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I rifugiati siriani non sono più i benvenuti in Egitto

Accolti a braccia aperte prima della caduta di Morsi, i siriani sono ora il bersaglio dell'ultima caccia alle streghe dell'esercito, costretti per la prima volta ad ottenere visto e autorizzazione di pubblica sicurezza per entrare nel Paese. E a causa...
6.11.13

Il commissariato di Montaza, ad Alessandria d'Egitto. Foto del Refugee Solidarity Movement.

Una conseguenza inevitabile della guerra civile che sta lacerando la Siria è l'emigrazione di massa dei siriani nei paesi limitrofi. Molti di loro cercano rifugio in Egitto, un paese con forti legami con la Siria e dove la vita costa meno che in Giordania, Turchia o Libano. La cosa curiosa tuttavia è il cambio repentino delle politiche egiziane nei confronti dei rifugiati siriani: accolti a braccia aperte prima della caduta di Morsi, i siriani sono ora il bersaglio dell'ultima caccia alle streghe dell'esercito. Così come è già successo nei confronti della Fratellanza Musulmana e di tutti i sostenitori di Morsi, la società si sta ora rivoltando contro i rifugiati, spingendo un numero crescente di siriani a prendere una decisione pericolosa: attraversare illegalmente il Mediterraneo in cerca di lidi più sicuri.

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Secondo gli ultimi dati dell'UNHCR, in Egitto sono presenti 123.229 rifugiati siriani registrati. A luglio, il governo egiziano ha invece dichiarato che i rifugiati siriani sarebbero circa 300.000, il 45 percento dei quali minorenni. È difficile stabilire dei dati precisi, perché nessuno di questi report tiene conto dell'esodo dei profughi negli ultimi tre mesi, e nessuno conta i siriani-palestinesi esclusi dal mandato dell'UNHCR.

Fino al 30 giugno i rifugiati siriani se la passavano meglio in Egitto che nei campi affollati in Libano o Giordania. Il governo Morsi aveva provato a sostenerli offrendo dei permessi di soggiorno, assistenza nella ricerca di un impiego e permettendo ai bambini siriani di iscriversi a scuola. Ma da quando i militari hanno fatto cadere il governo Morsi con il favore di milioni di egiziani, l'assistenza ai profughi è svanita nel nulla. Segnando un precedente unico nella storia del paese, lo scorso 8 luglio il governo ha dichiarato che prima di entrare in Egitto i siriani devono ora ottenere un visto e un'autorizzazione di pubblica sicurezza.

L'effetto collaterale di queste politiche è che i rifugiati sono ora guardati con sospetto e fatti bersaglio di discriminazione e violenza. Thair, padre siriano di due bambini, ci ha raccontato che dopo il 30 giugno gli egiziani che notano il suo accento straniero cominciano a dire in giro che è affiliato alla Fratellanza Musulmana, ora vista come il vero nemico dello stato. Accusati di supportare la Fratellanza, secondo Marwa Hesham dell'UNHCR siriani e palestinesi sono stati vittime di "sistematici attacchi fisici e verbali." Molti di loro hanno perso il lavoro e le aziende siriane al Cairo e Damietta sono state prese di mira.

Imbarcazione di rifugiati intercettata al largo di Alessandria d'Egitto ad ottobre. Foto del Refugee Solidarity Movement

Spinti da un passato da dimenticare e da un presente ancor più spaventoso, un numero sempre maggiore di siriani si imbarca per l'Europa. Ma partire dall'Egitto via mare ha i suoi rischi, e i profughi sono spesso sfruttati dalle agenzie e da sedicenti faccendieri che promettono di organizzare questo pericoloso viaggio.

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All'inizio di ottobre Sukher, madre di tre bambine, si è recata in un'agenzia di Alessandria per ritirare quelli che pensava fossero dei normali (e legali) documenti di viaggio. Sukher e la sua famiglia contavano di raggiungere alcuni parenti in Europa, dove avrebbero avuto accesso alle cure per la figlia disabile. Una volta arrivata all'agenzia con le figlie e i bagagli si è resa conto di essere parte di un gruppo di altre 170 persone, principalmente rifugiati siriani e palestinesi, tutti in attesa di documenti. Entrato nell'edificio, il gruppo è stato accolto da un manipolo di uomini armati di coltelli: privati di ogni bene avessero con loro, i rifugiati sono stati costretti a salire su piccole imbarcazioni per poi essere spostati, giunti in prossimità delle acque internazionali, su una barca più grande, che però poteva trasportare un massimo di 50 passeggeri. Dopo cinque minuti è scattato l'allarme: la barca, scricchiolante sotto il peso dei 170 rifugiati, stava affondando. Dodici passeggeri sono affogati e altri 35 sono dispersi. Diciotto di quei 35 erano bambini.

Sukher non sa nuotare, così come le sue figlie. Ha indossato un giubbotto di salvataggio e si è tenuta stretta alle bambine, cercando di farle galleggiare. Quando i rifugiati sono stati recuperati dopo più di cinque ore in acqua, le sue figlie sono state date per disperse.

Ho incontrato Sukher quattro giorni dopo il naufragio, in un commissariato. I rifugiati sorpresi a tentare la traversata illegale del Mediterrano vengono arrestati e spostati in prigioni ad Alessandria e sul delta del Nilo. L'UNHCR ha dichiarato che 946 siriani sono stati arrestati con quest'accusa, e 724 (tra i quali 200 minori) sono tuttora detenuti. I rifugiati sono inizialmente accusati di emigrazione illegale, ma l'accusa viene presto lasciata decadere a condizione di accettare un futuro incerto e una detenzione di stato ostile e "semi legale."

Mahienour Al-Massry, la portavoce del Refugee Solidarity Movement. Foto di Norman Halim

“Il pubblico ministero ha deciso che i rifugiati devono essere messi in custodia dell'Agenzia per la Sicurezza Nazionale," racconta Mahienour al-Massry, la portavoce del Refugee Solidarity Movement di Alessandria. "Le 'vittime' siriane e palestinesi (che per le bizzarre leggi egiziane non sono criminali) sono detenute per lunghi periodi senza nessuna accusa o processo." Dopo la morte di centinaia di sostenitori pro-Morsi nella repressione delle recenti proteste, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza, durante il quale è possibile detenere persone senza processo in maniera del tutto legale. Peccato che lo stato d'emergenza stia colpendo persone che non hanno nulla a che fare con Morsi e con le proteste degli scorsi mesi.

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Detenuti a tempo indeterminato, non colpevoli ma nemmeno liberi di andarsene, i rifugiati vivono nelle prigioni egiziane in "condizioni disumane," secondo Taher Mukhtar, un medico che lavora con alcuni rifugiati detenuti. Gli uomini vengono stipati in piccole celle in gruppi di fino 60 persone, mentre le donne e i bambini siedono semplicemente nei corridoi sudici perché non ci sono altri spazi liberi. Gli uomini non hanno materassi o lenzuola e devono dormire a turno perché non c'è abbastanza spazio per sdraiarsi tutti insieme, e come se non bastasse non sono autorizzati a usare i bagni senza ordine specifico delle guardie. Alcuni di loro hanno raccontato di aver dovuto corrompere gli ufficiali per usare il bagno.

Il pavimento delle celle è ricoperto di acqua sporca e scarichi fognari; data la sporcizia e il sovraffollamento, molti rifugiati hanno contratto infezioni che continuano a peggiorare perché non vengono curate. Pidocchi e pulci sono ovunque. Anche la depressione e la disperazione stanno proliferando.

L'unica via di fuga per i rifugiati è scegliere di essere riportati in Siria, Libano o in Turchia. Un minorenne di ritorno in Siria mi ha detto di essere terrorizzato: la sua famiglia è nota per essere tra i membri più in vista dell'opposizione sunnita e lui stava per essere spedito a Latakia, una delle roccaforti alawite di Assad. Secondo le leggi umanitarie internazionali questa pratica è illegale, e Amnesty International ha evidenziato il problema in un recente report. "Rispedire i rifugiati nel mezzo di un conflitto sanguinoso è una seria violazione delle leggi internazionali," ha dichiarato Sherif Elsayed Ali, il responsabile dell'unità per i Diritti dei Migranti e dei Rifugiati di Amnesty International. "I rifugiati che sono fuggiti dal loro paese corrono un ovvio rischio umanitario se rimandati a casa."

Il corpo di Amr Delool, un siriano-palestinese ucciso a colpi di arma da fuoco dalla guardia costiera di Alessandria lo scorso ottobre. Foto del Refugee Solidarity Movement

Le autorità egiziane stanno giocando sporco, e il prezzo lo pagano i rifugiati siriani. Sotto pressioni dell'Europa, il governo ad-interim controllato dal generale Al-Sisi è determinato a fermare l'immigrazione clandestina nel Mediterraneo, e lo fa intercettando le barche e incarcerando i rifugiati con la scusa dello stato d'emergenza. Come se non bastasse, li accusa di essere alleati della Fratellanza e fa di tutto per impedire che possano stabilirsi in Egitto. Ironicamente, sono proprio queste politiche ostili che spingono i rifugiati a partire.

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Mohamed, un rifugiato siriano che ha provato molte volte a partire illegalmente, lo sa benissimo. È stato incarcerato e privato del passaporto, ma è scappato dal commissariato in cui era trattenuto. Mentre aspettava la telefonata del trafficante, ci ha raccontato cosa vuol dire essere un rifugiato siriano in Egitto.

“Ho perso tutto in Siria e poi di nuovo in Egitto, il paese che mi ha accolto," dice Mohamed. "So di poter morire, ma se c'è anche una minima possibilità di avere una vita migliore per me e i miei bambini, sono pronto a correre il rischio. Tutto quello che mi rimane è il mare."

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