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      Un fotografo paziente

      December 19, 2012

      Forse sono geneticamente predisposto all’ossessione per le fotografie. Non so in che altro modo potrei spiegarlo. Essendo cresciuto negli anni Cinquanta, venivo fotografato in occasione delle ricorrenze familiari—compleanni, festività, vacanze, ecc... Quello che più ricordo di quegli eventi era come la macchina fotografica cambiasse l’atmosfera. Davanti a lei, avevamo dei posti dove stare e delle posizioni da mantenere. Mentre l’adulto con la fotocamera aveva un lavoro da fare. Quella macchina aveva in sé un potere.

      In presenza della macchina fotografica, quello che stava succedendo cambiava. So che questo genere di cose è entrato ormai a far parte della normalità, e che la maggioranza delle persone non ci pensa neppure su. Ma in qualche modo, essendo sconosciuto al bambino che ero, il potere di trasformazione della macchina fotografica si è fissato nella mia coscienza. E quando sono cresciuto, ho desiderato il ruolo di documentarista della famiglia, così da provare quel potere e quella responsabilità.

      È strano, questo fascino per il potere della macchina fotografica? Probabilmente. Ma sospetto che sia nel cuore di molti altri fotografi. L’utilizzo di una macchina fotografica nel relazionarsi col mondo è d'aiuto? Forse. Preferisco pensare che la mia ossessione mi permetta di considerare una serie alternativa di “fatti” a proposito del nostro mondo visibile.

      All’inizio degli anni Settanta ho deciso di dedicarmi completamente a questo fascino e mi sono circondato di un piccolo gruppo di persone che avevano gli stessi gusti. Quello che ha avuto luogo è stato un’educazione sul linguaggio della fotografia. Le foto che facevamo e condividevamo equivalevano alle nostre “conversazioni” con la tradizione fotografica, con i nostri mentori, e tra di noi. Forse solo la metà delle fotografie presenti nel libro è stata vista da qualcuno in passato—e fino al 2009, quando ho iniziato a pubblicare le immagini su internet, nessuno oltre a me aveva visto il resto. In un certo senso, il libro rappresenta una prova resa pubblica della relazione di un fotografo con la macchina fotografica nella sua cultura. Per me, le fotografie sono offerte personali alla generosità visiva fornita da quella cultura.

      Don Hudson è un fotografo non professionista di South Lyon, nel Michigan. Ha scattato fotografie per decenni e solo di recente ha iniziato a condividere i suoi archivi attraverso la magia della rete. Una raccolta di immagini selezionate (per lo più del Michigan nei tardi anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta), intitolata From the Archives, è stata recentemente pubblicata da Editions FP&CF. Il testo qui sopra è la prefazione dello stesso Don al libro. 

       

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      Tag: don hudson, Michigan, Detroit

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