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      La nobile pratica dell'outing

      February 6, 2013
      Dalla rubrica 'Vittima del bullismo'

      Costantino della Gherardesca, nostro collaboratore, è una vittima del bullismo. Questa è la sua rubrica, fatta di riflessioni sulla società e su se stessi. Alla ricerca di un mondo che fa venire meno ansia.

      VITTIMA DEL BULLISMO #4 - LA NOBILE PRATICA DELL'OUTING

      “Froci ricchi e privilegiati - Trascinateli fuori urlanti dai loro nascondigli di discrezione e pudore!” Questo era lo slogan di un gruppo di militanti omosessuali a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Ero un rompicoglioni di soli 13 anni, più o meno, ma il messaggio mi rimase impresso. Avevano ragione, bastava un minimo di buon senso per capirlo: nascondendo la propria omosessualità, fingendosi magari eterosessuali per opportunismo, si condonava l'omofobia, di fatto propagandola. Da quando vidi quella cartolina politica, il mio pensiero non è cambiato. L'atteggiamento della maggior parte delle persone gay, sì. Radicalmente. I “nascondigli di discrezione e pudore” sono diventati “privacy”, e la pratica dell’outing (dichiarare l’omosessualità altrui, principalmente di personaggi pubblici) è ormai considerata di cattivo gusto, rétro e troppo estrema. 
       
      Un paio di settimane fa, Jodie Foster è stata così gentile da raccontare la sua omosessualità sul palco dei Golden Globe, specificando che non si sentiva in dovere di giustificare il suo non averne mai parlato pubblicamente: d’altronde gli amici più intimi lo sapevano già. Non aveva mai fatto coming out perché gli attori del cinema possiedono un organo molto delicato che si chiama “privacy”, una specie di pancreas che, qualora danneggiato, può causare gravi problemi alla salute della celebrity. E per “problemi di salute” si intende “meno soldi”.
       
      Catherine Opie, Raven (Gun), 1987
       
      Ho sempre sostenuto che la famosa Hollywood “di sinistra”, checché ne pensino le raffinate menti del giornalismo italiano, si colloca un filino a destra di Judge Dredd. Non è un caso che siano stati proprio i suoi “gay” a riabilitare la parola “privacy”.
       
      Nella seconda metà degli anni Ottanta, a New York, gli omosessuali manifestavano per far sì che i loro amici morti di AIDS non venissero buttati via nei sacchi della spazzatura. Erano anni in cui gli attivisti irrompevano negli uffici delle case farmaceutiche, nelle chiese, nelle sedi del governo, e finivano in prigione tutti i giorni. Erano anni in cui dovevano fare la voce grossa, essenzialmente, per non morire. Il motto era “silence = death”. La parola “privacy” la usava invece il senatore repubblicano Jessie Helms, quello contrario a che lo stato finanziasse le ricerche per trovare una cura all’AIDS, il nemico di Act Up. Secondo Jessie Helms, gli omosessuali dovevano “keep their private matters in their homes,” in pratica lavarsi i panni sporchi in casa. Consiglio che froci e lesbiche di Hollywood seguivano alla lettera. 

       
      David Wojnarowicz, Untitled (One day this kid...) 1990
       
      I giovani omosessuali di oggi dovrebbero sapere che i paladini dei diritti civili nel business dell’intrattenimento, prima degli anni d’oro dell’outing, erano dei collaborazionisti paranoici, che se ne stavano nascosti a contare i loro soldi. Ellen Degeneres, confidando nell’uso di mondo del pubblico americano, fingeva interesse per gli uomini e non dichiarava di essere lesbica, nonostante il suo aspetto da lacrossista canadese. Un po’ come se Lindsay Kemp avesse cercato di passare per un lottatore di MMA. Nemmeno David Geffen viveva la sua sessualità apertamente. Nella seconda metà degli anni Ottanta, in compenso, investiva soldi e risorse su Andrew Dice Clay, un comico fortemente omofobo (e sorprendentemente poco divertente, considerate le opportunità che gli avrebbe offerto il suo cattivo gusto). Fu Michelangelo Signorile, militante queer e direttore di OutWeek , a rivelare a tutti che il produttore del giullare di corte del pubblico dei Guns N’ Roses era in realtà una grandissima frociona. Per violare la privacy del povero David Geffen? No. L’outing di David Geffen, così come quello di Rosie O‘ Donnell, serviva per far sapere ai ragazzini gay che si sentivano inadatti e odiati dall’America di Reagan e Bush che, ai vertici di quella stessa società che sembrava osteggiarli, di finocchi ce n'erano in realtà moltissimi. “Persone come loro,” che in realtà non erano come loro, bensì dei gran figli di puttana. 
       

      Fotogramma da How To Survive A Plague


      Una volta che la mentalità è cambiata... più o meno intorno al ’95... solo allora personaggi pubblici come George Michael hanno cominciato a fare “coming out”, dichiarando la propria omosessualità. A quel punto poteva solo fargli comodo. D’altronde, grazie alle battaglie dei colleghi più coraggiosi, la guerra era stata finalmente vinta, e lo si capì proprio quando le finocchie codarde cominciarono a far la fila per saltare a bordo. 


      Segui Costantino su Twitter: @CdGherardesca

       

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      Tag: outing, omosessualità, Omofobia

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