca dell'interregno fra due repubbliche: un lasso dominato solo da lui e non dal paese reale, fra leggi ad personam, continui attacchi alla magistratura delle toghe rosse che lo voleva processare, epurazione dei nemici quando possibile (editto bulgaro), e persecuzione di quelli che non è stato possibile epurare (i dossier di Pio Pompa, e gli incarichi di Valter Lavitola). Un uomo talmente capace di incanalare la percezione collettiva sui suoi problemi personali, da far sembrare gente come Montanelli e Travaglio dei cavalieri della sinistra. Il paese intero gli ha fatto da tata, da psicologa, da amante, e da azzeccagarbugli per 20 anni.

La sua non era l'Italia rancorosa e stupida dei commenti su Facebook e degli INDIGNATI!!1!! contro i migranti e l'Europa. Era l'Italia stupida ma contenta, che dei migranti e dell'Europa se ne fregava, perché stava dietro al suo benessere patinato e a un'ostentata mancanza di cultura e di gusto. E che ha preso la mattonata della realtà dritta in faccia nel 2011, con un paese sull'orlo del default, una classe politica pestilenziale, e una serie di conti aperti col mondo esterno che rivendicavano attenzione da almeno un decennio.

Guardiamoci tutti negli occhi: non è mai esistito alcun Berlusconi istituzionale (figure di merda in Europa, cazzo di Topolanek nel giardino, cene eleganti con olgettine, barzellette ai vertici di stato), alcun Berlusconi uomo-politico-capace (se siete di destra vi svelo l'arcano, la sua "rivoluzione liberale" non è mai avvenuta, anzi), alcun Berlusconi della destra raffinata: è lui l'amico intimo di Putin, è lui che per anni ha sparato a zero contro i migranti, che umiliava gli omosessuali, e che è stato definito "il politico più sessista d'Europa".

La nostalgia per Berlusconi è il sintomo della nostra stupidità politica e storica: tutto quello che ci sta accadendo, e che ci è accaduto negli ultimi sette anni, deriva anche da lì—indignazione e insofferenza verso la politica, problemi di stato ingigantiti dall'inedia, fazioni moderate della classe dirigente incartapecorite nell'avere a che fare con altro che non sia Berlusconi. Basta fare un semplice ragionamento logico e temporale: quando si sono formati e sono cresciuti i primi meet-up? In quale epoca del paese? Contro quale classe politica? Credo che nemmeno dominando la scena italiana per lo stesso lasso di tempo Salvini o Di Maio possano procurare tanti danni.

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pane5bNiccolò CarradoriRedazione VICEforza italiaSilvio Berlusconipolitica
<![CDATA[Sono usciti i dati sulle scelte più comuni fatte in 'Bandersnatch']]>https://www.vice.com/it/article/wjmek9/dati-scelte-bandersnatchTue, 22 Jan 2019 07:00:00 +0000Ambientato nel 1984, Black Mirror: Bandersnatch segue le vicende di Stefan, un giovane programmatore alle prese con un videogioco ispirato a un romanzo fantasy che lo porterà a rimettere in discussione tutta la realtà che lo circonda. Mentre Stefan vive "il giorno più importante della sua vita," agli spettatori viene chiesto di fare delle scelte al posto suo, da quelle apparentemente più banali a quelle più decisive.

Come lo spettatore scoprirà presto, Bandersnatch si divide in così tanti percorsi alternativi che nemmeno i suoi stessi creatori si ricordano esattamente come accedere alla scena finale segreta dopo i titoli di coda.

Ora, Netflix ha rivelato i dati su quali sono state le scelte più popolari tra gli spettatori di Bandersnatch. Partiamo dalle cose fondamentali, tipo la questione dei cereali—di cui abbiamo già parlato qui: oltre il 60 percento degli utenti ha scelto i Frosties.

Secondo quanto emerso dai dati di Netflix, solo il 52,9 percento del pubblico britannico ha scelto di rovesciare la tazza di tè sul computer, mentre nel resto del mondo il dato raggiunge il 55,9 percento.

Gli spettatori, a quanto pare, ci tengono alla stabilità finanziaria di Stefan, e infatti il 73 percento ha suggerito a Stefan di accettare il lavoro alla società di videogiochi Tuckersoft.

Infine, e fa piacere sentirselo dire, tra i cinque finali possibili di Bandersnatch, quello più macabro, in cui Stefan sale sul treno con la madre, è stato il meno popolare di tutti.

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wjmek9Taylor HoskingRedazione VICEFilmGamingNETFLIXStuffblack mirrorbandersnatch
<![CDATA[Dietro le quinte di 'Fyre', il documentario sul festival per ricchi finito molto male]]>https://www.vice.com/it/article/mbym7x/fyre-festival-documentario-netflixTue, 22 Jan 2019 07:00:00 +0000Sulla carta—o meglio, sugli schermi dei cellulari di migliaia di persone—doveva essere "un festival ai limiti dell'impossibile." Invece il Fyre Festival si è rivelato un gigantesco disastro, e l'omonimo documentario Netflix diretto da Chris Smith e co-prodotto da VICE Studios testimonia quanto accaduto nelle settimane prima del grande evento. In una delle scene iniziali, gli organizzatori del festival e il fondatore di Fyre Billy McFarland raccontano a top model del calibro di Kendall Jenner e Bella Hadid che devono "vendere al classico perdente un sogno irrealizzabile." Il risultato è appunto un sogno irrealizzabile, e mai realizzato.

Per chi ha visto deflagrare il tutto tramite i social, il Fyre Festival è stato una parentesi divertente—quella che nel 2017 ha portato diverse persone a sborsare fino a 12mila dollari per vivere "un'esperienza" promossa da Kendall Jenner con un quadratino arancione postato su Instagram. Una volta sbarcati sull'isola dei loro sogni, influencer e partecipanti hanno trovato ad accoglierli un campeggio a malapena terminato, tende malandate, materassi zuppi, cibo pessimo e soprattutto, nessun festival, nessun concerto. La cosa potrebbe anche sembrare puro karma. Fino al momento in cui ti accorgi del danno economico che le fantasie e l'avidità di McFarland hanno arrecato alla popolazione locale delle Bahamas, che ancora oggi ne paga le conseguenze.

Il Fyre Festival è stato il primo evento del genere a sfruttare pienamente il potere dei social media, con tanto di biglietti andati esauriti in meno di due giorni nonostante le scarse informazioni su tutto ciò che lo riguardava. Allo stesso modo, però, è stato anche uno dei primi casi di fallimento totale e pubblica gogna sui social. Abbiamo parlato di Fyre con il regista Chris Smith [l'intervista è stata accorciata].

VICE: Che cosa ti ha convinto a realizzare il documentario?
Chris Smith: Ai tempi avevo letto i titoli dei giornali e seguito l'implosione dell'evento [su Twitter], ed ero curioso di sapere se c'era qualcos'altro dietro. In quel periodo [settembre 2017 circa] avevo appena finito di girare un altro film. Poi abbiamo incontrato una delle giornaliste di VICE America che si era occupata del Fyre Festival per intervistarla, e lei ci ha passato alcuni contatti. Così siamo arrivati uno degli organizzatori, Marc Weinstein. Con lui l'intervista è durata tre ore e mezza, e ci ha aiutato a capire come erano andate le cose.

Io e molti altri all'epoca l'avevamo trovato divertente. E anche quando guardi il documentario, non ti dispiace per quelli che hanno comprato il biglietto. Fino a quando non ti rendi conto dell'impatto che l'evento ha avuto sui lavoratori e sugli abitanti dell'isola.
Mi è dispiaciuto moltissimi per la gente del posto. L'idea del documentario era quella di dare un volto umano al festival: cercare di mostrare che c'erano tante persone coinvolte, e spiegare che non erano solo un gruppo di furbi che volevano fare festa, ma che c'erano anche dei professionisti che hanno fatto del loro meglio, e che si sono scontrati con moltissimi ostacoli. Sono sbarcati alle Bahamas, hanno fatto quello che hanno fatto, e se ne sono andati. Non hanno subito conseguenze lì, non hanno dovuto rispondere delle proprie azioni. [Nel frattempo, su GoFundMe è nata una raccolta fondi per Maryann Rolle, la proprietaria dell'Exuma Point Resort—il locale che ha preparato circa 1000 pasti al giorno per i partecipanti del festival e ha ospitato nella propria struttura gli organizzatori senza mai ricevere alcun pagamento. Il fallimento del festival ha esaurito tutti i risparmi di Maryann e ha stravolto la sua vita. Ad oggi la campagna ha già raggiunto l'obiettivo e continua a ricevere donazioni.]

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Gli "alloggi" del Fyre Festival. Screenshot via Netflix

Anche Marc Weinstein, uno dei personaggi coinvolti, aveva postato una foto della spiaggia bellissima delle Bahamas dove era arrivato prima del festival, mentre in realtà era stressatissimo e stava uscendo di testa per trovare alloggi—che non esistevano—a più di 1000 persone.
Sì! La sua è una delle mie interviste preferite, perché è stato molto preciso nel raccontarci l'accaduto ed è stato anche in grado di fare un passo indietro, riflettere e capire che tutti erano responsabili dell’accaduto—vi consiglio di leggere il suo post su Medium a riguardo. Il punto è che tutti facciamo come lui. Forse non a quel livello, ma riflette una tendenza. Anche se devo dire che mi pare stia cambiando qualcosa: questo Capodanno ho visto un sacco di post di gente che diceva di essere andata a letto prima della mezzanotte. Ma forse è semplicemente quello che va di moda ora, non so.

Cosa pensi ci dica della nostra società il fatto che stanno uscendo così tante storie di truffe?
Be’, che dire, è più interessante che raccontare la storia di una persona che ogni giorno si alza alla stessa ora e va al lavoro! L’unica cosa per cui guadagnano punti, secondo me, è che stavano cercando di creare un’esperienza diversa da qualsiasi altra. Penso che Fyre dimostri una volta per tutte che la gente sta cercando qualcosa di diverso. Sì, è stata una truffa, ma per me la questione è molto più complessa di quanto avessero scritto sui giornali: “Dei ragazzi ricchi prenotano una super vacanza su un’isola e restano fregati.”

Quindi tu credi che non volesse essere, nei piani, una truffa, e che McFarland volesse davvero che il Fyre Festival avvenisse?
Sì, ne sono certo. Pensaci—non ci sono truffe nelle quali fai arrivare delle persone su un’isola dove non c’è nulla! La cosa che Billy voleva più di ogni altra—secondo me—era essere in mezzo a tutto questo.

Pensi che tornerà a fare cose simili?
Potrebbe diventare una persona di grande successo, e penso che abbia imparato moltissimo da questa faccenda.

Grazie, Chris.

A proposito di annunci incredibili rivelatisi molto meno incredibili:

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<![CDATA[Ogni volta che il M5S parla di immigrazione, dice una cazzata]]>https://www.vice.com/it/article/7xnz5b/franco-cfa-movimento-5-stelle-immigrazioneMon, 21 Jan 2019 14:07:55 +0000Nelle ultime ore—in modo completamente improvviso, e complice l’ultima strage di migranti nel Mediterraneo—la politica italiana ha scoperto l’esistenza del franco CFA, acronimo che sta per Comunità Finanziaria Africana.

Il primo a nominarlo è stato Luigi Di Maio, secondo cui non bisogna parlare degli effetti ma delle cause, cioè del fatto che “se oggi abbiamo gente che parte dall’Africa è perché alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare l’Africa. Ci sono decine di stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il franco delle colonie, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese.”

Ieri sera Alessandro Di Battista, intervistato da Fazio a Che tempo che fa, ha ripetuto le stesse cose strappando una banconota di franco CFA (in realtà un fac-simile) in diretta; anche Giorgia Meloni si è accodata, facendo più meno la stessa cosa a Non è l’Arena di Giletti. Ancora, stamattina Di Maio a Rtl 102.5 ha aggiunto che “per far stare gli africani in Africa basta che la Francia stia a casa propria.”

Ma cos’è, fuori dai salotti tv, questo franco CFA? Si tratta di una moneta utilizzata, in due varianti, in 14 paesi africani per la maggior parte facenti parte dell’ex impero coloniale francese: Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Equatoriale, Repubblica Centroafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo.

È stato creato nel 1945, in seguito agli accordi di Bretton Woods, come franco delle Colonie Francesi d’Africa allo scopo di proteggere le colonie dalla svalutazione del franco. Inizialmente aveva un tasso di cambio fisso con il franco francese, mentre dal 1999 è agganciato all’euro. La sua convertibilità è garantita dalla Banca centrale francese, che custodisce anche metà delle riserve di valuta estera dei paesi che lo adottano—restituendo in interessi meno di quanto guadagni dagli investimenti di queste riserve.

Negli ultimi anni il franco CFA è finito al centro di un grosso dibattito e per chi vuole informarsi davvero al riguardo c’è questo corposo dossier della rivista Jeune Afrique. Chi lo sostiene—soprattutto economisti francesi, nonché governi e classi dirigenti locali—lo trova vantaggioso perché essendo vincolato all’euro è una moneta stabile e che permette di facilitare gli scambi con l’Unione Europea.

Le critiche da sinistra, invece, accusano il franco CFA di essere uno strumento di “imperialismo monetario” che favorisce le élite di governo dei paesi che lo adottano (il cambio fisso facilita l’importazione di beni di lusso europei, e dunque la corruzione) e impedisce ai produttori africani di competere alla pari sui mercati europei rendendo le loro esportazioni troppo costose.

Secondo l'economista senegalese Ndongo Samba Sylla, comunque, l’uscita nazionalista dal franco CFA è una questione complicata e costosa sul breve periodo—in modo simile al classico esempio che viene fatto dai sostenitori del franco CFA, quello della Guinea di Sekou Touré, che ha abbandonato la moneta nel 1960.

In Italia, echi di questo dibattito e di queste proteste arrivano solo ora, dopo essere stati frullati e risputati fuori dai peggiori siti complottisti e di “informazione alternativa.” In alcuni casi, come segnalato da Le Monde e Libération, il franco CFA—che è un sistema a cui i paesi decidono liberamente di aderire—diventa una “tassa coloniale” che stimola dietrologie su colpi di stato organizzati dalla Francia nella regione.

Il tutto finisce ad alimentare una vulgata di destra sul franco CFA in cui il problema principale non è l’imperialismo, ma il suo essere uno stimolo all’immigrazione. Cosa che, come hanno spiegato diverse fonti, non è affatto vera: la maggior parte dell’immigrazione in Italia proviene da paesi che non c’entrano nulla con il franco CFA e non c’è alcuna correlazione tra la diffusione della moneta e la nazionalità dei richiedenti asilo in Italia. Stando a una tabella del ministero dell’Interno, in tutto il 2018 dai paesi che adottano il franco CFA sono arrivati in Italia solo 2000 migranti.

Quello che è vero è che il franco CFA è un’eredità problematica dell’ordine coloniale—come del resto testimonia il fatto che negli ultimi anni la sua abolizione sia diventata una parola d’ordine dei movimenti protesta in molti dei paesi che lo adottano, dal Senegal al Burkina Faso.

Nell’agosto 2017 l’attivista del Benin Kemi Seba, leader del movimento "Urgences Panafricanistes," ha organizzato diverse manifestazioni contro il franco CFA in Africa occidentale e centrale, bruciando una banconota da 5000 CFA di fronte alla sede della Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale a Dakar—venendo poi arrestato ed espulso dal Senegal. E lo scorso giugno dieci noti musicisti di sette paesi della Françafrique hanno fatto uscire “7 minutes contre le CFA” un pezzo rap per pubblicizzare la questione tra le masse, al di fuori dei circoli intellettuali che già ne discutono.

Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con quanto detto dai vari Di Maio, Di Battista e Meloni. I quali provano spudoratamente a cavalcare il tema, dandosi una spruzzata di antimperialismo fasullo per portare avanti discorsi xenofobi, anti-immigrazione e nazionalisti; e soprattutto, per portare avanti i loro interessi politici immediati—che in questo momento è far passare la narrazione che l’immigrazione in Italia è causata unicamente dalla Francia “cattiva” e “globalista” di Macron.

Nel frattempo, come si è visto in questo fine settimana, la realtà è che le persone continuano a morire in mare e che non è rimasto praticamente più nessuno a salvarle.

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7xnz5bMattia SalviaRedazione VICENewsimmigrazioneimperialismoAlessandro Di BattistaEconomiaFranco CFA
<![CDATA[Il mito degli italiani "brava gente"]]>https://www.vice.com/it/article/gyapxy/il-mito-degli-italiani-brava-genteMon, 21 Jan 2019 14:00:40 +0000Quello degli “italiani brava gente”, mai carnefici e sempre vittime, oltre che 'colonizzatori' mai brutali come gli altri, è un mito che ci portiamo dietro da sempre.

In realtà, molto spesso siamo stati dalla parte del carnefice, e dall'Unità d'Italia al colonialismo fascista ci siamo resi responsabili di internamenti, di bombardamenti, di torture e di stragi di civili—in Italia come in Africa.

Ma allora, come si è formato questo mito? E perché resiste ancora oggi? Proviamo a spiegarlo col nostro News Editor Leonardo Bianchi.

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