Buttate via le chitarre (di nuovo)

Di Francesco Birsa Alessandri


Emptyset live @Unsound 2012, foto di Niccolò Cevenini

Musicalmente parlando, il proverbiale “orlo del collasso” è stato sorpassato da tempo: siamo oltre la crisi, in uno stato di caos totale che, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, si sta traducendo in uno dei periodi più prolifici e creativi da molti anni a questa parte. “Tempi interessanti”, come dicono i cinesi per mandarti a morire ammazzato ma anche—Žižek insegna—un’epoca la cui stessa instabilità offre enormi opportunità. Sto parlando, in particolare, di un mondo che per pura comodità definiremo “musica elettronica”, fino a poco tempo fa rigidamente organizzato in aree di genere, prima fra tutte quella tra la roba da ballare e quella più astratta, rumorosa, “sperimentale” (aggettivo ormai più imbarazzante che altro). L’atteggiamento ipercontemporaneo, appunto, ha iniziato a guardare oltre la fissa di far muovere il culo, oltre le pugnette di una certa avanguardia, e anche oltre l’ignoranza e la caciara a tutti i costi del noise, mentre paradossalmente le accetta tutte e tre insieme.

Ipercontemporaneo, appunto, eppure certi atteggiamenti erano stati già previsti negli anni Novanta, quando l’elettronica “per tutti” era ancora adolescente, e certi miscugli non facevano neanche troppo strano. Si parlava tanto, infatti, di “Intelligent Dance Music” (IDM), una forma di techno incapace di limitarsi alla strutture-base della cassa dritta col bassone, a cui stavano stretti anche i tempi spezzati della drum’n’bass. Una forma di apertura mentale però tradita dalle star del genere, a una certa scivolati in un pozzo senza fondo di seghe mentali autoreferenziali, primo fra tutti l'ormai bollitissimo Aphex Twin. Ci fu anche un altro fenomeno, però, molto più di nicchia e per questo anche invecchiato meglio, che rispondeva al nome di Isolazionismo. La nascita del “movimento” fu segnata dalla compilation del ’94 intitolata, appunto, Ambient 4: Isolationism. Curatore della faccenda era Kevin Martin, oggi noto a tanti come The Bug, che allegò al dischetto anche un breve saggio in cui spiegava in cosa quella musica fosse diversa dal resto della Ambient in circolazione. Secondo Martin quella era musica fatta da gente che, tappata in studio senza comunicazione con l’esterno, cercava di manipolare il flusso di informazioni a cui veniamo sottoposti ogni giorno dai media, filtrandolo attraverso le loro ossessioni private.

Tornando ai nostri tempi, se da una parte l’onnipresenza di computer e smartphone ci spinge tutti verso una forma continua di isolazionismo, allo stesso tempo internet ha reso impossibile non comunicare sempre, mettere un freno all’informazione che ci si riversa in testa. Una condizione, questa, esplorata molto bene da James Ferraro nel suo Farside Virtual e, più recentemente, dai videogiochi apocalittici di Fatima Al-Qadiri e Gatekeeper. Una condizione che ha generato il collasso di cui parlavamo prima, e che invita a fare musica usando le scorie, intese sia come i rimasugli di quelli che un tempo si chiamavano “generi musicali” ora ridotti più che altro allo spettro di un’estetica e/o di un’epoca, sia come oggetti sonori di scarto. Dai rumori d’ambiente ai riff tamarroni delle più becere forme di house che ti sono passate per le orecchie da ragazzino: tutto fa brodo e parte di un immenso calderone  di esperienze. È molto liberatorio, dopo anni di virtuosismi dance, ascoltare artisti che vengono dal noise buttarsi sulla cassa dritta e sfruttare la loro stessa incompetenza nell'ambito come un vantaggio e non un handicap. Un esempio su tutti: Pete Swanson.

Un'attitudine che si esprime in mille modi diversi: dalle tastierine analogiche di Heatsick alla violenza terzomondista di Vatican Shadow e Cut Hands alla post-dubstep erotica e ansiosa di Andy Stott e Vessel e al noise ritmico degli Emptyset... E poi ancora: house dilatata e fosforescente, techno post-industriale, rumori acidi sbriciolati, dub esoterico o narcotico, archeologia musicale, missioni nell'oltrespazio e ambient da fattanza. Soprattutto è un fiorire di label dall’identità fortissima nonostante la varietà di suoni che spingono, su tutte Blackest Ever Black, Tri Angle, Spectrum Spools, Modern Love e PAN Act. Sonoramente, l’unica caratteristica rintracciabile in tutti questi artisti è quel sottile livello di paranoia dato dalla ripetitività, atmosfera perfetta per gli anni più incasinati dell’epoca informatica, come se la liberazione si ottenesse attraverso l'overload o l'overdose, la disintegrazione dell'identità.
Insomma, questa è la musica che ci meritiamo oggi, un suono sempre in bilico tra mente e corpo, tra ballo, ascolto immersivo e violenza: il rave in cameretta e la cameretta nel rave, il rumore ovunque; metà di questa gente viene dai club, l’altra metà dal noise e dalla sperimentazione. Oltre a questo, sembra diffusa la voglia di liberarsi una volta per tutte dei cliché del “rock”, tenendone solo l’urgenza viscerale per affermare un tipo diverso di cultura musicale e di approccio.

Container live @Unsound 2012, foto di Niccolò Cevenini

I festival europei non sembrano impermeabili a quanto accade: l’Unsound di Cracovia è diventato meta ufficiale di pellegrinaggio per chi segue questa nuova non-scena, e anche il nostrano C2C Alfa Romeo MiTo si è mostrato molto aperto sotto questo punto di vista. Ho infatti deciso di affrontare l'argomento proprio con alcuni degli artisti che hanno partecipato al festival torinese. Uno, Karl O’Connor detto Regis, viene dalla musica industriale, e sono vent’anni che non smette di farla scopare con la techno. Nell’altro angolo, invece, ci sono i Raime, Tom Halstead e Joe Andrews. Due ragazzi inglesi cresciuti a pane e jungle che ora suonano una elegantissima elettronica “doom”. In comune hanno l'essere usciti per  Blackest Ever Black—forse la migliore label tra quelle emerse negli ultimi anni—oltre che la voglia di attraversare l'oscurità senza rimanerci infognati dentro.

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