È bello essere il re

Se nel ventesimo secolo sono stati cartelli e organizzazioni criminali a fare i milioni con il boom della droga, oggi potrebbe essere il turno dei selezionatori d’erba, nerd dell’ortobotanica rinchiusi in serre e laboratori ai quattro angoli del...

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set 20 2013, 9:19am


Franco Loja, capo-selezionatore della Green House Seed Company, ispeziona un esemplare della varietà di marijuana Limon Verde, nella regione colombiana di Cauca.

Era un pomeriggio di maggio, Arjan Roskam se ne stava in panciolle sul ponte del suo sette metri da pesca sportiva. Stava solcando le onde di una profonda insenatura sulla costa caraibica a nord-ovest della Colombia, tenendo un occhio sulla lenza che aveva appena lanciato. Arjan ha 48 anni, svetta sopra il metro e 80, ben rasato. Ha l’aspetto burbero dell’olandese, e una penetrante voce baritonale che irrompe nelle chiacchiere come un oboe. A vederlo e sentirlo sembra un capo nato, una di quelle rare anime che sono riuscite ad adempiere al proprio destino senza compromessi. È il più noto e il più controverso protagonista del business della marijuana, auto-incoronatosi “King of Cannabis”.

Mi trovavo in Colombia. Io, Arjan e un team internazionale di coltivatori d’erba che lui chiamava “Strain Hunters” [Cercatori di Ceppi] eravamo in viaggio circondati da montagne e foreste. Eravamo alla ricerca di tre varietà di marijuana, straordinarie e molto rare, geneticamente illibate da decenni. I loro nomi sono poetici, quasi mitici, e quasi scivolano lungo la lingua: Limon Verde, Colombian Gold, e Punto Rojo. Il giorno prima della nostra escursione nella giungla, avevamo trovato esemplari di Colombian Gold e Punto Rojo in una coltura di marijuana gestita da gruppi paramilitari e contadini. Arjan era al settimo cielo. Era entrato in possesso dei primi due di circa 200 ceppi autoctoni—varietà di marijuana che si sono sviluppate spontaneamente nei più lontani recessi del mondo—e voleva assolutamente trovarli tutti.

Arjan e i suoi compagni avrebbero coltivato migliaia di piante con questi semi autoctoni, selezionandone le più forti, e creando nuove varietà commerciali dall’’esotico patrimonio genetico. Si tratta del primo step del lungo e intricato processo al termine del quale un fattorino suona il vostro campanello con uno zaino profumato pieno di Alaskan Ice, Bubba Kush e White Widow. Se almeno una volta vi è successo di finire spalle al muro di fronte a un nerd dell’erba durante una festa, sapete che l’unico motivo per cui non stiamo tutti fumando paraffina ed erba secca piena di semi è che in tutto il mondo esistono migliaia di esperti presi a coltivare, ibridare, sperimentare e sviluppare nuovi sapori, effetti e qualità—tutti di quella stessa pianta, una semplice pianta di montagna. Dal mare, i pendii incappucciati di neve della Sierra Nevada de Santa Marta profilavano l’orizzonte.

La catena si estende fino alla costa caraibica del Paese, e per più di 40 chilometri nell’interno. Due cime (di cui una prende il nome dal liberatore della Colombia Simón Bolívar) raggiungono quasi i 6.000 metri. La topografia è inquietante e stupefacente. La temperata aria degli altipiani e il sole equatoriale che splende tutto l’anno rende queste montagne una delle regioni più fertili del mondo per la coltivazione della cannabis. Nel corso degli anni Sessanta e Settanta, migliaia di tonnellate d’erba sono passate per la stessa insenatura profonda 100 metri in cui si stava avventurando la nostra barca. Le imbarcazioni dei trafficanti di droga seguivano la rotta diretta a nord, attraverso le isole caraibiche, fino agli Stati Uniti. La gente chiamò questa corsa all’erba “Bonanza Marimbera”, e nel giro di qualche anno, centinaia di contadini si trasformarono in signori della droga pieni di grana. Le fondamenta di Santa Marta, la città costiera piena di vita in cui eravamo approdati, sono state letteralmente costruite coi soldi della droga.

Recentemente su El Tiempo, un quotidiano colombiano, è uscito un articolo a cinque colonne che strillava “La marihuana vive una nueva bonanza”—sono tornate le vacche grasse per coltivatori e commercianti della costa nord della Colombia, dal momento che la richiesta di marijuana continua a crescere. Ciò detto, oggi in Colombia, non si sta producendo molta Colombian Gold. Piuttosto, come nel resto del mondo, l’industria colombiana ha optato per investire nella coltivazione degli ibridi, sviluppati da selezionatori di sementi e coltivatori della California, della British Columbia, di Amsterdam—selezionatori come Arjan.

Se nel ventesimo secolo cartelli e organizzazioni criminali hanno fatto i milioni con il boom della droga, i selezionatori d’erba—nerd dell’ortobotanica rinchiusi in serre e laboratori ai quattro angoli del pianeta—potrebbero senza dubbio diventare i miliardari di questo secolo. Come la Monsanto, o altri giganti del business agrario, le grandi compagnie potrebbero finire per controllare la pianta fin dalle radici, ed è questo il motivo per cui Arjan è così importante: è a capo della Green House Seed Company di Amsterdam, una delle compagnie “del ‘cannabis business’ di maggior successo sulla faccia della Terra”, quello dei semi. La Green House sostiene di aver vinto 38 Cannabis Cup, praticamente il doppio di ogni altra compagnia.

In questi anni alcuni stati nordamericani, come il Colorado, stanno aprendo alla liberalizzazione, e con la prospettiva che ciò avvenga anche in paesi come l’Uruguay, Arjan scommette su un futuro in cui la richiesta di erba crescerà e maturerà, e sta facendo tutto quello che è in suo potere per trovarsi nella giusta posizione quando le tessere del domino della criminalità mondiale inizieranno a cadere. Sapete cosa? Lui ce la farà. Quest’uomo è infatti lo spacciatore legale meglio posizionato; non sta semplicemente vendendo droga—ci sta mettendo del suo per creare una cultura dell’industria della droga.

Mentre pescavamo, e ingollavamo lattine di birra sulla nostra barca a Santa Marta, accendendoci grandi canne di hashish e di cime dal sapore pungente, Arjan teneva un occhio sull’oceano. Alla fine una delle sue lenze si è tesa con uno strattone, lui ha afferrato la canna da pesca e ha chiesto di lasciargli la sedia a poppa per tirare su la preda. In un attimo, un pesce di quasi due metri, cangiante, si contorceva sullo scafo bianco. L’abbiamo mangiato per pranzo. Era delizioso.


La costa caraibica della Colombia era un centro importante di smercio di marijuana negli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta.

Dare una stima accurata delle dimensioni del mercato globale di marijuana (legale e illegale) potrebbe rivelarsi un’impresa impossibile—parliamo di una cifra che si aggira da qualche parte tra i 10 e 140 miliardi di dollari l’anno. Arjan afferma di avere in mano il 25 percento del mercato dei semi; certo una piccola fetta rispetto all’intera industria, ma probabilmente la più importante. E anche se sono dati molto difficili da verificare, le fonti dell’industria con cui ho parlato dicono che i calcoli di Arjan non sono così sbagliati. Considerato che ci sono centinaia di aziende di semi in tutto il mondo, è una fetta significante.

Arjan possiede anche una catena di coffee shop, una linea di abbigliamento, e anche una casa di alcolici che fa bevande aromatizzate alla cannabis, ma il suo business principale è creare nuove varietà di marijuana da vendere sul mercato internazionale. È un settore molto redditizio, ed esclusivo. Per scoprire nuovi sapori ed effetti psicotropi con la combinazione di cannabinoidi e terpenoidi (i meno noti componenti chimici dell’erba), è essenziale padroneggiare la materia, è una professione. Creare nuove varietà non è ingegneria genetica, è agronomia. Ma, proprio come la viticoltura moderna, anche la coltura dell’erba è diventata una scienza esatta che richiede capacità artigianali, conoscenza e sensibilità.

Franco Loja è lo scarno e iperattivo selezionatore e partner d’affari di Arjan. Ha 39 anni ed è un ex paracadutista dell’esercito italiano. Come mi ha spiegato questa primavera, “la bellezza della cannabis sta nella sua varietà. Non è solo una pianta— sono migliaia di piante. Coltivare è creare qualcosa di nuovo. È un lavoro che si potrebbe paragonare a quello di uno chef stellato Michelin che crea nuove ricette. E le combinazioni degli ingredienti sono praticamente infinite.”

Il modello aziendale di Franco e Arjan si basa sulla ricerca di piante rare, che, come posso testimoniare avendovi preso parte sulle montagne, è cosa più facile a dirsi che a farsi. L’erba è ancora illegale in Colombia, e le fazioni di guerriglieri, gruppi paramilitari e altre gang armate, di solito controllano le zone dove cresce di più. Questo fa sì che siano necessari viaggi avventurosi in furgoni o a piedi, viaggi che i competitor della Green House sono, per essere chiari, troppo deboli di cuore o squattrinati per affrontare.

Seduti in un ristorante in riva al mare nel Parque Nacional Natural Tayrona, vicino a Santa Marta, Arjan mi ha parlato di uno dei momenti decisivi della sua esistenza, da cui è emerso il suo incondizionato credo nella pianta. “Quando avevo 17 anni, andai in Thailandia. Facevo l’autostop, mi trovavo nel nord del Paese, e incontrai un uomo molto vecchio che ai tempi curava gli eroinomani con la marijuana. Rimasi con lui per una settimana, al tempo pensavo che fosse un matto completo. Ma più restavo con lui, più imparavo, e al momento di andarmene mi diede dei semi e mi disse di ricordarmi una cosa: un giorno, questi semi avrebbero potuto rovesciare i governi.” È una storia alla Jack e il fagiolo magico. Chi esattamente abbia il ruolo dell’orco nella vita di Arjan, però, non è dato saperlo. Potrebbe essere la bestia nera dell’illegalità, o la pressione delle lobby che controllano gli altri vizi, quelli regolamentati, come il tabacco, l’alcol e il petrolio. Oppure, potrebbe essere l’insormontabile fatto che, nonostante la sua posizione dominante tra i coltivatori d’erba e gli uomini d’affari, Arjan non è mai stato completamente inquadrato.

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Arjan Roskam si è soprannominato “King of Cannabis”, Re dell’erba. Gira il mondo alla ricerca di ceppi rari di marijuana.

Arjan non è sempre stato un magnate. Ha iniziato a piantare nelle cantine e negli appartamenti di Amsterdam e dintorni una trentina di anni fa. “Coltivavamo per goderci la nostra erba,” ricorda. “Qualche anno dopo, ci siamo accorti che non eravamo soli. Ci sono al mondo altri due miliardi di persone a cui piace godersi l’erba, e abbiamo avuto la fortuna di saltare su quel carro negli anni Ottanta. Poi il carro è diventato un treno, e il treno un aereo. Un aereo che ora vola davvero veloce.”

“E molto in alto,” aggiunge Franco.

“Sì, molto in alto,” fa Arjan.

All’inizio Arjan ha avuto successo in Olanda, lo Stato che decenni prima della California ha deciso che invece di un divieto era meglio regolamentare il desiderio praticamente universale di farsi. Arjan iniziò a coltivare nuove varietà sotto le insegne della Green House nel 1985, e sette anni dopo aprì il suo primo coffee shop. Non è stato certo il primo a farlo, ma nel corso della sua carriera è riuscito a trasformare una precoce iniziazione al mercato legale dell’erba in una specie di dominio auto-proclamato.

Spesso fa da portavoce per la corporazione dei coffee shop di Amsterdam, e ha dato lustro all’immagine della sua azienda rendendola un marchio riconoscibile a livello globale. “Abbiamo molto successo, per farti un’idea, l’anno scorso abbiamo venduto più di 400 mila confezioni di semi. Il che ci rende i venditori di semi numero un al mondo.”

La fortuna della Green House non è ancora finita. La coltivazione d’erba sta passando da losco affare clandestino a qualcosa che ogni giardiniere della domenica può prendere in considerazione, e un’azienda di semi è sempre più importante. È quello che gli esperti di marketing chiamano “brand equity”, e Arjan e Franco stanno costruendo il valore del loro marchio con le operazioni online.

La Green House ha prodotto alcuni documentari da un’ora sulla ricerca di nuovi ceppi—tra gli altri, in Malawi, Marocco e India, sulle tracce dello sballo definitivo. I video, che ambiscono a una vera resa cinematografica, hanno ciascuno diversi milioni di visioni su YouTube. Arjan ne esce come un Arnold Schwarzenegger dell’erba, un illuminato sociologicamente, uno che presta volentieri orecchio alle storie strappalacrime dei poveri coltivatori di marijuana attraversando il globo in gilet e pantaloncini cargo. Secondo David Bienenstock, ex senior editor di High Times, Arjan ha “adottato una moderna sensibilità di marketing,” qualcosa che, viceversa, spesso manca—ahimè—a gran parte delle nuove forme di industria. L’olandese ha un understanding tutto americano delle forze del mercato, ed è ironico che proprio l’industria americana l’abbia lasciato fuori, anche se negli ultimi decenni molti degli stati nord americani hanno aperto alla legalizzazione. Tuttora, però, importare semi negli Stati Uniti è illegale.

Secondo Franco, “Il gioco tra legale e illegale nel nostro campo ci costringe ad affilare l’ingegno.” Per combattere questa tensione, la Green House investe grandi capitali in ricerca e sviluppo, “per adattarsi alle nuove leggi, alle nuove norme, alle nuove domande del mercato, alle nuove ondate di repressione e alle nuove aperture, e per rimanere flessibili. Non possiamo permetterci di scegliere la nostra strategia di marketing e basta.” Arjan sa prendersi quello che vuole, e questo gli è valso una pessima reputazione tra i suoi competitor. Alcuni lo definiscono un infiltrato, un mero uomo d’affari travestito da selezionatore di ceppi; comunque, come in ogni altro ambito, avere dei detrattori può essere interpretato come un segno di successo.

I selezionatori non si sentono degli spacciatori, ma degli agronomi all’ennesima potenza, più simili a enologi e assaggiatori. La regola non scritta è che il prodotto deve parlare da sé, la pianta è al di sopra di chiunque. Nel 1999 la Green House, insieme ad altre due società del settore, è stata spogliata del titolo alla Cannabis Cup nella categoria Hashish con l’accusa di aver comprato i voti. È un danno alla reputazione che ha guastato e deteriorato la posizione di Arjan nella scena ermetica di Amsterdam. Ma Arjan risponde con un’alzata di spalle.

Anche quando la marijuana era davvero illegale in quasi tutto il mondo, lui non si faceva problemi a stampare la sua faccia sul prodotto, era consapevole che quell’erba avrebbe presto attecchito nel mercato, fino a diventare un bene di consumo quasi mainstream. È stata una mossa sfrontata, e indicativa di una personalità che continua ad avere un impatto negativo su determinati segmenti dell’industria della marijuana.


Gato tiene tra le mani il fumo fiorito e dolce che ha prodotto rovesciando un secchio di cristalli di THC in un tritacarne.

Tre giorni prima di questa intervista, sono stato con Arjan nella regione di Cauca, nel sud-ovest della Colombia, e ho assistito a una gigantesca operazione capitanata da un trentacinquenne colombiano, Alejandro Londono, meglio noto come Gato, il Gatto.

Gato non è sinuoso come ci si aspetterebbe dal soprannome, ma questo nomignolo fa riferimento al suo vivace acume imprenditoriale. Cresciuto a Miami, si è fatto le ossa in Messico e Venezuela prima di dare il via a operazioni industriali su larga scala in molti stati del Centro e del Sud America. È attualmente sulla lista paga del governo dell’Uruguay come Consigliere Ufficiale per la Legalizzazione. Gato ammira Arjan e si comporta con lui come un protégé; quando l’olandese parla, Gato pende dalle sue labbra.

La nostra visita ha avuto poco a che fare con i ceppi, Gato si è vantato delle sue idee, e ci ha parlato di quando ha rilevato l’impresa di famiglia per mettere in piedi un business di coltura e vendita semi, un’operazione che ha denominato Marimebero (un riferimento agli ormai svaniti giorni di gloria della supremazia colombiana sul mercato dell’erba). La piantagione è enorme: le piante crescono ovunque e sono coperte da ettari di plastica drappeggiata su pali di bambù, sul versante di una montagna. Un calcolo approssimativo mi ha fatto boccheggiare: Gato e il suo capo-coltore, un ex-killer incontrato in galera, hanno 8.000 piante, cioè 2.000 chili d’erba a raccolto. Grazie al clima colombiano, stabile tutto l’anno, godono di tre raccolti l’anno; più o meno sei tonnellate d’erba.

Negli ultimi anni, il padre e due dei fratelli del Gato sono stati assassinati dai loro rivali. “Negli ultimi tre anni, qualche figlio di troia di Medellin che pensa d’essere il re dell’erba ha ucciso due dei miei fratelli,” mi ha detto. “Pensano di controllare il mercato perché sono dei criminali, ma lo controllano con la violenza, non con la qualità.”

La qualità è la sua missione. Gato cerca di coltivare erba eccellente perché l’erba, lui, la ama. È semplice. “Arriva un momento in cui il tuo hobby diventa il tuo lavoro, non sei tu che vai a cercarlo. È come avere una bella voce e diventare un cantante famoso—non è che lo chiedi. Ci sono bravi cantanti che odiano la fama, ma quella arriva uguale, è una merda. Con l’erba è lo stesso. La madre di mia figlia mi disse che un giorno avrei dovuto scegliere tra lei e l’erba. Ho chiesto il divorzio quel giorno stesso. Come puoi lamentarti dell’erba quando vivi come un ricchissimo pappone? Cazzo, hai tutto quello che vuoi. Tutto quello che hai nel frigo, viene dall’erba.”

Più tardi Gato mi ha parlato dei suoi magazzini, dei suoi impianti di essiccazione, delle sue strutture per la manutenzione e della piccola fabbrica indoor dove produce hashish e altro. Ha rovesciato una secchiata di cristalli di THC in un tritacarne industriale, e dall’altra parte è uscita una colata di fiorito, appiccicoso hashish—sembrava cioccolato fuso. Ha tessuto le lodi della sua varietà, che ha chiamato con il nome di una delle sue figlie. La Nicole’s Kush è un ibrido che sembra un po’ gramigna, e anche se non ha ancora ottenuto la popolarità di alcune delle varietà di Arjan (all’estero non si trova ancora), è davvero roba di prima qualità. Se le cose vanno come devono, quello col nome di sua figlia sarà l’ibrido con cui Gato consoliderà il proprio dominio.


Il bottino. Arjan mostra i semi di Punto Rojo che lui e il suo team hanno trovato vicino a Santa Monica, in Colombia.

L’ibrido con cui Arjan ha fatto il botto è la White Widow, così rinominata a causa dell’abbondanza di tricomi che dà alla pianta un colorito biancastro. Questa varietà è leggendaria e si può trovare in tutto il mondo, è stata anche citata in alcuni episodi di Weeds. I suoi effetti sono un’ondata di energia e euforia, e il fumo è speziato con un retrogusto dolce, burroso. La White Widow ha vinto la Cannabis Cup nel 1995, e questo, in parte, è il motivo per cui la comunità di coltivatori di Amsterdam discute ancora per identificarne il creatore. Negli anni la questione ha causato una scissione; se ne parla ancora oggi, e la faccenda ha messo in discussione la figura di Arjan sia come imprenditore che come uomo.

La storia della creazione della White Widow è complicata, Arjan sostiene che il “nonno” del ceppo sia un coltivatore di nome Ingemar con cui ha lavorato negli anni Ottanta, e che la Green House ne ha perfezionato l’opera nel decennio successivo. Peccato che l’ex socio d’affari di Arjan, l’australiano Scott Blakey, sostiene di aver inventato la White Widow quando lavorava proprio alla Green House, e che, lasciata la compagnia nel 1998, si sia portato via la prima generazione di piante stabilizzate per piantare le radici della sua nuova compagnia. Oggi, Scott è noto come “ShantiBaba” e la sua società è la Mr. Nice Seed. ShantiBaba è impietoso nelle sue accuse contro Arjan. Secondo Scott, Arjan non ha nessun merito nella scoperta della White Widow, e tutti i premi vinti negli anni, non dovrebbero essere suoi.

Parte del motivo per cui in tutti questi anni il dibattito sulla White Widow non è diminuito, è che il mercato dell’erba è largamente de-regolamentato. Brevetti e proprietà intellettuale non sono ancora applicabili nell’industria della marijuana, sicché nessuna delle parti in causa ha potuto portare le proprie accuse davanti a un tribunale. Non è altro che una guerra per la reputazione, o se volete, uno scorno tra montati. Arjan parla raramente delle accuse, ma quando lo fa, è velenoso. Nel 2011 ha scritto e pubblicato sul forum International Cannagraphic un post di 4.309 parole in cui si è scagliato in una serie di attacchi personali contro ShantiBaba, chiamandolo un imbonitore, e allo stesso tempo, sbattendogli in faccia i numeri delle vendite. “La Green House rappresenta fino al 50 percento del mercato di Olanda, Spagna, Inghilterra, Italia e molti altri paesi,” ha scritto.

“In molti negozi funziona così: per ogni busta GH venduta, se ne vende una di tutte le altre compagnie messe insieme. Provate solo a chiamare un negozio in Spagna, o chiedete ai distributori all’ingrosso come Basil Bush o Plantasaur, vi farete un’idea del volume dei semi che vendiamo, comparati a Shantiblabla.”

Il pomeriggio in cui trovammo un ceppo originale di Punto Rojo fu davvero bello. Fu il nostro premio per esserci inerpicati in una piccola piantagione in una valle a poche ore di distanza da Santa Marta. Il viaggio si era fatto complicato, avevamo cambiato diversi scenari, dall’albergo, ai campi coltivati, alle discussioni con i leader locali, e alla fine eravamo riusciti ad organizzare un incontro con i nostri contatti sul ciglio di una strada. Quando finalmente trovammo quello che avevamo cercato così a lungo, Arjan e Franco diventarono la versione sublimata di se stessi.

Passammo in esame un centinaio di piante, e Arjan e Franco basandosi sulla forma delle foglie e la stretta struttura del germoglio le identificarono come indica pura. Franco mi spiegò l’importanza della distanza internodale tra i rami della pianta, come i semi dovevano maturare nei propri involucri prima di esserne spogliati, e perché al Punto Rojo—Punto Rosso—fosse stato dato questo nome. Quando trovammo un fenotipo particolarmente pregiato, andò in estasi. Nessuno di noi riuscì a trattenersi dall’infilare le mani tra le infiorescenze appiccicose che profumavano di pino e fieno, annebbiati dal brivido di aver trovato dei semi che avremmo potuto portare ad Amsterdam. “Questo è il materiale originario che posso far crescere, che posso classificare, che posso usare per nuovi esperimenti di incroci, che vinceranno la Cannabis Cup,” così Franco. “Che renderanno la gente ricca, che la faranno finire in galera, che cambieranno destini e vite. E questo è il motivo per cui mi sveglio con un sorriso in faccia ogni singolo fottuto giorno della mia vita.” Franco guardava il cielo, la sua faccia era arsa dal sole, poi cominciò a ululare “Abbiamo i semi!”

Arjan si precipitò giù dalla collina per frugare la pianta. Raccolse manciate di semini, li separò dai residui e li mise al sicuro in una bustina di plastica. Poi si mise a parlare a ruota libera del potenziale dell’industria, profetizzando un tempo non tanto lontano in cui i governi avrebbero limitato il contenuto di THC nella marijuana in commercio. In questa ipotesi di futuro, il gusto sarà più importante degli effetti, e il controllo di materiale genetico raro e ancora non sfruttato a livello industriale darà al coltivatore un grande vantaggio nella competizione.

Il ritrovamento dei semi è solo l’inizio del vero lavoro di Arjan. Una volta tornati in laboratorio, Franco e Arjan li pianteranno, sceglieranno gli elementi migliori, e ripianteranno i loro semi. Ripeteranno il processo molte volte ancora finché non avranno l’esemplare giusto. Alla fine, da questi semi, faranno nascere fino a 10.000 piante. Cercheranno di stabilizzare diverse linee genetiche per ottimizzare fattori come il tempo di fioritura, la resistenza alle muffe e ai funghi, e la resina. Dopo cinque anni di filiera, le qualità uniche imparentate nel ceppo saranno la base di un prodotto di mercato completamente nuovo.

O magari no. Ma anche se questo specifico ceppo non dovesse scoppiare a livello commerciale, la Green House catalogherà la piante madre e ne terrà vivo il lignaggio, occupandosi di analizzare le proprietà di cannabinoidi e terpenoidi. È possibile che un gigante farmaceutico alla ricerca di specifiche varietà bussi alla loro porta—nel 2003 la Bayer sborsò 40 milioni di dollari per il diritto di distribuzione del Sativex, un farmaco derivato dalla marijuana in grado di alleviare spasticità, incontinenza, e altri disturbi.

Arjan e i suoi sanno molto bene che il loro è un business pericoloso, privo di un tornaconto immediato. Ma scommettere su un mondo in cui a livello legale la marijuana assomigli più al vino che all’eroina, potrebbe portare alla più dolce delle vittorie, e include inoltre le avventure—senza prezzo—che persone come Arjan e Franco affrontano alla ricerca del loro tesoro. “Tutti sappiamo che tra dieci o vent’anni sarà legale,” mi ha detto Arjan. “Ci stiamo tenendo aperte tutte le porte, e stiamo cercando le chiavi per il futuro. Una delle chiavi è cercare tutti i ceppi autoctoni.”

Il nostro viaggio in Colombia è stato solo l’ultimo tassello di una carriera di successo; Arjan e il suo team hanno trovato tutte e tre le varietà per cui avevano attraversato l’oceano. Nonostante un passato quasi mitologico—suo zio Peter era un coltivatore di patate di primissimo piano in Olanda, un altro segno del suo destino nell’orticoltura—e le stigma dei milioni fatti nel mercato grigio, ad Arjan piace considerarsi un uomo umile. “Voglio solo stare chiuso con le mie piante in camera mia, a fumare, e basta... Questo è quello che mi piace, stare a guardare le mie piante che crescono,” mi ha detto. “Sono un contadino.” Fa un tiro e si corregge. “Sono un contadino con grandi ambizioni.”


Per saperne di più guarda il nostro documentario, Kings of Cannabis.

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