macro marco don diego
Foto di Beatrice Chima

Il rap di Macro Marco e Don Diegoh non ha filtri

Abbiamo parlato con due colonne portanti dell'hip hop italiano del loro nuovo album, pensato per essere il contrario di quello che succede ogni giorno su Instagram.
11.1.19

Una cosa che ho capito ascoltando l'album di Macro Marco e Don Diegoh Disordinata Armonia e parlando con i suoi autori è che c'è la musica da sera e la musica da mattina. È stato proprio Diego a spiegarmelo, e non ci avevo mai pensato, ma è verissimo. La sera ci prepariamo per uscire, ci trucchiamo e ci ingioielliamo, le luci dei locali fanno brillare il ghiaccio sui nostri polsi e riempiamo lo spazio che non esiste di foto di gente sorridente con in mano un bicchiere con la cannuccia. La mattina invece ci svegliamo soli, lucidi, preoccupati, con gli occhi rotti e la maglietta bucata. Qualcuno si sveglia nudo. Disordinata Armonia è un disco da mattina.

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Quindi ecco, questo album è un album lucido e maturo, creato da due pesi massimi a livello lirico e di produzione. Macro Marco alla produzione non ha bisogno di presentazioni, ha lavorato con nomi che sono colonne portanti dell'hip hop italiano ed è uno dei selecter più esperti e raffinati che ci siano. E si sente nelle basi di questo disco, ricche di dettagli che spiazzano e fanno viaggiare. Don Diegoh dal canto suo è un rapper viscerale, con un flow misuratissimo, capace di far atterrare punchline spettacolari e di mantenere una narrazione coerente in tutto il disco senza ripetersi.

Marco e Diego sono passati in redazione e abbiamo parlato dell'album, di cultura hip hop e di Sanremo.

In Disordinata Armonia emerge una contrapposizione tra “noi” e “loro” piuttosto forte. Che cosa significa, a parte il classico nemico immaginario del rap? È un modo per parlare di scena?
Don Diegoh: Nel 2019 è un po’ difficile parlare di scena. La nostra idea di noi è stata molto importante nella gestazione di questo progetto, già dai primi passi che abbiamo mosso. Quando è uscito il primo singolo “XL”, che è stata la pietra su cui abbiamo fondato tutto, abbiamo creato una vera e propria squadra, che comprendeva un videomaker, un fotografo e alcune “comparse” molto particolari per il videoclip. Con questa idea abbiamo voluto fare qualcosa perlomeno a livello micro-comunitario, mettiamola così. Perché anche in un momento in cui, come dicevo, parlare di scena sarebbe sbagliato, nell’hip hop il senso di comunità, di fare le cose insieme, non manca mai.
Macro Marco: Aggiungo che dire certe cose non significa necessariamente porsi contro qualcuno o qualcosa; certi concetti li abbiamo espressi anche per ricordarli a noi stessi, e con noi stessi intendo proprio questa comunità, questa scena che c’è e non c’è. Anzi, voglio lanciare una provocazione: è davvero triste e ridicolo in modo macabro che di recente, per vedere riemergere la parola “scena”, ci sia voluta una tragedia come quella della discoteca di Corinaldo. È stato l’unico momento in cui abbiamo sentito dire alla gente “la scena rap è in lutto”. Avrei preferito che il termine venisse usato anche in contesti più leggeri e allegri di questo, per questo dico che volevamo ricordare certi concetti a noi stessi e a tutte le persone che gravitano nella nostra orbita.

Scorrendo i commenti sotto al video di “XL” ho trovato invece molta opposizione, il solito discorso “vecchia scuola vs. nuova scuola”, che a me rompe abbastanza le palle. Credo che nella conversazione rap nazionale ci sia posto per tutti, e che fondamentalmente che sia boom bap o trap si tratti sempre di espressioni della stessa cultura. Che cosa ne pensate voi?
MM: Per me è una cosa fuori dal mondo. Io mi relaziono benissimo alla trap, come faccio per ogni tipo di musica. Il linguaggio della trap non è il mio, su questo non c’è dubbio, ma non significa che io le sia opposto in qualche modo. Poi c’è da dire che certe questioni sono state sollevate proprio da esponenti della trap che ci hanno tenuto a prendere le distanze dalla cultura hip hop, e questo ha portato a uno scontro con chi da quella cultura si sentiva più rappresentato: ma si tratta di discorsi banali, discussioni sul nulla. Forse quello di cui l’Italia ha bisogno è la serenità di ammettere quando qualcosa non ti piace ma è fatto bene o viceversa.
DD: Io sono un fan dei vostri The People Versus e, per quanto non mi piaccia leggere i commenti sotto ai video, ogni tanto lo faccio lo stesso, e devo dire che il tipo di cui parli tu mi fa rodere parecchio il culo. Uno dei problemi più grandi che ci sono sempre stati nel rap è la continua diatriba tra chi è vero e chi è falso, chi è commerciale e chi no, eccetera. Per esempio, tornando al discorso sulla scena, gli artisti trap hanno avuto l’intelligenza di spingersi tra di loro, di fare gruppo. Non so se questo corrisponde all’essere una scena, ma di sicuro nel loro caso l’unione ha fatto la forza.
MM: La cosa positiva che esprimono questi commenti è la voglia del pubblico di sentire canzoni di un certo tipo.
DD: Il concetto di base è: puoi fare rap bene anche senza andare in culo a chi lo fa in modo diverso.
MM: Mi faccio una domanda da solo: è possibile dividere la parte musicale da quella culturale? Certe volte sì. Metti caso che Biagio Antonacci fa un pezzo rap che spacca, possiamo tutti ammettere che Biagio Antonacci è bravissimo a rappare ma che lo stesso non è hip hop?

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Tornando a parlare del disco, mi raccontate un po’ la genesi? All’inizio “XL”, che è uscita nel 2017, doveva essere un singolo e nulla più, sbaglio?
DD: Conta che sono anni che io e Marco siamo in contatto, anche “XL” era un’idea che avevamo da molto tempo, solo che in mezzo c’erano stati mille impegni. Dopodiché Marco mi aveva mandato un altro beat che mi piaceva molto, e quella è diventata “Per Sempre”. L’idea era di fare un altro singolo, ma a un certo punto ci siamo visti e abbiamo capito che avevamo voglia di fare qualcosa di più.
MM: Prima ancora dell’uscita di “Per Sempre”, quando ci siamo visti per fare le foto promozionali, sapevamo già che avremmo fatto un album. Da lì ci sono voluti soltanto due mesi di lavoro, e parliamo di un album concepito e creato con un’idea precisa, non è che avessi delle basi da parte che ho riutilizzato. Abbiamo deciso di fare il disco e poi lo abbiamo scritto. Tra l’altro ci siamo resi conto soltanto una settimana fa che il disco è uscito esattamente 10 anni dopo il nostro primo video insieme, "Take This", 14 dicembre 2008. Quindi vuol dire che andava proprio fatto.
DD: A me ste cose fanno uscire di testa!

Mi interessa il concetto di “#NoFilter”, che sembra un po’ il pezzo-manifesto del disco.
MM: Ci piaceva la metafora di Instagram, quel mondo in cui tutto dev’essere sempre perfetto e quindi viene straritoccato. A noi non ce ne frega un cazzo. Diego a un certo punto dice una cosa che per me è importantissima: “Senza trama non ce l’ho una strategia”. Ecco, non è un disco fatto con strategie di marketing, con un posizionamento, è un disco che ha una trama. Siamo partiti con delle idee molto semplici legate al rap: tecnica, flow, rime, delivery e musicalità. A me basta quello.
DD: Per me la cosa fondamentale è mettersi a nudo. Anche da ascoltatore, le cose che preferisco sono quelle sincere, è una qualità che cerco in qualunque cosa ascolti.

In “XL” dici “è forte solo chi non nasconde le debolezze”.
DD: Questo concetto attraversa un po’ tutto il disco e diventa sempre più chiaro mano a mano che si arriva alle ultime tracce. Anche in questo caso non c’è nessuna strategia: semplicemente mi sono sempre trovato più a mio agio nel mostrarmi come sono, in qualunque contesto. Io faccio anche un altro lavoro, e anche in quel caso sono tutt’altro che uno yes man.
MM: Se vogliamo si può tracciare un collegamento con tutto il discorso che abbiamo fatto prima: sembra che tutto sia sempre bello sui social, che stiamo tutti bene, e invece non è così. In “XL” diciamo chiaramente: “Io sono quello che prima di suonare non parla con nessuno”, perché siamo in paranoia e non abbiamo paura di ammetterlo.
DD: Si può dire che questi otto pezzi sono stati concepiti e scritti prima di entrare in sala trucco, solo che poi la sala trucco non c’è. Non perché non ci sia labor limae sui pezzi, ma i concetti non cambiano.

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In un’altra intervista avete parlato di “un disco per la gente comune”, che è un’espressione che non mi piace ma adesso capisco che cosa volevate dire.
DD: Il fatto è che c’è un sacco di gente che vuole sentirsi una star, e i social sembrano fatti apposta per incoraggiare questa illusione. Questo album invece, secondo me, ti viene a prendere quando ti sei appena svegliato la mattina, quando non ti sei ancora vestito, in quel momento in cui siamo tutti uguali, in cui l’ego è al minimo. Comunica con una parte spoglia di te, prima delle foto coi filtri, prima delle stories, prima delle serate e degli aperitivi. Va alla radice delle cose, non conta l’età, non conta lo stile.

C’è un’altra canzone che vorrei menzionare, “Rimmel”, con il featuring di CRLN. Rispetto alle altre è molto meno classicamente rap, più contaminata da una specie di alt-pop italiano.
MM: Quella del pezzo rap con il ritornello cantato è una tradizione ventennale, e a me non è mai piaciuta. Credo che in generale noi siamo riusciti ad andare oltre in questo disco, anche con gli altri ritornelli. Ma nel caso di CRLN mi sono proprio imposto di andare in una direzione diversa, perché non volevo vederla come “la ragazza che canta il ritornello nel pezzo rap”, perché credo si meriti molto di più. Avevo l’idea di costruire un pezzo con due atmosfere molto diverse che s’intrecciavano, e abbiamo pensato subito a lei. Mi fa piacere anche sottolineare che “Rimmel” è anche coprodotta da Gheesa, l’altro producer di MacroBeats, il che la rende una rappresentazione perfetta di quello che siamo.

Usciamo dal disco e parliamo di Sanremo. Che spazio c’è per il rap?
MM: Quest’anno in generale c’è un discreto numero di nomi “altri”. Credo sia giusto aprire le porte del festival a quello che succede nel mondo reale. Manca la trap, ma immagino che ci siano delle considerevoli difficoltà per la direzione artistica a relazionarsi con qualcosa di così diverso da quello a cui sono abituati. C’è Achille Lauro, ma non sono sicuro che si possa considerare trap. Poi, fosse per me, i soldi che si spendono per fare Sanremo si potrebbero spendere per fare più manifestazioni musicali di altro livello, ma non sta a me decidere, è una questione culturale. L’anno scorso ci sono stato da ospite con Ghemon e ho constatato che c’è ancora un’atmosfera incredibile, lì in un certo senso si decidono ancora le sorti della musica italiana. Quest’anno ci torniamo in un contesto in cui è un po’ meglio rappresentato quello che succede al di fuori. Ci sembra una cosa positiva, per Ghemon e per MacroBeats, non ci impedisce di fare quello che vogliamo il resto del tempo, e in un certo senso è il coronamento di una carriera che è partita con una lunga gavetta. Ma anche per il pubblico, meglio vedere Ghemon a Sanremo rispetto a cantanti che non cantano da 20 anni o, peggio, che hanno continuato a cantare e non se n’è accorto nessuno.

Giacomo è su Instagram.

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