Lettera al padre che ha scritto la lettera sui compiti del figlio

Buongiorno Marino, sono io, l'estate. Sì, l'estate, quella stagione che lei ha usato come giustificazione per i compiti non fatti di suo figlio, ai quali ha sostituito attività per "insegnargli a vivere". Ho qualcosa da dirle.
16.9.16

La lettera del papà. Foto

via Facebook

Buongiorno Marino,

sono io, l'estate. Sì, l'estate, quella stagione che di solito a 13 anni si passa al mare a provarci con le ragazzine in squallide sale giochi o a bere Bacardi Breezer alle feste in spiaggia di fronte a un falò fatto bruciando elenchi telefonici. Si suona la canzone del sole alla chitarra, si mangiano gelati dai gusti improbabili in edizione limitata, si fanno interminabili partite di pallone sulla sabbia che coinvolgono tutti i bambini nel raggio di dieci chilometri e durano fin quando uno dei padri in porta non si ritira per il troppo sole. Ma c'è anche un momento della giornata—diciamo subito dopo pranzo e subito prima di scendere in spiaggia, quando comunque non hai niente di meglio da fare perché 1) fa troppo caldo e sei appesantito dal cibo e 2) le solite repliche dei soliti cartoni animati su Italia1 sono finite–in cui si fanno i compiti delle vacanze.

Ecco, a questo proposito. Ho sentito che quest'anno, come ogni anno, suo figlio Mattia non ha svolto i compiti delle vacanze. Non è colpa sua, ha 13 anni, nessuno fa i compiti delle vacanze di sua spontanea volontà a 13 anni. Non c'era nessuno che lo obbligasse a farli e forse sapeva che suo padre lo avrebbe giustificato con la maestra scrivendogli una lettera da portare in classe il primo giorno di scuola, una di quelle lettere aperte che diventano virali su Facebook perché sono vagamente poetiche e dicono quello che tutti vorrebbero sentire. "Lo fa tutti gli anni, lo farà anche quest'anno," deve aver pensato, "perché è convinto che i compiti estivi siano deleteri e dice di non aver mai visto un professionista serio portarsi il lavoro in vacanza."

A parte il fatto che per molti professionisti seri ormai lavorare durante le ferie è una triste realtà, anche se non lo fosse—come del resto sarebbe giusto—lo sarebbe per un motivo. E quel motivo purtroppo sarebbe che le ferie dei professionisti seri durano dieci giorni, si svolgono in posti tipo Senigallia o Polignano a Mare e per la maggior parte del tempo piove. Un contesto in cui portarsi il lavoro in vacanza diventa quasi un'ancora di salvezza. Ma questo non è il caso di Mattia, perché Mattia ha 13 anni e va ancora a scuola. E la scuola ti lascia tre mesi di vacanze. E in tre mesi di vacanze hai tutto il tempo per fare i compiti estivi.

Perché i compiti estivi non hanno uno scopo esclusivamente didattico. Servono piuttosto per insegnare agli studenti a organizzarsi, rispettare gli impegni, ritagliarsi un po' di tempo per fare il loro dovere in mezzo alle distrazioni ovvero le sfide a Dance Dance Revolution.

Lei ha preferito fargli "costruire la sua nuova scrivania" e aiutarlo "sponsorizzandolo e ascoltandolo" a studiare programmazione e elettronica, il suo interesse primario, in cui "ha effettuato notevoli progressi". Sono felice di sentirlo, perché è importante aiutare i figli a coltivare le proprie passioni. Riesco quasi a vederlo, in campeggio, seduto sul pavimento di una tenda canadese con un computer sulle ginocchia, intento a scrivere in C++ allo scopo di automatizzare la costruzione della sua nuova scrivania.

Ma gradirei che non utilizzasse l'estate—ovvero la sottoscritta—e la libertà e la gioventù come espedienti narrativi per giustificare un obbligo non rispettato. Per tutto il resto, ci sono le lauree all'università della strada da mettere sul curriculum che si manda per farsi assumere presso "Me stesso".

Comunque sia, sono a disposizione per eventuali colloqui,

l'estate.

Segui la nuova pagina Facebook di VICE Italia: