Film bestiali a Berlino - Terza parte

Di Clara Miranda Scherffig

La Berlinale si è conclusa domenica e nonostante abbia passato buona parte del tempo a lamentarmene, sono molto depressa. Esattamente come il buon Leopardi ha ricordato più volte, quando la festa finisce, hai voglia di morire. Il meccanismo è semplice e noto a tutti: durante la festa sei infelice perché hai paura di non spassartela come dovresti e dopo la festa sei infelice perché la festa non solo è finita ma non te la sei manco goduta come dovevi. L'unico momento in cui riesci a viverti la vita con la gioia che merita è prima che succedano le cose, cioè quando ti invitano alla festa. Allora ci sono tipo cinque minuti di toccare il cielo con un dito, in cui la certezza di diventare presto il padrone del mondo ti manda su di giri per i cinque minuti successivi e allora ami tutti quanti, vuoi organizzare cene di beneficenza, sei disposto a lavorare gratis (se già non lo stai facendo) e stai al telefono con tua madre per due ore. Poi ti rendi conto che non sarai mai all'altezza di tutta quella felicità, per cui torni ad essere infelice. 

Ecco, il metabolismo sentimentale durante i festival cinematografici funziona esattamente allo stesso modo. 

Ieri era il primo giorno senza film al cinema e volevo suicidarmi. Ho pensato di rimediare guardando film sui nazisti, riesumando contemporaneamente le foto di mio nonno quando era nell'esercito (sì, era l'esercito tedesco). Ne ho visti tre, di film sui nazisti, tutti della durata superiore alle due ore, senza muovermi dal letto e riscaldandomi la zuppa ai broccoli che mi ero cucinata due giorni prima. All'una e mezza ho pensato che forse era il caso di darsi una pulita e mettersi a dormire, senonché mi sono detta dai, l'ultima cazzata, e ho digitato “Processo di Norimberga” su YouTube. Stamattina c'era una brutta atmosfera, sotto le mie coperte.

Comunque. Dopo svariati tentativi sono arrivata alla conclusione che l'unico modo per scacciare questa irreparabile tristezza è continuare a parlarne.

Eccoci dunque alla terza e ultima parte del report dalla Berlinale, con una selezione dei film visti e senza commento dei film vincitori, quelli li potete vedere qui.

 

An episode in the life of an iron picker, Danis Tanović – In concorso

Prodotto con un budget ridottissimo e girato in digitale, il nuovo lavoro di Tanović (che aveva vinto l'Oscar come miglior film straniero nel 2002, per No man's land, fatto anche quello con tre soldi ma che consiglio vivamente) ha meritatamente vinto il gran premio della giuria nonché l'Orso d'argento per la migliore interpretazione maschile, quella di Nazif Mujic. Il film è proprio uno di quelli belli e giusti e riconferma l'occhio astuto dei selezionatori del festival che guardano verso est. Già l'anno scorso aveva vinto nella stessa categoria un film ungherese dedicato alle problematiche rom, Just the wind, e An episode in the life of an iron picker vince in buona parte per le stesse ragioni. 

L'avevo già osservato quando ero stata nei Balcani alcuni anni fa, che gli zingari—o, se abbiamo paura del razzismo linguistico, minoranza rom—erano oggetto di discriminazioni che in confronto l'Italia è Israele per gli ebrei nel 1948. Difficile però raccontare la situazione senza cadere in volgari lacrimucce o ignoranti insulti. Come un fatto di cronaca aveva fornito il soggetto di Just the wind, anche in An episode in the life of an iron picker i fatti sono presi paro paro dalla vita vissuta dei protagonisti... che ci recitano dentro. E fanno se stessi. 

Detta così sembra l'ennesimo progetto di volontariato creativo, e invece no: la famiglia Mujic deve affrontare un paio di giornate d'inferno, solo che le loro giornate sono tutte infernali. Tanović ha schivato la domanda sapientona della giornalista che gli chiedeva come si inseriva nella retorica antirom tanto in auge in Europa dicendo che gli interessava solo raccontare la storia di questa famiglia (una come tutte, un giorno come una vita, ETC.): il punto è proprio che questo film non ha retorica. Una vaga idea di come sia riuscito a evitarla ce l'ho (“sequenze individuali”, dedicate allo sforzo del singolo personaggio per il bene della famiglia; la narrazione limitata a pochi giorni; l'utilizzo di attori non professionisti), ma basti dire che con questa overdose di consapevolezza e ironia che domina le nostre visioni, è un piacere vedere un film così diretto e semplice; soprattutto se tratta l'annosa questione degli zingari. Non credo sia solamente il sollievo di vedere raccontato il dramma zingaro (dai, sto cercando di liberarmi della retorica) senza menate, pannolini e bimbi con le occhiaie che strillano su capezzoli appena liberati da cenci sporchi (difficile cosa, l'antiretorica!); insomma non è il vento della novità che piace in Tanović; è finalmente vedere le cose come stanno.

 

Side effects, Steven Soderbergh – In concorso

Io non so perché, ma finisco sempre a vedere i film di Soderbergh. 

Allora, in Germania esiste questa serie televisiva che va in onda su un canale che potrebbe essere la nostra Rai che si chiama Tatort. Letteralmente “luogo del delitto”. Ma non c'entra un granché con CSI, è più simile a Distretto di Polizia. Solo che invece del Tuscolano, la girano in diverse città tedesche e ogni domenica la puntata cambia location e squadra. E ogni domenica le strade sono vuote per 45 minuti; è incredibile ma la guardano tutti. Si formano grappoli di appassionati al bar, comitive di amici si radunano in casa a bere tè al finocchio e guardano Tatort. Cosa fai stasera, esci? NO, c'è Tatort. Ognuno ha il suo commissario preferito, c'è chi sostiene che le puntate girate a Münster siano le migliori perché più comiche, chi preferisce quelle ad Amburgo perché c'è più zinna, e via dicendo. È vero che non è una serie grigia come Squadra Speciale Cobra 11, che Tatort esiste dagli anni Settanta e che ha fatto per l'unità della Germania un po' quello che ha fatto Mike Bongiorno con la lingua italiana. Rimane però un prodotto televisivo nazionale con i detective-poliziotti. 

Insomma, per farla breve Side effects è una specie di episodio lungo di Tatort: piacerà ai tedeschi!

A parte tutto, il finale a sorpresa c'è, la storia è intricatona, piena di salti avanti e indietro e interni di lusso e Catherine Zeta Jones psichiatra saffica con gli occhiali, insomma, boh, non ci sono le superspie che picchiano, nessuno si mena per davvero, la gente è normale e lo scenario non è manco apocalittico, che palle neh?

 

Prince Avalanche, David Gordon Green – In concorso


Giornata dei trailer invertiti, oggi: questo l'originale Á annan veg.

In Prince Avalanche ci sono due attori e basta, Emil Hirsch—che tutti odiano—e Paul Rudd—che tutti amano. Be', sono bravi entrambi e tengono in piedi 90 minuti di sceneggiatura (ben fatta) e avvenimenti (minimi ma fondamentali) che crollerebbero se non ci fossero loro due. Un ventenne scemotto e il fidanzato della sorella del ventenne sono costretti a passare insieme cinque giorni su sette perché lavorano insieme alla manutenzione stradale di una zona poco trafficata. Passa raramente qualche altra macchina e sono isolati da tutto e tutti, dormono in tenda e cucinano sul fornelletto. Sono molto diversi, il primo è fissato con le ragazze e indossa camicie hawaiane, il secondo impara il tedesco con le audiocassette e va a pescare...

Ok, presentato così sembra la versione tarocca di un film di Wes Anderson, però è pieno di piccolezze che costruiscono per davvero il carattere dei personaggi, come Emile Hirsch che deve fare il tracciato della strada con la vernice gialla ma si annoia e si dipinge tutte le scarpe con la bocca aperta. Cioè quelle cose che facevo io durante le ripetizioni di latino, tipo disegnarmi 80 Spank sul braccio sinistro. Lo sviluppo psicologico non è sorprendente, però si mantiene in piedi proprio grazie a queste piccole variazioni caratteriali e umorali che sono il vero sale del film.

Altro vincitore giusto, Prince Avalanche si è beccato l'Orso d'argento per la migliore regia. È il remake di un film islandese che mi dicono sia bellissimo, ed è un film molto carino e molto godibile. Mi rendo conto che se dicessero di me “si, è una ragazza carina e godibile” mi incazzerei di brutto e preferirei quasi essere definita “no, guarda, è una cretina e anche cessa”, però per il cinema è un'altra cosa. Spesso lo si dice per film che si rivolgono alle persone di mezza età, alle commedie britanniche con Maggie Smith e via dicendo. Ma ciononostante, quella dei film “carini”, è una categoria valida che ogni tanto fa bene. 

 

Before Midnight, Richard Linklater – Fuori concorso


Ah questo è l'altro. Be' vabbe'.

Lo devo ammettere, io sono una imbarazzata ma dichiarata fan della saga di Jesse e Celine. Però non ho visto Before Sunset e Before Sunrise più di due volte ciascuno, non conosco a memoria certi dialoghi né trovo adorabili i suoi personaggi. Anzi, spesso mi fanno un po' ribrezzo, come le coppie che si baciano rumorosamente in metropolitana. Però devo a July Delpy di avermi fatto scoprire, in età sospetta ahimè, Just in time di Nina Simone nella versione live di Parigi, che è una delle poche cose per cui riconosco l'esistenza del capoluogo francese. E poi a me piacciono i film dove la gente parla. Soprattutto se parla d'amore senza farlo. Mi ricorda un certo tipo di film francesi (eccoci, la seconda cosa per cui perdono alla Francia di esistere) che non nominerò qui perché fa brutto, ma che sono leggeri e spiritosi, ma anche un po' drammatici, che affrontano tematiche umane con l'attitudine che bisognerebbe sempre avere, di distacco ma anche di partecipazione comica.

Before Midnight è stato scritto anche da July Delpy e Ethan Hawke. Ora, la traccia indelebile di quella mezza calzetta di Ethan Hawke (a cui è stato giustamente dedicata un breve excursus intitolato Just how pompous is Ethan Hawke?) si nota, qua e là. E lì uno rabbrividisce. Per fortuna, però, la Delpy e qualche altro sceneggiatore intervengono subito a bloccare lo sbrodolamento hawkiano. Questo discorso non vale per la seconda metà della prima parte, dove la coppia—ora insieme da anni, con gemelle bionde coi boccoli—si trova come al solito in un paradiso terrestre dell'intellettuale privilegiato (non mi stupirei se tra i produttori ci fosse anche qualcuno che ha lavorato ai film europei di Woody Allen perché l'atmosfera *glow* alla lavanda sintetica è esattamente quella): la Grecia. Tavola imbandita, tre generazione di greci si confrontano con la coppia del successo. Hawke è ormai uno scrittore affermato, la Delpy fa qualcosa nel settore delle energie rinnovabili e tra un'oliva e l'altra si parla della resistenza dell'amore nel tempo. I greci ricciuti gestiscono la conversazione pieni di energia ma il tutto sembra più che altro una coreografia di danza del ventre eseguita da ballerine obese. Non una bella cosa, insomma.

Finito il calvario conversazionale, si ritorna al canovaccio storico della saga, lunghe sequenze dei due che si amano o si odiano, si spogliano o strillano insulti. E qui devo dire che entrambi hanno fatto un buon lavoro: i repentini cambi di idee, il passaggio fulmineo dal perdono alla vendetta, la comprensione immediata e il rifiuto di scendere a compromessi, la volontà di cambiare per l'altro e la stizza che monta per i suoi difetti, la minaccia di andarsene e ritornare bussando alla porta. Sono tutte cose che le coppie fanno e che sono tremende ma sembrano impossibili da evitare. Nel mio mondo dei sogni, questi meccanismi non esistono nell'amore vèro. CAZZATA! L'amore vero non esiste e se esiste è una merda come quello non-vèro, però se ci stiamo ancora appresso un motivo ce sarà, no?

 

Dark Blood, George Sluizer – Fuori concorso

Come si fa quando un attore muore mentre fai un film? Come fai a laurearti se il tuo relatore ha un infarto il giorno della discussione? Cosa succede se il tuo datore di lavoro crepa mentre ti deve ancora dei soldi?

Queste sono le domande a cui Dark Blood risponde: prega che nessuno muoia, sennò è peggio. 

 

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