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Cosa pensano gli italiani che studiano nelle cinque città universitarie migliori del mondo

Mi sono fatto raccontare cosa pensano della città, delle università, della gente, così da raccogliere una serie di consigli per chi è ancora in Italia ma in procinto di andare in una di queste città.
17 dicembre 2015, 11:48am

Anche quest'anno il QS World University Ranking ha stilato la classifica delle città migliori in cui andare a studiare nel 2016 e Parigi si è confermata—per la quarta volta di fila—la prima città del mondo in questo senso. I risultati sono frutto di un confronto tra i dati riguardanti gli standard accademici delle varie facoltà, la convenienza e le opportunità di lavorofuture.

Gli oltre 50mila italiani che l'anno scorso risultavano impegnati in uno studio all'estero si spiegano abbastanza facilmente se si pensa che per trovare la prima città italiana sulla classifica ho dovuto scorrere fino alle 38esima posizione, Milano (Roma è alla 61esima).

Preso dalla curiosità di sapere com'è vivere nelle migliori città universitarie del mondo, ho contattato cinque italiani che studiano, hanno studiato o hanno vissuto a Parigi (primo posto), Melbourne (secondo posto), Tokyo (terzo posto), Sydney (quarto posto) e Londra (quinto posto) e mi sono fatto raccontare cosa pensano della città, delle università, della gente, così da raccogliere una serie di consigli per chi è ancora in Italia ma in procinto di andare in una di queste città.

Un appartamento a Parigi (non quello di Davide). Foto di Maciek Pozoga.

PARIGI - DAVIDE, 25 ANNI

Quando stavo in Italia volevo fortemente un'istruzione internazionale, possibilmente francofona e anglofona. Facendo ricerche nel mio campo di studi, c'era un'università che spiccava fra tutte: SciencesPo Paris. Ho trovato un corso di laurea che m'interessava molto e che in Italia non c'era, ho fatto application e una volta accettato sono partito.

In generale posso dire che tutta la mia permanenza è stata una bella esperienza. Mi ha aperto una marea di porte all'estero, non chiudendomi opportunità in Italia (difatti adesso scrivo da Milano, dove lavoro). Ma se dovessi pensare adesso a Parigi la prima cosa che mi viene in mente sono le camminate la notte per rientrare a casa, la sua calma, e la capacità di essere rumorosamente capitale e silenziosamente provinciale allo stesso tempo.

Come per molti a Parigi, trovare casa non è un gioco da ragazzi: i prezzi sono stratosferici, le offerte ridicole e spesso i proprietari hanno una chiusura nei confronti degli internazionali (molti richiedono che a pagare l'affitto siano persone residenti in Francia con conti correnti francesi, cosa che ovviamente limita molti).

Ma Parigi è senza dubbio una città che ha molto da offrire, a livello generale e quindi anche agli studenti universitari. Non so se sia la migliore al mondo nella quale studiare e non posso saperlo, non avendo molti termini di paragone. Se c'è una cosa che posso dire è che non l'ho mai percepita come una città universitaria. Non gira e non girerà mai solo intorno a quello. Perdersi quel di più equivale a perdersi Parigi.

Melbourne. Quella in foto non è Gaia.

MELBOURNE - GAIA, 23 ANNI

A Melbourne ci sono finita un po' per caso e un po' per scelta—tre anni fa ho conosciuto online un ragazzo di Melbourne che mi ha sempre descritto la città come un posto fantastico. Mi ha incuriosita, e l'occasione di partire è arrivata quando mi sono aggiudicata una borsa di studio per poter frequentare un semestre in scambio all'RMIT, il Royal Melbourne Institute of Technology.

Per quanto riguarda la mia esperienza, posso dire che la qualità dell'istruzione universitaria è buona; l'offerta didattica ed extra curriculare la rende molto attrattiva, oltre che un'esperienza diversa per studenti provenienti dalle università italiane, molto più "tradizionali" sia come metodo di insegnamento che come offerta.

Inizialmente mi sono trovata in difficoltà per organizzare il mio piano di studi e adattarmi al nuovo sistema: arrivando dal Politecnico, molto tradizionale, tecnico e con un metodo formale, ambientarmi in una classe di pochi studenti in cui l'approccio allo studio era pratico e creativo ha richiesto molta flessibilità e qualche settimana di adattamento. Ma Melbourne resta una città fantastica.

Tokyo. Foto di

Ben Clement.

TOKYO - FRANCESCO, 27 ANNI

Sono arrivato a Tokyo mentre stavo ancora completando il mio percorso di studi in Italia, prima come stagista all'Ambasciata Italiana e poi con un altro stage alle Nazioni Unite. Tuttavia, avendo lavorato con istituzioni universitarie giapponesi, e avendo avuto colleghi sia in Giappone che alla SOAS di Londra che hanno frequentato corsi universitari a Tokyo posso dire che la qualità delle università è molto alta.

La Waseda, ad esempio, attira professori e studenti da ogni parte del mondo e propone corsi di qualunque materia sia in inglese che in giapponese. Credo che un altro aspetto molto importante da considerare sia l'opportunità che hanno gli studenti di corsi universitari giapponesi di poter intraprendere joint bachelor con altre università nel mondo, di fatto esportando e importando un livello di eccellenza tra i primi al mondo.

Tokyo è una città davvero enorme, quindi nonostante i mezzi siano efficienti, le tempistiche di spostamento possono essere abbastanza lunghe. Un'altra difficoltà è sicuramente la chiusura giapponese verso gli stranieri. Questa è un'esperienza che, specialmente in un luogo di lavoro completamente giapponese, si può riscontrare. Nel mio caso, il livello intermedio di conoscenza della lingua giapponese mi ha permesso di interagire con la gente locale in maniera più diretta. Anche la burocrazia a volte è molto lunga e intricata e per uno straniero può essere complicato districarsi nei mille cavilli delle istituzioni giapponesi senza appoggiarsi a una conoscenza locale.

Sydney. Quella in foto non è Erin. Foto di Ben Clement.

SYDNEY - ERIN, 26 ANNI

I miei genitori sono nati in Australia, ma io avevo sempre vissuto in Italia e volevo scoprire come sarebbe stato studiare e abitare dall'altra parte. Una volta lì mi sono subito ambientata benissimo, e sicuramente il mio passaporto australiano mi ha aiutato.

Sydney è una città dove i giovani hanno opportunità di studio e di lavoro: si studia per avanzare nella carriera. Mentre studi puoi mettere in pratica ciò che impari grazie a stage e work placement organizzati dall'università, per facilitare la ricerca di lavoro dopo gli studi. Io ho cominciato a lavorare duranti gli studi nella mia disciplina (direzione di scena) e non sono mai stata senza un lavoro.

Nonostante questo, Sydney è una città molto materialistica e costosa. Conta avere la TV giusta, la macchina giusta, il cellulare giusto e tutto il resto. A volte mi sembra che si dia troppa attenzione a queste cose. L'alcol, i ristoranti e l'affitto costano un'eresia—e non ti parlo delle multe! Insomma, bisogna stare molto attenti alle regole, anche nei rapporti interpersonali.

Londra. Foto di Jamie Lee Curtis Taete.

LONDRA - GIULIA, 25 ANNI

Quando ho finito la triennale in lettere moderne alla statale di Milano, mi sentivo profondamente frustrata. Il mio relatore di tesi non sapeva neanche chi fossi, e io avevo bisogno di mettermi davvero alla prova. Avevo amato Londra da turista, e la vicinanza è stata il fattore decisivo. Devo dire che sono una ragazza fortunata: non mi sono trasferita perché in Italia non trovavo lavoro e stavo morendo di fame. Ero solo irrequieta e non mi sentivo bene dove ero.

Sono partita con l'idea di lavorare per il primo anno, fare l'IELTS, e poi fare richiesta di ammissione in tutte le università londinesi. Ho provato a entrare in specialistiche di giornalismo—fallendo a causa del mio basso livello di inglese—ma è andata bene con un corso specialistico di Linguistica inglese. Alla fine ho anche fatto il dottorato in sociolinguistica nella stessa università.

Londra resta la città più cara d'Europa. Quindi, se sei uno studente la tua vita sarà tormentata dal costante conflitto tra il bisogno di volerti godere la città e dalla necessità di sopravvivere fino a fine mese. Lavorando, ovviamente. In più, mai avrei immaginato di dover condividere la mia cucina con topi e scarafaggi, ma non penso a quel periodo come a un totale fallimento. Ho conosciuto persone eccezionali da ogni parte del mondo e ho capito cosa significasse libertà.

A chiunque stesse prendendo in considerazione l'idea di andare a Londra, direi di seguire un corso triennale in Italia e poi specializzarsi qui. Credo che sperimentare entrambi i metodi sia una scelta vincente. Quello britannico è concentrato sullo studente; ti fa sentire una persona, non più un numero di matricola tra tanti: le tue opinioni contano e, se ben giustificate, tutte le idee sono valide.

D'altro canto però credo che lo studio vero e proprio proposto dalle università londinesi sia un po' superficiale. Sono convinta che il mio terribile esame di Latino in Statale a Milano mi abbia forgiato e formato più di ogni saggio scritto in questi ultimi due anni. E poi ci sono le difficoltà con l'inglese e con chi parla inglese: è frustrante non poter essere te stessa al cento percento—sopratutto quando si tratta di scrivere. All'inizio chiunque parlasse inglese, per come la vedevo, era più intelligente di me. Poi ho capito di avere cose interessanti da dire anche io, anche se non mi esprimo in modo brillante. Per molti professori cosa dici è più importante del come lo dici.

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