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      Vita da cani

      September 23, 2011

      i-cani

      Un po' di tempo fa abbiamo sentito parlare—a tratti malissimo e a tratti benissimo—di un disco di un gruppo chiamato I Cani. Abbiamo poi scoperto che questo gruppo, in realtà, è una persona sola. Poi abbiamo scoperto che è un amico di alcuni dei nostri collaboratori. Poi abbiamo scoperto che un sacco di gente odia I Cani per ragioni non ben specificate. Secondo noi, I Cani è un fenomeno estremamente interessante nel panorama del pop italiano. Allora abbiamo fatto due più due e abbiamo chiesto a uno dei nostri collaboratori/amici de I Cani di sedersi un attimo con lui e di fargli due domande. L'intervista è di Fabio Viola, e la potete leggere dopo il salto. Purtroppo, Fabio non gli ha chiesto, "Secondo te perché internet è piena di sfigati che ti odiano?" Ma va bene uguale. Tra l'altro I Cani ha anche fatto un mixtape in esclusiva per noi. Lo trovate dopo l'intervista.


      Quartiere Prati. Mi sto provando degli occhiali da sole nel negozio di ottica di mio zio mentre aspetto I Cani, che è in ritardo. Il largo marciapiede è pulito, c'è un'edicola nuova e lucida, ai tavolini dei bar anziane e professionisti prendono gelati e caffè, non necessariamente insieme.
      Quando arriva I Cani gli chiedo una consulenza sugli occhiali: meglio i Ray-Ban verdi opachi o neri opachi? Meglio i Gucci tartarugati di foggia anni Cinquanta? Mia cugina dice che quest'anno si portano molto e che mi stanno bene. I Cani mi dice mentre mi guardo in uno specchio in cui si riflette anche il sole che gli piacciono i Ray-Ban. Ne porta lui stesso un paio, ma da vista.
      Dico a mia cugina di mettermi da parte quelli verdi e un altro paio con la montatura tondeggiante e una doppia sfumatura (grigio chiaro e grigio scuro), che fa intellettuale. Dico che sarei passato un altro giorno a scegliere, mi sarei fatto consigliare anche da qualcun altro.
      Per l'intervista, per la quale mi sono dotato di un registratore DAT, scegliamo un baretto defilato, proprio accanto al cuore pulsante di questo epicentro della borghesia che è il quartiere in cui sono nato e cresciuto: piazza Cola di Rienzo. Cominciamo parlando di interviste.

      VICE: Quante ne hai fatte?
      I Cani: Credo che stiamo sulle quindici sedici, ma pure di più. Nei tre giorni precedenti all'uscita ne ho fatte sette. Sette in tre giorni. Domenica ne ho fatte tre. Per email. Tantissime.

      Come sono andate?
      Ognuno si fissa su una cosa. Una per esempio si era fissata sul riconoscimento e il senso di imbarazzo generalizzato rispetto al disco. Che è un aspetto che c'è, chiaramente. Io sono molto amico di altri gruppi che stanno sulla stessa etichetta, che magari fanno dischi belli però in inglese con testi che non vogliono dire un cazzo e questi mi dicono 'Cazzo, a te nell'intervista possono fare domande serie, a noi chiedono sempre come vi siete formati, come vi siete conosciuti eccetera.'

      Di gruppi italiani anche indie che cantano in inglese ce ne sono un bel po'. I testi spesso sono ammantati di qualunquismo e hanno problemi di grammatica e sintassi, che fa schifo da vedere in inglese.
      Io sono anche più nazista di così. Un sacco di gente che canta in inglese pone scuse tipo 'Mio padre è inglese, mia madre è americana, mia nonna è australiana...' però non è proprio quello il punto, cioè anche se scrivi in un inglese perfetto, nel momento in cui scrivi in una lingua che non è la tua, non è la tua. C'è poco da fare, non è la vita che hai fatto. Secondo me la parte del cervello che usi per scrivere è quella con cui vivi. Se scrivi nella lingua della musica che hai sentito, stai usando la parte di cervello che ha sentito. Cioè non è che i Beatles scrivevano in inglese, scrivevano nella loro lingua. Se tu pensi agli scrittori, quello che non scrive nella sua lingua è un caso raro e ha sempre un ottimo motivo per farlo. Nabokov scrive in inglese perché non vive più in Russia.

      Però Shan Sa, cinese, scrive in francese ma è paratassi totale. Si capisce che i suoi mezzi sono limitati, che scrive così perché non può fare altro.
      I casi riusciti sono rari. Una cosa di cui non ho mai parlato è la scelta dell'italiano. Una volta che uno ascolta il disco lo dà per scontato, ma a parte che il significato delle parole è diverso, cioè se dico 'autobus', l'immagine mentale specifica italiana è diversa. Secondo me questo è il motivo per cui tanti gruppi italiani che cantano in inglese non funzionano, perché i gruppi di riferimento che hanno puntavano anche sui testi, cioè i Velvet Underground senza quei testi non sarebbero stati i Velvet Underground. Come a un campionato di pizza non è che ti dicono 'Assaggiate solo il condimento, non sentite l'impasto'.

      E poi i campionati di pizza li vincono egiziani e giapponesi.
      Eh.

      Immagino che musicalmente tu sia cresciuto ascoltando musica anglosassone. Nei confronti dei testi che atteggiamento hai?
      Me li leggo. Me li cerco. I testi che mi piacciono di più non sono italiani, tipo i Magnetic Fields, recentemente degli Of Montreal, i testi di Lou Reed, alcune cose dei Pavement, tante cose rap. In Italia ho solo il rap come punto di riferimento sui testi. E poi Jens Lekman, ha dei testi bellissimi, molto narrativi. C'è un pezzo in cui racconta di lui che va a Berlino con una tipa e finge di essere il suo ragazzo perché il padre cattolico di lei non accetta che lei sia lesbica. Il padre gli fa una domanda a cui non sa rispondere, tipo 'Come vi siete conosciuti?', e lui risponde male e poi per l'imbarazzo si mette a toccare un soprammobile di metallo e il padre gli dice 'Attento che è un rilevatore di bugie', che è proprio un dettaglio letterario.

      E sulla scarsa visibilità che l'italiano comporta a livello internazionale? Non c'è un cazzo da fare?
      Non c'è un cazzo da fare. Fa rosicare ovviamente, però non c'è modo. O uno fa musica in cui non contano davvero i testi, tipo la musica elettronica... Poi l'italiano non è una lingua conosciuta. Il francese sì.

      Però c'è la lirica.
      Forse sarebbe fico tornare al Settecento.

      Che ambizioni hai come musicista?
      Boh? Che cazzo ne so. È un macello perché da una parte io fuggo dalla pressione, cerco di mettermi nelle condizioni di fare le cose nei ritagli di tempo e di non dover mai contare su quello come fonte di sostentamento. A parte il fatto che ho una serie di botte di culo per cui non è una cosa di cui mi devo così tanto preoccupare, ma proprio a livello di immagine di me. L'idea di non dovermi guardare allo specchio e dire 'Faccio il musicista'. Intanto studio, poi si vede. Adesso sto cercando di tornare a quello. Che poi è molto concreta come cosa. Detta in modo molto brutale: la mia idea di essere un fallito o meno non dipende dalla qualità delle canzoni che faccio, perché tanto io faccio altro nella vita, quindi mi sento più libero e faccio cose di cui sono più convinto perché so che tanto me la posso rischiare di più. Vorrei trovarmi sempre nella condizione di dire 'Questo non è il mio lavoro' perché mi sembra l'unico modo di fare le cose liberamente.

      Questa cosa dei falliti non appartiene alla mia generazione, ma la vedo nella tua. Da che dipende questo fatto?
      Il disco parla soprattutto di questo. Tutti i personaggi sono così.

      Allora mi spieghi anche perché io nei tuoi testi la capisco e la riconosco pur non avendola vissuta?
      La ragazza di Hipsteria forse non è fallita ma non è realizzata come vorrebbe perché si è data degli standard allucinanti. Io me la immagino figlia di intellettuali, con le pressioni sociali di piacere ma di essere anche intelligente, per cui per lei la preoccupazione di essere una fallita è dietro l'angolo. Come per i personaggi di Velleità. Il personaggio di Post punk è uno che appartiene alla tua generazione, forse è pure un po' più grande di te (sì che lo è, NdFabio). Di fatto lui ha una contraddizione, e qui rispondo anche all'altra domanda, perché il concetto di fallimento era sepolto nella tua generazione, che poi è anche quella di mio fratello, cioè ci stava però non si poteva dire perché accettare una visione del mondo in cui esiste anche il concetto di fallito era ideologicamente sbagliato. Nella canzone lui dice infatti 'Per me contano i dischi, non contano i soldi e lo status sociale eccetera', però al tempo stesso a un certo punto sbrocca e dice 'Io c'ho delle case...'. Lui è particolarmente contraddittorio e poco realizzato e soprattutto ha poco chiaro cosa voglia dire realizzarsi. Come testimonia il fatto che sono decenni che ha rapporti morbosi con ragazzini tra quattordici e diciannove anni senza aver mai fatto nessuna mossa, senza averlo neanche mai ammesso a sé stesso, tant'è che vive con la madre e il fratello che insegna in un liceo di preti. Questa a 43 anni è la sua situazione ed è chiaro che lui è molto poco accettato. Ma non volevo parlare di quello, volevo parlare del fatto che anche nella sua visione del mondo esiste il concetto di fallito, in fondo lui lo sa che è un fallito. Per lavoro gira per studi di professionisti cercando di piazzare libri per riempire le librerie. Piazza l'enciclopedia del farmaco per il medico, insomma queste cose qua. A un certo punto sbrocca e dice con orgoglio che ha delle proprietà immobiliari eccetera. Per noi, secondo me, il motivo è politico. Ti dico un dato semplice: a parità di ambiente sociale (zone di Roma semi-centrali, residenziali, ambiente di sinistra, mediamente benestante), mentre quelli nati dieci quindici anni prima si sarebbero iscritti a Filosofia e sarebbero andati a sentire i concerti al Forte Prenestino, quelli della mia età si iscrivono a Economia o Scienze Politiche alla Luiss, o a Ingegneria, e organizzano le serate al Brancaleone che nel frattempo da centro sociale è diventato un locale e ti chiede mille euro per farci la serata. Quindi con il fatto che esistano i soldi, e che a salvarti sarà anche il fatto di avere un lavoro a un certo punto della tua vita, noi ci siamo cresciuti. Credo che sia come il Muro di Berlino, quelle cose là.

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