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      Morte dell'hobo americano

      January 16, 2013

      Quando attraverso una città, o una zona suburbana, o magari un boschetto, incontrare le rotaie di una ferrovia mi dà un immediato sollievo. È come se le paure e i dubbi e le ansie della vita quotidiana svanissero in un attimo. La morsa in cui la civiltà e questo mondo mi tengono stretta la testa si allenta un po’, e per qualche momento posso respirare liberamente.

      Le rotaie sono ancora qui, in questo nostro futuro desolato e digitalizzato da 2001: Odissea nello spazio, relitti di tempi in cui i mastodontici cavalli di ferro e le carrozze passeggeri della Pullman fendevano terre selvagge nere come la pece, sfrecciando a gasolio attraverso la notte.

      In questo puzzle interminabile di strade, macchine, ripetitori, affari, case, lavoro, famiglia, i binari del treno sono una via di fuga, una botola, uno spazio vergine, un’eccezione in cui regnano ancora silenzio e anarchia.

      Se strade e superstrade sono le arterie d’America, le centinaia di migliaia di chilometri di binari sono come i diagrammi dei chakra nelle cliniche di agopuntura, sorgenti nascoste dell’energia che si irradia a tutto il corpo. È come se il vapore di secoli d’America dallo spirito audace e forte vivesse nel puzzo velenoso che si alza dai binari caldi e incatramati. È l’ultima roccaforte di America autentica, immacolata ai rimorsi del moderno progresso.

      Come molti sanno, a metà circa del diciannovesimo secolo Henry David Thoreau si trasferì in una capanna sulle rive di un lago poco fuori dalla sua città natale, Concord, in Massachusetts, e ci rimase per due anni, durante i quali scrisse Walden, ovvero vita nei boschi. Quello che non tutti sanno, invece, è che la capanna distava meno di 100 metri dai binari dei treni diretti a Concord, e che la casa della mamma dello scrittore era a mezz’ora di cammino, seguendo il tracciato dei binari.

      In visita al lago Walden, poco tempo fa, impressionato dal luogo primordiale che Thoreau scelse per il suo esperimento, non ho però potuto fare a meno di notare che senza i binari—quel filo d’Arianna, quella pista di briciole che riporta alla civiltà—il suo lungo eremitaggio sarebbe stato nient’altro che un interminabile inferno. Thoreau aveva trovato quello che tutti cerchiamo, aveva preso il meglio da entrambi i mondi—natura e civiltà unite in un solo, piccolo pacchetto.

      Nella mia immaginazione, quando l’autore stava passando una notte solitaria e fredda nella sua capanna, e sentiva la mancanza degli amici rimasti a Boston, e si chiedeva perché diavolo fosse tornato al luogo natio a coltivare fagiolini, il fischio di un treno—rimbombante tra i boschi mentre la notte moriva—lo rafforzava nel suo proposito e gli ricordava che anche allora che era solo, rimaneva nondimeno membro del consorzio umano.

      Sono cresciuto in una zona suburbana nel centro del North Carolina, una zona boschiva mite e accogliente, dove i treni merci erano un immancabile elemento del panorama. Quando andavo alle superiori, nelle sere d’autunno inoltrato, mentre nel mio quartiere cadevano foglie multicolori, ascoltavo il chiasso della banda della scuola in lontananza e il fischio del treno che sbuffava da qualche parte tra i boschi di caducifoglie e tutto il mio spirito era invaso dall’entusiasmo per il futuro, e per quello che ancora mi aspettava.

      Gli anni dell’adolescenza li ho passati lungo i binari. C’era qualcosa di magico nel modo in cui si poteva dividere e dare forma al fogliame o scendere in una gola d’argilla dietro il parcheggio della farmacia, e ritrovarsi catapultati in un mondo segreto.

      Appena compiuti i 18 anni, in un pomeriggio freddo e secco d’autunno, saltai per la prima volta su un treno merci in partenza da Raleigh insieme al mio amico Doug MacPherson. Quelle ore meravigliose passate stesi su cataste di legname incatramate, cercando di cogliere il movimento misterioso dei vagoni e della locomotiva nel deposito, sono calcificate nel midollo delle mie ossa—come un rompicapo che non capisci, ma che mano a mano che aggiungi pezzi inizia ad avere un senso. Il mio amico Cricket, veterano del saltare sui treni, ci diede una piccola mappa artigianale per orientarci tra i depositi di Linwood, nell’ovest del North Carolina. Le sue parole furono il severo ammonimento che viene dato a molti viaggiatori abusivi alla prima esperienza: “State giù e non fatevi vedere da nessuno.”

      Mentre il nostro treno sferragliava fuori da Raleigh, ignorammo prontamente il consiglio di Cricket e ci sedemmo sulla piattaforma del vagone merci, ed eravamo facilmente individuabili da tutte la auto ferme ai passaggi a livello. C’era qualcosa di elettrizzante nel salutare con ampi gesti delle braccia tutti i guidatori mentre passavamo—quando ci vedevano, gli sguardi si accendevano e si affrettavano ad additarci, e le loro labbra dicevano: “Guarda, vagabondi!” Era come se, lasciandoci trasportare sul treno merci, rendessimo di nuovo possibile credere in qualche mistero, come se grazie a noi di nuovo potessero contemplare l’ignoto.

      Lo scenario di un viaggio su binari è completamente diverso da quello che si potrebbe vedere dai finestrini di una macchina in corsa—non ci sono benzinai, cartelloni pubblicitari, bar, marciapiedi o pedoni. È un universo di lotti abbandonati, ombre nette stampate dei lampioni dei cortili sul retro, cani randagi, ululati, barboni che bevono nei sottopassaggi, monoliti di spazzatura, piloni del telefono aggrediti da piante rampicanti. Quando ci si allontana alla volta di spazi aperti, lontano dalle strade, si assiste al trionfo della natura primitiva, ancora sconosciuta alle mani della civilizzazione.

      Con la nostra mappa lacera, diretti in un luogo straniero, Doug e io ci sentivamo come una coppia di americani dei tempi passati—pionieri lontani da casa sui passi di una grande avventura. Ebbe così inizio il mio amore contorto, destinato a non essere mai pienamente soddisfatto, per saltare sui treni merci.


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      Tag: hobo, treni, America, Trainhopping, National Hobo Convention

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