Ma quale zona grigia delle molestie? Una risposta alla lettera di Catherine Deneuve

Il consenso non è una casella da barrare, o meglio, non solo.

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gen 10 2018, 1:16pm

Foto di Elena Ringo via Wikimedia Commons (CC BY 4.0).

Oggi si sta parlando molto della lettera firmata da varie donne francesi di un certo calibro, tra cui l’attrice Catherine Deneuve, e inviata a Le Monde. Il titolo della lettera, così come lo riporta la stampa, è: Difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale. Il contenuto tocca temi che qui in Italia sono stati molto dibattuti, ovvero l’ipotesi che dopo il caso Weinstein si sia scatenata una caccia alle streghe molto puritana che prenderebbe di mira anche gli uomini che si sono comportati in maniera goffa, oltre che i molestatori di professione.

Prima di iniziare vorrei sciogliere un dubbio linguistico che gira sui social da stamattina. Sul nostro vocabolario il verbo importunare vuol dire: “Disturbare, recare molestia o fastidio con l’essere importuno.” Questo lo sottolineo perché in francese ha un’accezione più legata al fastidio, alla maleducazione e all’insistenza. È importante perché se prendessimo per buona l’accezione italiana ci sarebbe un'indubbia contraddizione in termini con ciò che viene espresso successivamente con “ma il corteggiamento insistente o maldestro non è un delitto, né la galanteria un’aggressione maschilista.” Ora, tralasciando questo aspetto, mi interessa molto di più parlare di questa ipotetica zona grigia, costellata da tentativi di approccio maldestri, che in molti sostengono esista.

Se ci fate caso, questa zona grigia delle molestie viene descritta come un campo di battaglia molto confuso in cui nessuno si raccapezza. Ciò che non viene mai descritto è un esempio di questa zona grigia. Perché può anche darsi che io sia stata così fortunata nella mia vita da non ritrovarmi mai in questo guazzabuglio inestricabile, ma oltre a non aver vissuto questa situazione nebulosa, non ho ancora letto nessun esempio pratico.

Louis CK, Kevin Spacey, Weinstein e tutti gli altri più o meno famosi che sono stati travolti da questa recente ondata di accuse avevano effettivamente molestato. Quindi, tirando un po’ le somme, o qui si sta difendendo il diritto alla molestia (cosa di cui dubito, perché in linea di massima anche i più conservatori non possono difendere la palpata di culo) oppure questa zona grigia non esiste concretamente.

Ma allora perché c’è un terrore così tangibile che le persone possano essere denunciate senza senso, solo per aver corteggiato maldestramente qualcuno?

Io credo che la zona grigia per molti esista davvero, anche se non a un livello di lettura della realtà accurata e condivisa. Questa idea di zona grigia secondo me è il prodotto di un’educazione sentimentale plasmata da una società in cui la parità di genere non esisteva.
Mi aveva colpita una frase della lettera di scuse di Louis CK: “Ai tempi mi raccontavo che ciò che stavo facendo andasse bene perché non ho mai mostrato il mio cazzo a una donna senza prima aver chiesto.” Dando per scontato che dica la verità e che l’ingenuità che traspare da queste parole sia autentica (non sono un prete né un giudice, quindi per me va bene così), mi aveva colpita perché manca un pezzo. Manca il consenso, laddove quest’ultimo non può essere un non-no o un’espressione sorpresa dipinta sul volto della donna in questione. Il consenso è piacere, eccitazione di rimando, la priorità che la persona che tu hai davanti voglia strapparti la pelle di dosso tanto quanto lo vuoi tu. E questa è educazione sentimentale, quella per cui una volta adulto dovresti saper apprezzare e desiderare che l’altra persona ti desideri.
Credo che a molti manchi questo pezzo del puzzle. E credo sia importante sottolinearlo perché altrimenti il consenso teorizzato solo a livello astratto diventa per le persone un qualcosa di asettico, un sì-no detto quando? Prima del bacio, dopo le mani nelle mutande, al primo drink?

Il consenso non è una casella da barrare, o meglio, non solo. È anche l’obiettivo relazionale implicito di qualunque interazione, che sia la botta e via o la relazione di una vita.
Le molestie (per non parlare dello stupro) sono proprio il contrario di quanto appena scritto. È un travalicare la volontà altrui senza porsi il problema di quanto l’altro sia interessato a noi, ci voglia. È un modo di relazionarsi a senso unico, dove evidentemente la priorità è soddisfare un qualche bisogno ombelicale di natura aspirazionale o chissà. Dico che questo modo di leggere la realtà è plasmato da una società che ormai sta cambiando, una società che vedeva le donne come meno. Meno voglia di fare l’amore, meno importanti, meno capaci, meno simpatiche e così via. Per una donna meno, il non-no va benissimo.

In un articolo precedente, sempre riguardante la questione molestie, avevo raccontato di quando ho sfiorato uno stupro. La cosa che non avevo scritto perché allora mi sembrava superflua, è che un paio di giorni dopo l’episodio, il ragazzo in questione mi ha scritto su Facebook chiedendomi se mi andava di andare al centro commerciale. Dopo che ero scappata da casa sua rovesciando la sua bici nel corridoio dell’appartamento, lui mi chiedeva se mi fosse andata una macchinata al centro commerciale (abitavo tra le montagne trentine, era davvero un’ipotesi di svago).
Questo episodio mi ha tenuta impegnata per parecchio tempo. Come faceva a non rendersi conto di quello che era successo? Come faceva a comportarsi come se nulla fosse accaduto?
Ecco, io credo che se ti manca quel pezzo di cui sopra, l’averci provato con una ragazza fumatissima che ha anche blaterato dei “no” più e più volte sia normale; è il famoso approccio maldestro, è la zona grigia.

Al netto del fatto che a livello umano, se la guardo così, quasi mi viene da empatizzare con tali individui che annaspano così tanto nella codifica della realtà da risultare dannosi per gli altri, l’ignoranza relazionale non può essere una scusante. Il fatto che una persona abbia questo tipo di lacune emotive mi provoca un moto di compassione, ma ciò non toglie che ne ha ferita inavvertitamente un'altra. Se difendiamo l’approccio goffo, e quindi la molestia, difendiamo anche chi ruba senza sapere che è reato.

Io penso che le opinioni di Catherine Deneuve e di molte sue coetanee siano frutto di una generazione di donne molto diversa dalla mia. Includo in questa cerchia anche Natalia Aspesi, che ai tempi di Asia Argento aveva detto in un’intervista che il mondo va così, e che le donne devono stoicamente resistere. Da un certo punto di vista lo capisco. Mia nonna era simile. Le era stato impedito di fare medicina perché era una facoltà da uomini, e aveva ripiegato su biologia suo malgrado. Era l’unica donna della sua facoltà, una delle pochissime donne attive nel campo della genetica per molto tempo, e si è battuta fino all’ultimo per non farsi mettere i piedi in testa. Raccontava che quando la palpavano tirava schiaffi a destra e manca, e lo raccontava con orgoglio, perché alla fine ce l’aveva fatta. In un mondo di soli uomini, in cui le donne erano segretarie, maestre e casalinghe, lei ce l’aveva fatta. Credo che se fosse ancora viva mia nonna sosterrebbe la posizione di Deneuve e delle altre. Ogni volta che si veniva molestate, screditate, ogni volta che una posizione lavorativa veniva data a un uomo e non a te e tu eri lì che non potevi dirlo a nessuno, ecco, sono tutti episodi da cui mia nonna traeva forza.
Eppure mi sembra che queste donne, di cui io riconosco le ovaie in titanio, si dimentichino di tutte quelle che invece non ce l’hanno fatta. Perché loro avevano una personalità tenace, ma quante saranno quelle che invece non hanno resistito agli urti? La posizione per cui le donne devono assumersi la responsabilità di essere forti a me sembra molto ingiusta.

Un ultimo appunto lo farei sul concetto di vittima. Anche io ho dei dubbi che riguardano questo tema. A volte faccio fatica a imperniare la rivendicazione femminista attorno al concetto di vittima, perché credo che oltre al sentirsi vittime sarebbe anche gratificante imparare a rispondere. Io per esempio pensavo di essere una persona che avrebbe, come mia nonna, dato dei ceffoni al primo che mi avesse toccata. Poi, qualche tempo fa, ironicamente il 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne, ero ad un festival schiacciata in una coda di persone che spingeva per cambiare sala; ad un tratto mi trovo una mano sulla tetta. Si era infilata da sopra—sono estremamente bassa—aveva agilmente oltrepassato la barriera di cotone della maglietta con scollo profondo e tondo che portavo, e poi si era poggiata lì. Sarà durato tre secondi e io non ho fatto nulla. Idealmente vorrei che i miei genitori mi avessero educata esplicitamente al non essere compiacente. E in questo senso mi auguro che oltre a una nuova educazione maschile (che è prioritaria), anche le donne si approprino degli strumenti per essere sempre più assertive e sempre meno compiacenti.

Deneuve scrive che “Una donna può pretendere che il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, e non sentirsi traumatizzata per sempre perché qualcuno si è strusciato contro di lei in metrò.” Io non mi sento traumatizzata e credo che sia possibile anche non sentirsi profondamente debilitati dal trauma di una mano sul culo o sulla tetta in metro o a un festival. Ma io mi chiedo, la sconfitta di questi comportamenti deve per forza passare dal trauma? Ma per Deneuve e le altre, detto che ognuno è libero di sentirsi come vuole, e tralasciando il fatto che io vedo nella molestia un qualcosa in più di un semplice atto fisico, non sarebbe meglio non essere palpate a caso?

Perché giuro, questo è un dubbio che proprio non riesco a sbrogliare. Ricordo che un po’ di tempo fa la giornalista del Foglio Annalisa Chirico, ospite a Otto e mezzo, ha detto più o meno: “Fino ai 18 anni ti protegge la legge, dopo i 60 la natura, e in mezzo è caccia aperta.” Non mi soffermo a commentare la frase di per sé perché la trovo orribile, però ecco, mi interessa chiarire questo aspetto: perché dovrebbe essere caccia aperta? Perché difendere degli atteggiamenti che se anche non ci traumatizzassero sarebbero indiscutibilmente molesti?

La molestia nel migliore dei casi è segno di una profonda ignoranza relazionale e umana, nel peggiore di una franca prevaricazione basata su dinamiche di potere e annichilimento della volontà altrui. Perché stiamo facendo di tutto per difenderla?

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