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      Non andate al Fuori Salone, ci siamo già stati noi

      April 12, 2013

      Di Quit the doner - Foto di Markus Sotto Corona.

      Quando ero bambino mio padre mi diceva sempre “Gli oggetti non fanno la felicità”. Diceva quello e “Giù le mani dalla tua cuginetta, non hai ancora preso i voti.” Il tipo di background che ti lascia due cose: una sostanziale indifferenza nei confronti del design e un certo timore reverenziale misto a invidia per i pastori della religione cattolica. È quindi con l’indole prevenuta che avrebbe un ragazzino cresciuto ascoltando Radio Deejay di fronte a una canzone vera che salgo sul treno e mi avvio a Milano. 

      VICE mi ha prenotato un posto su Italo dove la figura del capotreno è stata sostituita dal trainmanager. La triste realtà però è che puoi usare tutte le parole inglesi che vuoi ma se non guadagni abbastanza da permetterti ogni mese una scorta di coca di dimensioni escobariane, non hai la possibilità di fistare almeno 12 segretarie alla disperata ricerca di un’ascensione sociale da fotoromanzo e non puoi licenziare la gente solo perché ha un nuovo taglio di capelli che ti ricorda un tuo vecchio compagno di classe delle medie che ti stava sulle palle, allora non sei un manager: sei un cazzuto capotreno. Categoria che per altro ha qualche tonnellata di dignità in più se solo non ti fai abbindolare da chi usa l’inglese con l’accento di Ezio Greggio in Yuppies

      Oltre a questo stupro di gruppo della lingua italiana aggiungeteci che Milano viene subito dopo Petropavlovsk nella lista delle città dove vorrei vivere e avrete il quadro della situazione. Come se non bastasse mi chiama il mio fotografo (che vive in città) per dirmi due cose:

      1. Nel primo pomeriggio non ci sarà, ha alcuni problemi non specificati con un tale Samir ma se i Nocs non rompono i coglioni massimo alle 5 è da me. 

      2. Non mi devo incazzare se tre quarti delle persone che incontrerò mi diranno che nella vita fanno i fashion designer anche se sembra che siano vestiti lanciandosi dentro il guardaroba con addosso una tuta di velcro. “Mi raccomando che ti conosco,” aggiunge. 

      Che giornata di merda.   

      Inizio dalla zona più istituzionale e chic del Fuori Salone, quella di Brera. Qua ci sono i brand che ti presentano delle fatture al cui confronto una rapina in casa è una gradevole serata con gli amici. Giro per gli showroom del quartiere camminando in mezzo al flusso di 40-50enni pieni di soldi venuti da tutto il mondo, mimetico come un porcospino in un branco di coyote. 

      Ho perennemente l’impressione che loro sappiano. In fondo questi pasciuti decision-maker abituati per il loro profitto a perforare con nonchalance il suolo di paesi che esistono solo su google maps, fare assolvere efferati mafiosi o quindicenni friulane uscite da GTA e “tagliare i costi” affamando famiglie di (parzialmente) incolpevoli teledipendenti, si somigliano tutti. 

      Alcune cose li accomunano: sono vestiti “male” ma bene, cioè a cazzo di cane ma spendendo comunque una cifra superiore a quella che guadagni in un anno. E questo solo per gli orecchini. Sorseggiano tutti prosecco da flute che però a te nessuno offre. Un’altra cosa che li accomuna  è che se sulle scalette  degli angusti showroom da 1.000 euro al metro quadrato a settimana li lasci passare per primi non ti rigraziano MAI. 

      E “mai” non è un’astrazione, ma un dato statistico su base empirica. La sensazione è quella di essere in mezzo a gente che si è formata sugli spot dell’denim aftershave o alla Bocconi, faccio sempre fatica a ricordarmi la differenza. 

      A un certo punto nel labirintico showroom di Boffi, fra una cucina per multimilionari che nessuno che non sia una colf messicana userà mai e un’altra, una signora italiana mi dice “Grazie” per averle ceduto il passo rischiando così di aprire un buco nero di normalità nell’universo egotico di Brera. 

      Ci guardiamo con il sorriso triste di chi sa che non solo non è ricco ma se continua così neppure lo sarà mai, poi per non deprimermi mi fingo interessato con una stagista a un rubinetto che costa come tutto il Sierra Leone. 

      “Quella è una maniglia coso.”

      Fanculo.

      Tutto questo circo ovviamente serve a qualcosa: cosa ti servono i fantastiliardi se poi ti compri una lampada dell’Ikea da 20 euro?

      A un cazzo ovviamente, ma per vostra fortuna gente come Fritz Hansen vi dà la possibilità di spendere 465 euro (e manco ho fotografato quella che costa di più) per una abat-jour.

      Ora siccome sono pur sempre uno che nella vita di lavoro scrive, decido di leggere (probabilmente unico fra tutti) le minchiate che i copywriter di questi venditori di fuffa minimale cercano di rifilarti. Ovunque ti giri è pieno di frasi che vorrebbero avere grandi significati e spiegarti perché è assolutamente necessario che tu possegga quella forchetta  di cui domani ti sarai già dimenticato. 

      I pipponi sono riassumibili in due grandi categorie:

      1. Questo oggetto—sì proprio questo, oh fortunato possidente terriero—rappresenta la vera essenza (cfr. Plato Steve Jobs) del divano/sedia/tavolo/vaso/appendiabiti/mototrebbiatrice

      2. Questo oggetto è in grado magicamente di evocare in casa tua tutte quelle cose che la tua vita non ha più proprio perché lavori così tanto per poterti permettere cose come queste che evochino a casa tua cose che non hai più perché lavori così tanto per permetterti cose come ecc....

      Le cose sono: libertà, imprevedibilità, genio, sregolatezza ecc ecc (fatevi fare l’elenco da una studentessa del Dams indirizzo Diablo).

      Oltre a queste due grandi famiglie alcuni marchi hanno la grande idea di riempire le loro esposizioni con frasi che vorrebbero essere geniali ma oscillano pericolosamente fra due estremi:

      Fabio Volo,

      e la Thatcher.

      Aggiungeteci che è PIENO DI PATATA, ma di quella che non ti degna di uno sguardo se non sei un designer. E riflettendoci un po’ su capisco anche perché. Il designer è la diabolica risultanza dell’addizione (puramente fittizia ovviamente) fra due dei grandi idealtipi che umettano le donne:

      1. L’uomo che fa fisicamente le cose. Il tamarro in canottiera che dopo (prima sono capaci tutti) averti sbattuto fino al raggiungimento di una mezza dozzina di orgasmi assortiti (orgasmo teneroso e orgasmo osìsonolatuaputtana compresi) ti sistema il tavolo, o la veranda di casa se per caso abitate dentro Desperate housewives

      +

      2. L’artista cool e concettuale alla ricerca dell’essenza, in qualsiasi conto in banca alle Cayman essa si trovi.

      Come vuoi fregare uno così? Non puoi ovviamente, per cui ringrazio Paolo Fox (mia unica divinità) che mi stia squillando il telefono e che il nome sullo schermo sia quello del mio fotografo.

      Ci incontriamo davanti al teatro Strehler. Markus è a bordo di una Honda anni Settanta che sembra uscita da un film su Vallanzasca.

      “Allora hai deciso quale filiale?”
      “Eh? Come quale filiale? Dobbiamo andare a Lambrate.”
      “…”
      “…”

      Fa dei movimenti strani sotto la giacca nascondendo qualcosa.

      “Certo sì, Lambrate scusa.”
      “Tutto bene con Samir?”
      “Alla grande, se ce l’ha fatta Abu Omar, può farcela anche lui.”

      A Lambrate ci sono quei i giovani creativi squattrinati che parlano di design accessibile fino a quando qualche azienda non gli commissionerà del design per ricchi. Qui comunque il livello è altissimo, per dirne una c’è anche gente che è cultrice della materia in “Ergonomia olistica”.

      Prima di partire ci fermiamo al bar Borgo, beviamo un paio di negroni ed elaboriamo alcune domande di marzulliana memoria per chi ci capiterà a tiro. Seguono risate demoniache che echeggiano per tutta via Ventura. Alla gente che ci guarda allarmata basta rispondere

      “È un’installazione”
      “Geni! Cioè quasi meglio di Makkox!”

      In un’officina il cui proprietario in questo momento sta godendo il sole delle Hawaii grazie ai soldi dei creativi incontriamo lui:

      È uno dei capoccia o forse il capoccia (dovrei prendere meglio appunti, dannati Negroni) di Youtool, un collettivo che fa da tramite fra aziende terziste con le linee vuote a causa delle crisi e giovani designer con idee geniali per usare delle macchine che di solito fanno cuscinetti a sfera per realizzare sogni (ahahahaha sto diventando come loro!). 

      L’idea comunque è buona, così buona che più o meno c’hanno pensato anche dei ragazzi di Modena. Anche loro hanno deciso di parodiare un brand famoso e si chiamano Slowd e ti fanno il tuo pezzo di design su misura sempre usando progetti di giovini designer che qualche grosso brand non ha ancora fatto diventare pretenziosi. Siccome sono emiliani, gente che conosce ancora le buone maniere, sono fra i pochi che ti offrono da bere, boia di un diàvel.

      Passiamo per lo stand degli olandesi con il loro irritante inglese perfetto. Marteen ad esempio prova a spiegarmi il procedimento di realizzazione del cuscino della sua sedia, una storia così appassionante che me la dimentico prima ancora di sentirla. 

      La loro roba comunque non è male, come testimonia il riscontro del pubblico.


      Ehi ma perché da quella lampada esce della luce? Allora non è di design!

      In questa foto invece vediamo una cosa utile vicino a due pezzi di design.

      Subito fuori dal regno dei dutch incontriamo Eleonora e Claudia.

      Sono entrambe di Milano e sono appena arrivate a Lambrate. Quest’anno non hanno ancora visto niente ma l’anno scorso lo stand più bello che hanno visto è stato quello dell’Ikea. 

      Benché sia tutto il giorno che ci spaccano il cazzo con la funzione, la BauHaus e la Braun siamo ancora così ignoranti che non riusciamo a capire al volo a cosa cazzo serva questo: 

      Se volete aiutarci potete farlo nei commenti. Basta che non siate fashion designer. Questo che segue invece è un ragazzo appassionato di design e baffi demodé.

      Questo che vedete qua sotto è “l’omino custode”, personalizzabile su internet, ha anche una taschetta interna per l’imbosco, nel caso in cui viaggiando in aereo trovaste conveniente nascondere la vostra droga dentro un omino di poliestere alto un metro e 60.

      A un certo punto, come era successo con il “grazie” della signora a Brera, l’equilibrio dell’universo creativo rischia nuovamente il collasso con l’intrusione indebita e a tradimento di gente che fa lavori manuali.

      Il problema è che fino ad adesso non abbiamo visto neanche uno stylist. Sto incominciando a sospettare che Markus mi ha abbia preso per il culo quando incontriamo Davide. Quella che vedete è la dodicesima foto che si è fatto fare prima di darci il benestare. Alla decima Markus mi si era avvicinato minaccioso e aveva sussurrato:

      “Chiamo Samir?”
      “No, siamo tracciati dagli smartphone.”
      “Mhh giusto!”

      Davide quindi mi deve la vita, è uno stylist (eccolo!) che ha vinto un master allo IED grazie a un concorso su Vogue e viene da Perugia.

      Per concludere la nostra carrellata di Lambrate, siccome abbiamo visto più cose ben fatte del previsto ci serve un pezzo di design che ci faccia proprio schifo. Eccolo.

      È una libreria (che vedete dietro) che quando morite potete usare come bara. 

      A questo punto inforchiamo di nuovo la Honda e arriviamo al Fuori Salone di Tortona, ovvero l’idea che un tronista avrebbe del design.

      Come ha detto un mio amico “Sembra la sagra del vino in un paese della provincia di Lecce” con diverse dosi di autostima immotivata e spaesamento esistenziale in più e parecchie decine di magliette “Salento 12” e canne di albanese in meno. Una cosa fra le tante che ricordano quella parte del paese dove le canzoni dei Sud Sound System sono considerate musica sono le bancarelle con il fritto, i dolci e i dolci fritti.

      Riflettiamo sul senso profondo del design ai tempi della crisi mangiando uno spuntino leggero, fritto probabilmente una settimana prima a Corigliano d’Otranto e poi portato fino qua con una Ritmo Blu chiaro.

      Subito dopo ci infiliamo a un party a invito poco lontano. Non siamo in lista ma passiamo facile adducendo la scusa puerile che ti apre tutte le porte a Milano:

      “Siamo i Club dogo”
      “La facevo più grasso signor Dogo.”
      “È la tv che ingrassa. Comunque io sono Club, lui è Dogo.”
      “Prego, da questa parte.”

      Capiamo che siamo spacciati prima ancora d’entrare nella sala da ballo quando incappiamo nel più grosso e pacchiano esempio del famoso leit-motiv del mondo del design “Carica gli oggetti di significati che non hanno e prova a venderli a gente depressa a prezzi gonfiati.”

      I promotori di questa festa hanno deciso di svolgere l’esercizio mischiando le solite banalità aziendalistiche con lo slang di Willy il Principe di Bel Air e un font-street che nessuno usava più da una dancehall dei Villada a Pinerolo nel 1994.

      Inspiegabilmente scritte + pezzi degli Aqua e dei Black Eyed Peas suonati con virtual dj da un trans + prosecco del discount gratis = Delirio.

      Riusciamo a scattare e fuggire a gambe levate prima che il/la dj suoni “L’ombelico del mondo”.

      "Ehi signor Club, non piaciuta festa?”
      “No non c’erano abbastanza sgrille e poi ho fame zio.”
      “Ah-ah cantante di Club Dogo ha sempre fame!”

      A Tortona vale tutto per sentirsi creativi e fa lo stesso se non tutti gli acronimi non riescono con il buco.

      Qui invece c’è da chiedersi “Se lo slogan è vero perché non ne avete avuta una?”

       

      Insomma non voglio dire che il livello del design da queste parti sia basso, ma la cosa che ci è piaciuta di più è stata l’installazione qui sotto. L’abbiamo trovata una coraggiosa denuncia della società consumista, della sua destrutturazione al tempo stesso spaziale ed etica dell’occidente, dove il rifiuto diventa con-partecipe dell’arredo urbano novello sub-strato graffiante ed evocativo delle dinamiche stesse della produzione parcellizzata e unitaria, globale e locale e fermatemi prima che qualcuno creda a tutte queste cazzate e commenti il post chiedendo il nome dell’autore. 

      Molto coraggiosa anche questa tagliente satira del pluralismo di mercato nel settore bevande: 

      Cerchiamo qualche altra faccia da ricordare che magari faccia qualcosa di strano nella vita, ma qui al fuori salone di Tortona, inspiegabilmente, sembrano fare tutti lo stesso lavoro. Aveva ragione Markus questa mattina.
       

      Questi sono Emanuele e Pier. Indovinate cosa fa Pier nella vita? Esatto, è uno stylist.

      Questi invece sono Samira, Viola (danzatrici contemporanee) e Mattia. Indovinate un po’ cosa fa Mattia? Già, lo stylist. 

      Ora voi penserete che per fare queste due foto ci abbiamo messo mezz’ora e abbiamo chiesto a 200 persone. No. Trenta secondi e i primi due gruppi che abbiamo incontrato. 

      A questo punto potrei vomitare solo a sentire un’altra volta le parole “Sedia” “Essenza” o “Creatività”, ma rimane ancora l’ultima tappa ovvero il famigerato

      Per chi non lo sapesse il Bar Basso è un bar pieno di designer più o meno affermati che a notte fonda dopo aver fatto volare a destra e manca biglietti da visita per tutto il giorno come fossero stellette ninja fanno finta di essere ubriachi (non tutti, alcuni sono effettivamente ubriachi e a loro va tutta la mia stima) a dieci euro al cocktail-in-bicchiere-basso. In realtà però stanno lavorando e tessono preziose relazioni sociali che un giorno gli permetteranno di fare sedie di cui la gente non sente ancora il bisogno.  

      Ci andiamo perché lì ci aspetta un mio amico che è un famoso designer di cui non posso rivelare l’identità per motivi professionali. Dirò solo che si chiama Philippe S. o forse sarebbe meglio dire P. Starck. Philippe è uno che segue queste cose da un po’ ed è molto conosciuto. Appena mi vede mi ripete quello che mi dice sempre (“Ehi Quit il tuo blog è molto più divertente di quello di Massimo Boldi”) poi mi spiega un po’ come funziona il bar Basso: sembra un posto molto divertente ma la verità è che i capannelli di gente sono delle riunioni aziendali travestite. C’è il pezzo più grosso degli altri che pontifica, i giovani che fanno “sì sì” con la testa a macchinetta anche se non hanno capito un cazzo e le stagiste che fanno la spola con il bancone. Ogni tanto due o tre pezzi grossi arrivano a contatto e si abbracciano virilmente facendo sottintendere che sono sì persone che plasmano la dura materia ma anche artisti sensibili.

      Quando i pesci grossi si annusano, le rispettive schiere di lacchè rimaste improvvisamente orfane di una guida fanno “sì sì” con la testa fra di loro e si scambiano biglietti da visita. Il designer è così: se non sta schizzando sedie a tre gambe su un foglio ti sta dando il suo biglietto da visita. Se non fa nessuna delle due cose è un fake o uno che lavora per L’ikea. In mezzo a questo ufficio a cielo aperto del bar Basso c’è anche qualche free rider che se la spassa e prende per il culo un po’ tutti, e a quanto mi racconta Philippe, di solito sono proprio questi quelli che poi fanno le cose migliori. 

      Perché siccome il mondo è vario, a quanto pare esistono anche dei designer in gamba. 


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      Tag: milano, salone del mobile, Fuorisalone

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