Cosa significa "essere un hipster" al giorno d'oggi

Di Lorenzo Mapelli

Sono stati fatti dibatti, scritti saggi, e aperti innumerevoli siti nel tentativo di dare una definizione attuale e soddisfacente al termine "hipster". Eppure sembra che siamo ancora ben lontani dalla soluzione finale, quella che metterà d'accordo non dico tutti, ma almeno una minima parte delle persone chiamate in causa.

Si è tornati a parlare di questo tema tanto inutile quanto appassionante e attuale qualche giorno fa, in seguito ad un articolo apparso sul sito del New York Times intitolato "How to live without irony". Il post, scritto da una giovane professoressa di Princeton (nata nel '77), parla di come l'ironia sembri dominare ogni aspetto socio-culturale della nostra generazione e delle conseguenze che ciò comporta in termini di sviluppo e futuro della generazione stessa. È una lettura piuttosto piacevole e ben articolata, anche se a ben vedere il messaggio che dà sembra ridursi al solito "i giovani di oggi sono dei retro-maniaci intrappolati in una società post-moderna e post-ironica la cui mancanza di valori e punti di riferimento concreti ecc ecc ecc Wes Anderson e David Foster Wallace bla bla bla nostalgia istantanea su instagram ecc ecc ecc che usano l'ironia come scusa per non prendersi responsabilità di quello che dicono." In altre parole, tutte cose più o meno vere (basta guardare la frase virgolettata che avete appena letto) che però già sapevamo.

Nonostante ciò, l'articolo ha scatenato un putiferio di commenti e post di risposta, come se tutti si fossero sentiti toccati dalla faccenda. Ciò che ha colpito molti, incluso il sottoscritto, è che nonostante i ragionamenti di fondo siano tutto sommato giusti e, come dicevo un attimo fa, non campati in aria, l'autrice dimostra di non averci capito quasi un cazzo quando fa riferimento al prototipo di hipster in questi termini:

Manifesting a nostalgia for times he never lived himself, this contemporary urban harlequin appropriates outmoded fashions (the moustache, the tiny shorts), mechanisms (fixed-gear bicycles, portable record players) and hobbies (home brewing, playing trombone).

Esatto, ancora oggi si parla di baffi ironici, di bici fisse e di gente che suona il trombone (???) per identificare l'hipster, il giovane all'avanguardia in fatto di costume.


Realtà o fantasia?

È proprio questo però, secondo me, il punto della questione: il termine ha assunto una valenza che ormai va ben oltre ogni tentativo di definizione oggettiva, e sconfina totalmente nella sfera personale. Ognuno attribuisce un proprio significato estremamente soggettivo, dettato da quelli che sono i propri orizzonti socio-culturali, le proprie esperienze e soprattutto le proprie esigenze retoriche. Il termine hipster sta diventando sempre di più un non-termine, una parola priva di significato reale che anzi serve ad identificare le persone in un procedimento inverso a quello per cui in teoria verrebbe usata, una sorta di "dimmi qual è la tua definizione di hipster e ti dirò chi sei." 

A questo punto, volendo rimanere nell'ambito degli articoli sul tema, dovrebbe partire il pippone sulle origini del termine, su come la parola risalga in realtà agli inizi del Novecento e tutte quelle cose lì. Ma dato che io—e presumo anche voi in quanto lettori di VICE, la "bibbia degli hipster"—sono a un livello avanzato, ve lo risparmierò. Infatti, la conoscenza o meno del classico "trattato" sull'hipster è un perfetto esempio di quanto appena detto: per me e molti altri, leggere un articolo che parla del tema partendo dalle origini del termine e che passando per i jazzisti degli anni Quaranta arriva ai baffi e la montatura grossa, è un qualcosa di visto e rivisto.

Ma questa è una nostra (mia) visione delle cose. Ad altri un discorso del genere potrà risultare interessante e accattivante, così come per altri ancora, il semplice fatto di leggere un articolo come questo che state leggendo, che nel 2012 parla ancora di "hipster" apparirà come la cosa più banale, scontata e "meno hipster" del mondo. 

Foto di Félix Coulloud

Questa apparente impossibilità di trovare una definizione univoca è data in particolare dalla regola numero uno dell'hipster-game, ovvero che sono sempre "gli altri", mai noi, ad essere hipster. Per alcuni, essere definiti tali è una vera e propria offesa, altri invece vi diranno che non se la prendono, ma nessuno vi dirà mai che è fiero di esserlo; e questo, credo, per il semplice fatto che non si può essere fieri di qualcosa che non si riesce ad identificare, qualcosa che è impossibile conoscere veramente, mentre disprezzarla è quasi naturale. 


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