Young Bucks

La notte in cui Giuliano ha vinto ho pianto

Di Matteo Lenardon, foto di Marco Morona

La parte migliore della mia breve residenza a New York qualche anno fa, la cosa che ricordo con più affetto, non sono concerti, musei e le persone incontrate—no, è stata la idrocolonterapia che il mio cervello ha subito da tutti i discorsi degli amici all’aperitivo, gli editoriali di Curzio Maltese, giornali e telegiornali a cui doveva sottostare ogni singolo giorno dall’istante stesso in cui prese coscienza. I risultati per il mio benessere psicofisico sono stati immediati e visibili. Dopo qualche giorno cominciai inspiegabilmente a salutare le persone che mi salutavano. Passata la prima settimana, i sintomi di malessere che si manifestano poco prima di ogni depurazione ed espulsione del proprio veleno—prima di cominciare a stare bene. Confuso dal non ricevere più aggiornamenti quotidiani sull’opinione del Papa a proposito della Legge 40 e Call of Duty—e senza aver più i 6,8 programmi di approfondimento politico al giorno—il mio cervello comincia a mandare ignoti input per tentare di colmare l’improvviso vuoto di dati; tipo “ora è sicuro leggere un libro” oppure “la morte non esiste”. Finito il primo mese termini come “Casini” non avevano più significato logico, come quando da bambino ripeti così tante volte una parola da cancellarne il suo significato originale. Alla fine smisi anche di passare le giornate seduto al buio tenendomi stretto le ginocchia e cercando di allontanare con le mani pipistrelli che non esistono, cosa che ripresi immediatamente a fare dopo essere atterrato a Malpensa.

Ma il problema è che tutto ciò non dovrebbe accadere. Io amo la politica, da ciò che entra nella tua bocca a quello che scegli di far uscire dal tuo armadio—tutto è politica. Perché allora abbiamo lasciato che una parte così importante della nostra vita fosse l’unica parte della nostra vita? È un atteggiamento morboso e quindi autodistruttivo. Come crescere orfani del proprio padre ed essere così attaccati e dipendenti dalla propria madre da doverla odiare e insultare per creare uno spazio per respirare aria pulita.

Adesso manca qualche giorno all’inizio della Terza Repubblica, dall’ultima volta che qualcosa del genere è successo abbiamo perso le ideologie, la televisione come punto di riferimento culturale e Neffa. Cosa spinge quindi oggi ragazzi della nostra generazione, quelli che devono ancora compiere trent’anni o quasi, a impegnarsi a entrare nella politica—nella Cosa Pubblica—invece di passare la parte più importante della loro vita a cantare “tutta la notte, coca & mignotte”?

Voglio cercare di scoprirlo, e per “voglio cercare di scoprirlo” intendo che l’editor di VICE mi ha chiesto di farlo.

La prima che incontro è Valentina La Terza, una ragazza entrata in lista SEL lombarda per la Camera dopo aver primeggiato nelle primarie di partito. Ha superato da poco i 30, e mi raggiunge camminando veloce sulla neve e dettando al telefono istruzioni ai suoi colleghi. Da quando arriva tiene sempre il suo iPhone a portata di estrazione veloce, telefono che usa con la stessa dipendenza e rassegnazione di qualcuno che ha appena ripreso a smettere di fumare. Parla in modo preciso e calmo, e ha l’aspetto rassicurante della ragazza che ti lasciava sempre copiare al liceo nonostante non le parlassi mai.

Siamo al Vodafone Village, un’erezione di acciaio e vetro che l’azienda di telefonia inglese ha recentemente voluto costruire come monumento a se stessi e alle gentrificazione commerciale nella periferia milanese di Lorenteggio. Un enorme palazzo che letteralmente mette in ombra le Esselunga, i parcheggi, i kebabbari da 2 euro e cinquanta che ha ancora attorno a testimoniare il passato proletario.

L’ingresso è colorato da schermi LCD sempre in funzione che ricoprono tutte le pareti e divani attorcigliati su loro stessi, con una reception interattiva e una composta da giovani donne, che nel complesso forma l’idea di accoglienza e calore che hanno le persone la cui unica possibilità di incontrare altri esseri umani risulta essere solo attraverso rendering generati da Autocad.

Valentina mi racconta dei suoi inizi politici, dall’impegno al liceo come rappresentante di istituto, arrivando al medesimo incarico in Bicocca in università. Manifestazioni, autogestioni—la classica vita degli studenti di sinistra. La vita nel movimento giovanile dei DS, fino allo scioglimento. “L’insofferenza alle dinamiche del potere,” mi dice come motivazione per non aver proseguito col PD. “L’idea che le cose debbano per forza venire dall’alto invece che dal basso.” Allora decide di spostarsi nel mondo ARCI, occupandosi di cultura—organizzare eventi come Carroponte—per arrivare da delegata alle politiche giovanili nell’amministrazione Pisapia al Comune di Milano. “La notte in cui Giuliano ha vinto ho pianto,” mi dice. “Non era mai successo, di sicuro non alla mia generazione, di avere un sindaco come lui.” Quando le chiedo di dare un giudizio dell’operato di questi primi due anni da Sindaco vira però subito l’espressione da quella del ricordo felice. “Credo che ora si potrebbe, e dovrebbe, fare di più. Ci può stare un inizio del genere, per tentare di smuovere una macchina enorme come l’amministrazione milanese non puoi certo stravolgere tutto subito, ma spero che ora Pisapia si faccia sentire di più.” Provo anche a chiederle cosa farebbe lei, se ricoprisse il ruolo di Primo Cittadino. “Creare spazi per i giovani. Sviluppare tutte quelle attività che hanno come priorità i giovani.” Come l’Ex Ansaldo? “L’Ansaldo ha funzionato bene, ma ce ne vorrebbero altri dieci così per cominciare a ragionare.”

Quello di cui sono curioso è cosa fa scattare l’idea di un impegno del genere in una adolescente. “I miei hanno fatto il percorso PC-DS-SEL, ma non mi hanno mai indirizzata politicamente verso una precisa direzione. Di solito o segui la strada opposta dei tuoi genitori, oppure fiuti il tracciato lasciato prima di te. Io credo di essere riuscita a crearmi il mio percorso. Ho vissuto il G8 a Genova, i social forum, Firenze, sono stata in Palestina e ho visto giovani giornalisti essere condannati a 525 anni di reclusione, senza battere ciglio, per aver espresso la propria opinione in Kurdistan. Tutte queste esperienze hanno formato la persona che sono ora.”

SEL non è un partito che rappresenta particolarmente bene le mie idee libertarie, ma la convinzione che mette Valentina quando mi racconta il suo vissuto riesce a farmi capire alcune scelte che non ho mai condiviso nel modo di fare politica nella sinistra più radicale. Forse perché mi dice di sentirsi più militante dell’ARCI, di una idea attiva e concreta di partecipazione civile che del partito stesso che la sta candidando con buona chance di entrare in parlamento.

“Mi considero fondamentalmente indipendente,” mi dice sorridendo. “Non avevo neanche idea che sarei stata proposta come candidata alle primarie di SEL,” quindi mi chiede se voglio sapere com’è andata. “C’è stato un problema con un altro candidato che ha mollato all’ultimo, allora si sono messi alla ricerca di un sostituto giovane. Qualche giorno dopo mi vengono a dire che quel giovane sarei stata io!” Allora le domando come ha risposto. “No, dovete chiedere prima all’ARCI, di sicuro non vogliono.” Quindi fa una piccola pausa, e ricomincia subito. “Però mi interrompono subito per dirmi che hanno appena finito un pranzo col mio presidente, e che sono tutti d’accordo. Proprio tutti. Sono stata al telefono tipo dalle tre del pomeriggio fino alle dieci di sera, ed erano tutti favorevoli alla mia candidatura, i maledetti.” Candidarsi significa abbandonare la propria routine quotidiana, per adattarsi a una nuova. “Dal momento in cui ho accettato la candidatura fino al giorno delle primarie,” mi rivela, “non mi sono praticamente staccata mai dal computer e telefono. Ero sempre stanchissima, sono ingrassata per tutti i panini e kebab che ho sostituito ai normali pranzi e ho quasi causato incidenti in famiglia durante le feste di Natale. Nessuno riusciva più a vedermi o sentirmi.”

Ora ci alziamo per andare dalla receptionist in carne e ossa. Oggi Valentina deve partecipare a un dibattito organizzato da Vodafone con i giovani candidati dei principali partiti in gara per le elezioni per parlare di banda larga, tecnologia e imprese startup.

“Benvenuti a questo incontro con i giovani politici della nuova generazione con cui si parlerà del futuro del nostro Paese,” dice il moderatore del dibattito, un giornalista con la ricrescita del Tg3. “L’età media dei nostri ospiti è infatti di soli 42 anni.” Valentina ne ha 12 di meno, e fra stempiati e donne pluridivorziate si comincia a intuire cosa si intende per gioventù in un Paese che ti considera un giovane uomo da farsi fino a 49 anni. Nella platea un paio di giornalisti, per il resto giovani dipendenti Vodafone precettati per far numero e sempre attaccati ai loro smartphone. Ci sono giovani imprenditori quarantenni sul palco che pongono le domande a cui ciascun candidato deve rispondere rispettando un countdown, come ormai è stato sdoganato fare anche nel nostro Paese dopo le primarie PD su SKY. “Vogliamo shiftare il cost-cutting e parlare invece di innovation, o vogliamo fare i follower per sempre?” dice un imprenditore dell’energie rinnovabili mentre la fila di dipendenti Vodafone davanti a me si passa, ridendo, un cellulare con una foto di Ratzinger seduto a una filiale ADECCO.

Gli altri candidati prendono numerosi appunti, scrivono le risposte che poi recitano parola per parola, superando spesso il limite di tempo, mentre Valentina è spontanea e parla velocemente, riuscendo a finire sempre prima dello scadere. “Hai altri 40 secondi da sfruttare,” dice a un certo punto il pennellone del Tg3 infastidito dal giocattolo nuovo non utilizzato come vorrebbe.

Dopo tre terribili ore finisce il dibattito, e ci spostiamo nel paese dov’è cresciuta Valentina, Cassina De Pecchi, fra Gorgonzola e Pioltello, a una mezzora di macchina e ottimismo da Milano. La situazione è quella fantozziana da film sovietico con sottotitoli in cecoslovacco in un sottoscala.

Elettori di PD e SEL, quasi tutti oltre i 60 anni, che dovrebbero fare domande ai sei candidati presenti, ma che invece si lanciano in un lunghe invettive e sfoghi personali sulle direzioni e le scelte politiche dei dirigenti nazionali. Le domande non sono mai domande, ma monologhi di 20, 25 minuti che nessuno riesce veramente a sopportare o seguire sinceramente. Ogni volta che i vecchi presenti mollano finalmente il microfono i candidati si ritrovano a raffazzonare una improbabile risposta che non riesce mai a soddisfarli. La prima volta in vita mia in cui registro la risposta di un politico più sintetica della domanda a cui doveva rispondere.

Un vecchio, fra tutti, si ripropone più volte. È piuttosto anziano, ma ancora lucidissimo e aggiornato su tutte le trame della sinistra italiana, e si rivolge ai candidati PD chiamandoli “compagni”, fra le loro risate di imbarazzo soffocate goffamente. A un certo punto mi aspetto che qualcuno si alzi per dire “Sono Ottavio, e sono un alcolizzato.” Ma questo sfortunatamente non avviene mai.

Valentina cerca di resistere, ma anche lei cede alla vecchia guardia e dopo un po’ si spegne, nonostante giochi in casa, davanti ad amici di infanzia ritrovati e le mamma che la guarda gongolante. Per lei questa è solo una tappa, e domani sarà ancora lontana da casa.

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