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La musica del futuro si è fermata al 2015

La musica hi-tech di James Ferraro, Oneohtrix Point Never e Holly Herndon è ancora il suono di domani o ha detto tutto quello che doveva dire?

di Riccardo Papacci
12 dicembre 2017, 10:41am

Illustrazioni di aeternit.

Tutti quelli che hanno avuto la fortuna di dedicarsi con attenzione alle uscite discografiche di musica elettronica di questi ultimi sei o sette anni si saranno ormai accorti di aver vissuto un momento particolarmente eccitante, e forse qualitativamente irraggiungibile.

Lo sdoganamento da parte di questo settore musicale del feticismo verso suoni ipertecnologici e futuristici e la cura religiosa per la post produzione ha dato il via ad una torrenziale produzione di uscite, etichette, autoproduzioni, pagine Bandcamp o SoundCloud, performance, dibattiti (con tanto di accese discussioni politico-filosofiche aventi per tema: tecnologia, antropocene, critica al capitalismo, realismo speculativo, accelerazionismo, femminismo e post-umanesimo). Se fino al 2012 poteva essere legittimo chiedersi se questa ondata HD fosse uno spin-off provocatorio delle retromanie vaporwave o una moda passeggera presa in prestito dai più audaci esponenti dell’avantgarde in generale, già da un paio d’anni è innegabile affermare che questa tendenza sia tramutata in un vero e proprio macrogenere chiamato “musica hi-tech” (il nome gliel’ha dato Adam Harper, mica io) che va dall’ambient a roba che supera tranquillamente i 180 bpm.

Pur non potendo, per questioni di spazio, ripercorrere approfonditamente le tappe fondamentali di questa storia, dobbiamo perlomeno ricordare il disco che ha illuminato la strada, per così dire, al movimento, cioè Far Side Virtual di James Ferraro, uscito nel 2011; il disco che ha forse più di tutti consolidato il genere, ovvero R Plus Seven di Daniel Lopatin, in arte Oneohtrix Point Never, uscito nel 2013; e quello che ha avuto il merito di contaminare col “pop” (chiamiamolo così solo perché ci torna utile in questo giochetto storiografico, anche se in realtà è un disco tanto pop quanto politico e cervellotico) il genere finalmente costituito, Platform di Holly Herndon.

Il disco di Ferraro accese diverse polemiche: innanzitutto spiazzò la sua totale conversione da suoni distorti, cacofonici, sporchi e assolutamente lo-fi a questa ripulitura ultra-tecnologica e fredda; in secondo luogo, soprattutto in seguito alla incoronazione come disco dell’anno da parte della rivista The Wire, fu criticato proprio per questa sua sterile inaccessibilità (come se invece i dischi degli Skaters, il suo gruppo insieme a Spencer Clark, fossero accessibili!), dal momento che le sue trame sonore tutte virate al contemporaneo (il disco è composto da suoni provenienti da Skype, pubblicità e quant’altro richiami il capitalismo, mentre la copertina è un’immagine di Google Street View con un tablet in primo piano) erano nascoste dietro a strati di livelli interpretativi che ad alcuni risultavano davvero troppo cerebrali. Una polemica tutto sommato legittima per quei tempi, anche se proprio in quello stesso anno erano usciti dischi tipo Aftertime di Roly Porter, Severant di Kuedo, Floral Shoppe di Macintosh Plus e Replica, non a caso di Oneohtrix Point Never, tutti album forse meno espliciti di quello di Ferraro, ma sicuramente orientati verso la stessa direzione. Non che prima di essi non ci fossero esempi di suoni taglienti o produzioni cristalline, ma qui c’è un intento specifico nel porre come contenuto il voler performare il massimo che la tecnologia contemporanea possa offrire, almeno dal punto di vista musicale.

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Il post-Ferraro quindi, come abbiamo detto, è stato caratterizzato da tantissime uscite che, passato il disorientamento iniziale, hanno fatto convergere sotto la stessa cupola diversi generi: R Plus Seven per esempio è già di per sé un mix di ambientazioni sonore lucide e stranianti, mentre Platform riesce nel tentativo, fino a prima quasi utopico, di prendere il meglio di questa vicenda e comprimerlo in vere e proprie canzoni.

Nel 2015 l’elettronica hi-tech è una realtà che accomuna chi viene dal grime e dal footwork come Logos, Mumdance e Jlin, ma anche personaggi come Lorenzo Senni, che ha inciso per la storica etichetta sperimentale Editions Mego, e quelli del giro PC Music, in pratica un gruppetto di popparoli con la fissa per i suoni tecnologici, gommosi e rosa.

A pensarci oggi, se da quel momento in poi tutti i tipi citati sopra avessero improvvisamente iniziato a fare country avremmo avuto comunque una scena hi-tech; insomma dopo una cosa come Platform, così iconica, riassuntiva e addirittura fruibile, comprendente in sé gran parte delle esperienze di quel periodo, da Metahaven ad Amnesia Scanner, quel movimento poteva pure concludersi lì. Invece anche il post-Herndon è stato ricco di sorprese, o meglio, dal mio punto di vista è stato (ed è ancora) bello vedere come, dall’interno di un genere ben strutturato, alcuni esponenti di questo siano riusciti a continuare ad innovare in qualche modo, mentre altri soltanto ad arricchire e altri ancora già ad annoiare.

Ricordo bene quando uscì "I Bite Through It" di Oneohtrix Point Never, il pezzo che fungeva da anteprima di Garden Of Delete, che fu poi dato alle stampe solo qualche mese più tardi. Nella mia bolla su Facebook giustamente non si parlava altro che di quei tre minuti e di cosa sarebbe potuto essere l’intero disco, visto che girava voce avrebbe dovuto presentarsi come una sorta di sintesi tra musica elettronica e metal (più o meno). Tanto per intenderci, ricordo il commento bellissimo, sempre su Facebook, di un tipo che disse qualcosa del tipo “nei primi 17 secondi è riassunta la storia della musica elettronica”.

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Quando finalmente fu possibile ascoltare per intero Garden Of Delete, la sensazione sovrastante fu quella di straniamento. Il disco non deludeva affatto le aspettative offerte dalla stravagante descrizione, ma si presentava all’ascoltatore come qualcosa di davvero ostico.

Chi ha avuto il coraggio di addentrarsi in un album come Garden Of Delete si è ritrovato al cospetto di una materia enigmatica, contaminata da molteplici sfaccettature che non smettono di interrogare il sostrato sul quale si fondano, una specie di linguaggio nuovo (usato solo dall’autore, tra l’altro) all’interno di un linguaggio nuovo. Poche volte ho avuto l’impressione di ascoltare qualcosa che fosse veramente al passo con i tempi come in quel caso.

Quell’anno d’altronde non fu solo il caro Lopatin ad avere la capacità di stupire. La definitiva consacrazione di etichette come Tri Angle e Pan, il circolo Janus e NON, e l’ascesa su questo campo di altre etichette come Planet Mu e Hyperdub che prima si accostavano a tali sonorità in maniera soltanto liminare, ebbero l’ardire di gettare altra preziosa carne sul fuoco: Piteous Gate di M.E.S.H., Dark Energy di Jlin e Mutant di Arca, tanto per citare i più clamorosi. Tutti dischi belli, ma soprattutto sorprendentemente audaci quanto Garden Of Delete.

Come abbiamo visto, questa storia è stata almeno fin qui ricca di sorprese. Ma nel 2016 cosa è successo? E oggi, allo scadere di questo 2017, com’è la situazione?

Senza profondermi in una descrizione ricca di pathos, dirò subito che i dischi più belli del 2016 sono stati questi: Daze di Brood Ma, Virtuous.scr di Antwood, Becoming (N)one di V1984, AS degli Amnesia Scanner, Demon City di Elysia Crampton, PHOENIXXX a nome WWWINGS, Verloren di Eaves, ovviamente il monumentale elseq 1-5 degli Autechre e Lexachast degli Amnesia Scanner e Bill Kouligas (che non era un disco, bensì questa cosa qua).

Mi piacerebbe dilungarmi su ogni singolo disco, ma non posso. Quello che voglio dire però è che non mi sembra ci siano stati sostanziali cambiamenti stilistici rispetto agli anni precedenti. Ad esempio, un disco come quello di Brood Ma (per quanto possa interessare, è uno di quelli che mi sono piaciuti di più) che preme l’acceleratore lungo quegli oscuri sentieri architettati da M.E.S.H., mi sembra tutto sommato abbastanza prevedibile, e poi non è che fosse così distante dal suo precedente e ingiustamente inosservato P O P U L O U S, del 2014 addirittura, prima uscita del collettivo Quantum Natives. Stesso discorso si può fare con Demon City della Crampton: American Drift del 2015 era già esattamente incanalato verso la stessa direzione.

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elseq 1-5 degli Autechre merita un altro trattamento. Se ne è parlato molto, quasi unanimemente bene, io stesso l’ho amato più di mia madre. Con i suoi 240 minuti riconquistano lo scettro di paladini della musica elettronica, e riescono a creare un vero e proprio mondo mentale e algoritmico. Ma quello che penso è che un album del genere è da considerarsi come una sorta di freeform completamente libero e volatile, una lunga jam di persone che sebbene abbiano fatto un patto col sangue con le macchine (cazzo, li hanno inventati loro questi suoni!) ne detengono comunque ancora il completo controllo. Il fatto di divertirsi ancora a “suonare” è ciò che li rende tipicamente umani, mentre ad Arca e tutti gli altri questa umanità residua va un po’ stretta, musicalmente e fisicamente. Ciò che differenzia gli Autechre e che li fa oscillare dentro e fuori il perimetro di questo genere, è che loro me li immagino a passare notti intere a smanettare davanti a un DX o a un Juno, mentre uno come M.E.S.H. passa mesi a post produrre un suono; lui stesso proprio da queste parti, confessò di cominciare il suo processo compositivo partendo dalla “post produzione”. Da questo punto di vista il duo Amnesia Scanner è decisamente rappresentativo: il loro disco e tutte le varie cose rilasciate in rete sono permeati da un senso di completa assuefazione remissiva nei confronti di tutto ciò che è meccanico e in generale non umano; motivo questo per cui considero Lexachast la cosa più aliena e affascinante di quel 2016 che a conti fatti può considerarsi già deludente rispetto alle prodezze al silicio degli altri anni. Nessun album ha creato chissà quale scompiglio estetico, insomma, niente di realmente imprevedibile.

Passiamo al 2017. Tra le migliaia di uscite interessanti quelle più discusse, tracciabili in quasi tutte le liste di fine anno degli intenditori, troviamo il nuovo di Jlin, il nuovo di Arca, Reassemblage dei Visible Cloaks, Utopia di Björk, PARADISO di Chino Amobi. Una volta elencati non resta che blastarli.

Iniziamo subito. Il nuovo di Jlin altro non è che un twist su Dark Energy (quello sì che è stato qualcosa di assurdo). Ok, ritmiche addirittura più cervellotiche sparate a velocità ancora più esagitate e una cura per i dettagli perfetta per un disco footwork, però ecco, io me lo aspettavo proprio così prima di ascoltarlo la prima volta. Sul fatto che sia un bell’album non c’è dubbio, così come lo è Reassemblage, quest’ultimo decisamente più misterioso. Si tratta di un fiume ambient che prende il meglio del Giappone musicale, architettonico e culturale anni Ottanta e lo porta a sfociare in un mare “hi-tech, freddo, moderno”. A detta di uno dei loro due frontman, Spencer Doran, il loro suono è epurato da qualsivoglia residuo di “nostalgia”, eppure dopo aver paragonato l’album e il recentissimo EP Lex ad uno qualsiasi dei loro mixtape in rete, pieni di pezzi di Yellow Magic Orchestra, non riesco a non associarli, anche se positivamente visto che stiamo parlando di sentieri poco battuti in Europa, a una qualche tendenza retromaniaca. E poi diciamocelo, la vera botta di esotismo orientale era arrivata con Asiatisch del 2014, con una Fatima Al Qadiri che faceva da Cicerone mostrando una Cina ipertecnologizzata e ultracapitalista molto più consonante al nostro ragionamento.

Arca nonostante qualche breve buon momento si può considerare come un capitolo da dimenticare, idem per il nuovo M.E.S.H. Mentre Utopia, prodotto dallo stesso Arca, è un bel disco che rende quella forma canzone astratta di Bjork ancora più rarefatta e a tratti dispersiva.

Il lavoro di Chino Amobi è forse quello più coraggioso tra questi, nell’impresa di risultare vagabondo e apolide centrifuga nel suo calderone mille stili e culture diverse: di hi-tech ha infatti poco.

Per il resto ci sono stati episodi altrettanto interessanti, anche se ingiustamente non considerati. Sto parlando di Value di Visionist, No Expectations di Moa Pillar, Organn di Obsequies, Troll di James Ferraro, UkabazUmorezU di Sugai Ken, Soft Channel di Giant Claw, le ultime cose di AGF, le compilation Visceral Minds 2, Chaos 4:We Are Unstoppable, Emissions, God Gallery e Mono No Aware, i due EP di Rui Ho, My Blade di Jade Statues, 333333333/GLASS SKIN di (o dei, boh!) S280F, U Feel Anything? di Ziur, Witness EP di Mun Sing, Caress di LILLITH twin, Creature EP di Mana, HumanDust To Fertilize The Impotent Garden di Violence, Sponsored Content di Antwood, The Expanding Domain di Dedekind Cut, Fissure Price di Kai Whiston, 8ths, 16ths/Princess Anna di Lloyd SB, Sacred Horro In Design di Sote, Whities 011 di Lanark Artefax, di Qebrus, Ruinism di Lapalux, Grafts di Kara-Lis Coverdale, FREE LUTANGU di Bonaventure, Be Blessed di Novelist, Vessel di Air Max ’97, Slop Tape di N, Blockchain di Pixelord, Insurgency di Leonce, le contaminazioni con la gabber della HRVF CENTRAL COMMAND e le rivisitazioni vaporwave in chiave HD della Dream Catalogue, Fiction di Loto Retina, Drip Mental di Fire-Toolz, SS (2017) di Sega Bodega e un disco carino di un tipo di cui proprio non riesco a copiare il nome perché sono tutti segni che Word non riconosce.

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Se c’è chi nutre ancora dei dubbi sul fatto che questo non deve essere considerato come un vero e proprio genere mi sembra possa essere di nuovo smentito dal fatto che gente come Arca, Jlin e M.E.S.H. si ritrova in cima alle classifiche di fine anno, pur non avendo fatto chissà quali opere rivoluzionarie. Questo a dimostrazione di quanto vengano considerati già come dei veri e propri leader di quel movimento e rispondano più o meno alle esigenze di chi li segue, senza dover dimostrare nulla di più di quanto hanno già fatto. Con questo non vorrei assolutamente appiattire il discorso a una mera gara a chi fa il disco più matto. Spesso riferendoci a un musicista ci troviamo davanti un vero e proprio artista che ha una sua visione del mondo e la mette al servizio di tutti attraverso i propri dischi ed esibizioni, non si può non pensare alla parte più politica e alla loro attrazione verso l’accelerazionismo e in generale alla presa di coscienza di un presente – e ancora di più, di un futuro – devastato dal capitalismo, giudicando semplicemente la loro musica; o diversamente, tornando ai Visible Cloaks o a un lavoro come Lexachast, non considerare la componente visiva.

Alla fine tutti hanno paura di parlare di generi musicali perché risulta troppo accademico e didascalico, ma parliamo sinceramente, catalogare sotto un qualsiasi genere serve ad una sola cosa: trovare quello che cerchi. Evidentemente Arca, Jlin e M.E.S.H. hanno fornito al loro pubblico ciò che andavano cercando. Ma ora mi chiedo e vi chiedo, la musica hi-tech nel 2017 ci ha detto tutto?

Non sono mai stato uno che sta lì a masturbarsi sulla cronologia della storia della musica, però suvvia, sfido chiunque a trovare un disco prog importante per quel genere uscito dopo il 1974. Insomma mi sembra evidente, anche senza voler essere così hegelianamente sistematici, che questi benedetti generi musicali nascono, hanno un periodo di splendore e poi continuano ad arricchirsi di tutta quella caterva di uscite che spesso risultano anche più perfette ed emozionanti di quelle che li avevano costituiti, ma che non spiazzano e soprattutto non creano nulla di nuovo. Grazie al cielo! Smetteremmo di ascoltare musica se così non fosse, quindi va benissimo.

Però, ecco, quale album è stato capace di essere godibile dando da pensare dopo il 2015? Voglio dire, qualsiasi disco uscito quest’anno suona non troppo diversamente da quelli di due anni fa. Che fine hanno fatto i silenzi di un disco come Cold Mission o i virtuosismi dei primi due album di Arca o le sculture (come le definisce lui stesso) di Lopatin?

Sono tutte domande, non sono provocazioni.

Quello che spero è che questo genere prosegua con l’approccio sperimentale che l’ha generato e che riesca ad emanciparsi dalle costrizioni strutturali che lo tengono ingabbiato “proprio a questo genere”. Che quello che ora chiamiamo con facilità “musica hi-tech” si riappropri di quello spirito libero che aleggiava nelle sottoculture vere, perché se dovessi descrivere la situazione in questo momento mi viene in mente un pezzo di Lopatin intitolato "Mutant Standard" — c'è una bella differenza tra innovazione e imitazione dell'innovazione.

Tutte le illustrazioni sono di aeternit.

Riccardo Papacci è stato DJ per Classico Rave. Ora insieme all'amico Caizzi ha fondato la serata di musica hi-tech Estrusione. Seguilo su Facebook.

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