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      Il calvario di Bradley Manning

      December 22, 2012

      Di Andrew Blake


      Disegno di Clark Stoekley via Flickr.


      Dopo oltre 900 giorni di detenzione nelle carceri militari americane, la tormentosa reclusione del militare Bradley Manning, accusato di essere una fonte di WikiLeaks, è stata discussa per la prima volta durante l’ultima sessione dell’udienza preliminare apertasi il 27 novembre a Fort Meade, nel Maryland. Qui sotto trovate un resoconto di quegli atti giudiziari. Il caso proseguirà a intermittenza durante il 2013.

      Se c’è un momento sbagliato per discutere degli acquisti per le festività, è mentre si aspetta che qualcuno descriva la torture subite.

      Ero zuppo di sudore e ancora mezzo addormentato, quando l'autista si è girata verso i sedili posteriori del pulmino per la stampa e ha detto qualcosa di così completamente irrilevante e inopportuno da farmi immediatamente capire che era ignara o educatamente ritardata.

      Vi sembra possibile,” ha detto. “Manca meno di un mese a Natale.”

      L’allegria festiva del cazzo non è esattamente nell'aria, almeno non in questo giovedì mattina a Fort Meade, nel Maryland. La base dell’Esercito degli Stati Uniti che si estende per 15 chilometri quadrati appena fuori da Washington, DC è il luogo in cui si tengono le udienze preliminari per il caso contro il militare di grado Private First Class Bradley Manning. A processo ultimato, un soldato considerato un eroe da molti potrebbe essere condannato all'ergastolo. Probabilmente non ero l’unico poco interessato a un momento di allegria natalizia, ma ciò non ha impedito che l'autista sistemasse le frequenze della radio in modo da prendere “Santa Baby.”

      A soli 22 anni, Manning è stato arrestato nella sua caserma a Baghdad e trasferito prima in Kuwait, e poi in quello che è forse il posto peggiore in assoluto—Quantico, in Virginia—per il periodo più lungo dei due anni e mezzo di prigionia condannati dalle Nazioni Unite e da molti premi Nobel come equivalenti a una tortura. Il caso del Private First Class Manning non verrà esaminato da un giudice militare della corte marziale fino al prossimo marzo, e a quel punto lui avrà passato più di 1.000 giorni—il dieci percento della sua vita—in isolamento.

      Tutto ciò, perché gli Stati Uniti sostengono che Manning abbia sottratto 250.000 dispacci diplomatici e una serie di documenti militari riservati per poi consegnarli a WikiLeaks. Tra i documenti che Manning avrebbe presumibilmente diffuso ci sono quelli legati alle guerre in Afghanistan e Iraq, comunicazioni diplomatiche segrete e un video, denominato "omicidio collaterale", in cui soldati americani colpiscono fanno fuoco dall'alto su civili e giornalisti iracheni.

      “Questo è probabilmente uno dei documenti più significativi della nostra epoca, che dissipa i dubbi sulla guerra mostrando la vera natura dei conflitti asimmetrici del ventunesimo secolo,” sembra sia quello che Manning ha scritto a proposito del filmato. Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, attualmente ricercato per essere estradato in Svezia dal Regno Unito, dà a quei documenti e in particolare al video il merito di aver fatto finire una guerra che ha causato più di 4.400 morti tra gli americani e un numero imprecisato di iracheni assassinati.

      “Sono state le rivelazioni fatte da WikiLeaks—non l’operato del presidente Obama—a costringere l’amministrazione americana a uscire dalla guerra in Iraq,” ha scritto il mese scorso Assange. “Rendendo pubblica l’uccisione di bambini iracheni, WikiLeaks ha motivato direttamente il governo iracheno a togliere l’immunità all’esercito statunitense, cosa che a sua volta a costretto gli Stati Uniti a ritirarsi.”

      Secondo l’amministrazione Obama, però, le azioni apparentemente compiute Manning non sono eroiche, ma piuttosto sovversive. Il provvedimento contro Manning l’ha reso uno di dei pochi americani accusati secondo l’Atto sullo Spionaggio dell’era della Prima Guerra Mondiale, e la scorsa settimana la corte ha dovuto rendere pubblico un CD-ROM appartenente a Osama bin Laden, probabilmente per provare che il leader di al-Qaeda ha avuto accesso ai documenti su WikiLeaks attribuiti a Manning e giustificare così un’altra accusa da rivolgere a Manning: aver aiutato con il nemico. Quel crimine è punibile con la morte, ma l’accusa ha già affermato che non chiederanno nulla che vada oltre un ergastolo.

      Giovedì mattina era nuvoloso e cupo mentre ci facevamo strada nell’incessante pioggia verso il tribunale per il primo giorno di udienza. Una folla di manifestanti protestava contro il trattamento che il loro stesso Paese riservava a Manning. Proprio come per ogni udienza preliminare avvenuta fino a quel momento, esibivano cartelli di protesta con scritto “Bradley Libero” e indossavano magliette abbinate decorate dalla scritta “Verità.”

      Presto saremmo stati ammassati nella piccola aula di giustizia da 50 persone, ma per il momento eravamo nelle nostre macchine, parte di una carovana di due dozzine di auto con le luci di emergenza accese in giro per Fort Meade. Il nostro viaggio all’interno della base era troppo sinistro da sopportare, come una lenta marcia dalla camera mortuaria al cimitero. Le canzoni di Natale non aiutavano: “Feliz Navidad.”

      Non è stata la pioggerella né il viaggio in auto a portarmi a pensare alla morte. Ci stavamo preparando per almeno una settimana di udienza a proposito della tortura di un uomo che ancora non era stato condannato per alcun crimine.

      A quel punto era probabilmente troppo tardi per vedere Manning libero. Dall’estate del 2010 viene tenuto sotto custodia militare, e quella era la ragione per cui un gruppo di noi si sono riuniti questa settimana. L’ultima sessione di udienza avrebbe compreso degli struggenti resoconti di prima mano dei nove mesi a Quantico che hanno quasi ucciso il soldato. L’avvocato della difesa, David Coombs, chiede alla corte di far cadere tutte le accuse a causa delle violazioni del Codice Unificato di Giustizia Militare e del Quinto e dell’Ottavo Emendamento della Costituzione americana. In una rara apparizione in pubblico a Washington il 3 dicembre, Coombs ha dichiarato che il periodo passato da Manning a Quantico sarà per sempre impresso nella storia come “un momento vergognoso.”

      All’interno dell’aula Manning, che ora ha 24 anni, dà l’impressione di essere ancora al liceo. È alto soltanto un metro e 60 e pesa meno delle mie ultime quattro ragazze. La sua elegante divisa blu, soprattutto la giacca avvitata indossata con le onorificenze decorative, lo fa sembrare piccolo, con le maniche che gli arrivano quasi oltre la punta delle dita. Dire che Manning sembra essersi travestito con i vestiti presi dall’armadio di suo padre non sarebbe sbagliato; l’unica differenza è che nessuno, a qualunque età, riuscirebbe ad apparire altrettanto sicuro di sé. Malgrado sia detenuto da più di 900 giorni e soggetto a condizioni considerate crudeli e disumane dalle Nazioni Unite, Manning non è lo spettro che a cui immaginavo avrebbe somigliato. 

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      Subito dopo il suo arresto il 26 maggio 2010, Manning è stato trasferito in una gabbia di rete metallica che misurava 2 metri x 2 metri, in Kuwait, con soltanto un gabinetto e una mensola a tenergli compagnia. Aveva confessato su internet a un presunto confidente di aver trasmesso informazioni compromettenti a WikiLeaks, per poi vedere quella corrispondenza consegnata all’FBI.

      “Domanda ipotetica: se avessi libero accesso a delle reti riservate per lunghi periodi di tempo... diciamo dalle otto alle nove... e vedessi cose incredibili, orribili... cose che dovrebbero essere di pubblico dominio, e non in un server conservato in una stanza buia a Washington DC... cosa faresti?” avrebbe domandato Manning durante una chiacchierata con Adrian Lamo, un hacker che in persona non ha mai incontrato, in una chat AOL.

      “Ero io la fonte del video del 12 luglio 2007 dell’Apache Weapons Team in cui hanno ucciso due giornalisti e ferito due bambini.”

      Nel giro di poche ore, il soldato era ammanettato e in preda a quello che ha descritto in aula come un completo e assoluto esaurimento. 

      “Pensavo che sarei morto in quella gabbia. Ed è così che la vedevo—la gabbia di un animale,” ha detto al giudice la prima volta che ha testimoniato.

      Manning è stato tenuto prigioniero in Kuwait per quasi due mesi, ma è stato solo al suo arrivo sul territorio americano che la furia dello Zio Sam si è abbattuta su di lui. Settimane dopo essere stato portato di fretta fuori dall’Iraq, Manning si è trovato sotto stretto controllo a bordo di un aereo in viaggio verso Baltimora, nel Maryland. Solo quando il pilota ha annunciato il piano di volo il soldato ha avuto la certezza di sapere dove era diretto. Paradossalmente, una permanenza a Guantanamo avrebbe dato al soldato maggiori possibilità nel fare giustizia di quante non ne abbiano avute lui e i suoi legali negli ultimi due anni: gli Stati Uniti sono stati citati dal Centro per i Diritti Costituzionali perché il governo non ha pubblicato le trascrizioni e i documenti delle udienze preliminari—cose che, secondo il Centro, sono più facili da ottenere nei casi che coinvolgono i ribelli di al-Qaeda detenuti nel carcere militare cubano.

      Una volta arrivato a Baltimora, Manning è stato caricato in una macchina e trasferito nella base militare di Quantico, in Virginia. Lì è stato tenuto per nove mesi in regime di carcere duro in una cella più piccola di quella che aveva visto oltreoceano—solo 1,8 x 2 metri. Per 20 minuti al giorno gli veniva concesso di vedere la luce del sole, pur rimanendo ammanettato con delle catene. Altre volte, ha scoperto che se inarcava il collo e si metteva nell’angolazione giusta riusciva a cogliere il riflesso del sole rispecchiato da una finestra nel suo inimmaginabile inferno di cemento. Una volta all’interno della sua camera di isolamento per le consuete 23 ore e mezza circa era privato di praticamente tutto, incluso il contatto con altri detenuti e spesso dei suoi vestiti. Era costretto a dormire dalle 13 alle 23, nudo, e gli era permesso farlo solo di fronte alla lampada.

      “Ho iniziato a sentirmi come se stessi mentalmente tornando al Kuwait, in quel solitario, oscuro buco nero,” ha detto.

      “La cosa più interessante nella mia cella era lo specchio. Puoi interagire con te stesso. Ci ho passato un sacco di tempo,” ha detto alla corte giovedì.

      Durante quei nove mesi, Manning è stato costretto a farlo. I suoi comandati a Quantico sono stati messi alla sbarra questa settimana e hanno testimoniato che il soldato è stato regolarmente spogliato della sua biancheria e delle ciabatte per “prevenzione di incidenti”, uno stato che rendeva la sua prigionia essenzialmente equivalente alla più severa delle sentenze di isolamento essendo il soggetto a rischio di suicidio.

      Manning era “normale come potrebbe esserlo un prigioniero in regime di massima sicurezza,” ha dichiarato alla corte il Lance Corporal Joshua Tankersley. Ma il termine "normale" ha un proprio valore a seconda del personale militare che ne fa uso.

      “Ti guardi allo specchio o fissi la parete.” Quello, ha detto Tankersley, era un comportamento normale.

      In carcere, a Manning era concesso di avere contatti soltanto con i prigionieri tenuti direttamente ai due lati della sua cella; per la durata della sua lunga permanenza, entrambe le celle, quella a destra e quella a sinistra, sono rimaste libere.

      A volte, ha detto Tankersley, i detenuti in stato di “prevenzione di incidenti” vengono trovati a sonnecchiare. “E li becchiamo e li svegliamo,” ha detto. “Non c’è fondamentalmente nulla da fare.” Ogni volta che Manning doveva essere spostato dalla sua cella, l’intera struttura veniva isolata. 

      Continua nella pagina successiva.

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      Tag: Bradley Manning, WikiLeaks, Assange, Stati Uniti, cable

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