Pubblicità
Questo articolo è stato pubblicato più di cinque anni fa.
A9N1: Sangue al cervello

Ribelli di serie B

Una sconcertante indagine sui molteplici gruppi armati del Congo.

di Patrick McGuire
21 gennaio 2013, 9:48am


Un gruppo di poliziotti a Dungu in posa davanti alla nostra macchina fotografica.

Il primo giorno che passavo alle calcagna della missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo ho visitato un campo di transito nella città di Goma creato per accogliere i ribelli recentemente arresisi. La struttura è divisa secondo confini etnici e amministrativi, e c'è una semplice rete metallica a tenere separati i miliziani Hutu da quelli Tutsi, coinvolti in un reciproco spargimento di sangue, nel bush, ormai da decenni.

Insieme ai giovani, sottili combattenti pieni di cicatrici, nel campo c’era un gran numero di donne—“mogli del bush”, ci è stato detto—e i loro figli, tutti nati nella giungla. La maggior parte di queste donne sono schiave del sesso, e svolgono un doppio servizio, fungendo anche da domestiche obbligate a cucinare, rammendate e fare da facchini per i loro carcerieri. Già messo in guardia dalle mie balie delle Nazioni Unite, preoccupate dall’entità del mio approfondimento, ho chiesto al portavoce del campo, Sam, quanto avrei potuto avvicinarmi nel fare le foto. “Fai pure le tue foto,” mi ha risposto. “Una sola cosa, per favore, non fotografare i bambini.”

Goma è la capitale della provincia del Kivu Nord della Repubblica Democratica del Congo ed è situata in una delle zone peggiori del mondo, a livello geopolitico. A sud-est c’è il confine con il Ruanda, che consiste per lo più in montagne ricoperte da una fitta giungla, attraverso le quali, dopo il genocidio del 1994 in Ruanda, sono passate dozzine di miliziani Hutu, in fuga dalla pena per il ruolo che avevano esercitato nel massacro dei Tutsi. Nel corso del decennio successivo, questa migrazione di uomini in armi ha contribuito direttamente a una escalation delle tensioni etniche e settarie durante la Prima e la Seconda Guerra del Congo—in cui si stima siano morte cinque milioni di persone. Nel frattempo, la regione ugandese di West Nile, a nord-est di Goma, è servita da corridoio ai fanatici armati, di lingua acholi, come Joseph Kony e il suo Esercito di Resistenza del Signore (LRA)—reso tristemente famoso dal documentario virale KONY 2012 di Invisible Children—per superare il confine della Repubblica Democratica del Congo, dove si sono occupati di qualunque sorta di lavoro sporco, come raggruppare gli abitanti dei paesini nelle chiese per poi darle alle fiamme.


Ex-combattenti della FDLR, mogli del bush e i loro bambini sottoposti alla trafila per essere ammessi al campo di transito delle Nazioni Unite a Goma, nel Kivu Nord.

Se KONY 2012 ha suscitato un sacco di critiche per essersi concentrato su una fazione ribelle ormai fondamentalmente spenta, conflitti etnici continuano a scoppiare in tutto il Congo, anche se di natura diversa. Queste tensioni etniche stanno esasperando il clima già teso tra i gruppi locali per il controllo dell’industria estrattiva, illegale, di cassiterite, wolframite, coltan e altri minerali essenziali per fabbricare qualunque cosa, dagli smartphone agli airbag ai motori degli aerei. Risultato, si sono riaperte le ostilità tra stranieri, nativi Hutu e miliziani Tutsi.

Oltre allo LRA, ormai in crisi, il Congo ospita anche gruppi di lotta armata come il Mai Mai, il Raia Mutomboki, e le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR)—nomi che creano tutti tanto disorientamento quanto brivido la voce di Justin Bieber. Ma la più grande minaccia alla stabilità della regione potrebbe essere l’M23 (abbreviazione di Movimento del 23 marzo), un gruppo formato per lo più da Tutsi congolesi che hanno abbandonato l’esercito ad aprile, in risposta agli “alti livelli di corruzione” e all’“amministrazione disonesta” nel Paese. Da allora, quasi 250.000 persone sono state costrette a trasferirsi a causa delle violenze dell’M23—tra cui almeno 15 assassinii e 46 stupri (alcuni dei quali perpetrati, secondo l’Osservatorio per i Diritti Umani, su bambine di otto anni). Un tempo approdo per i rifugiati in fuga dal Ruanda e dalle sue tensioni etniche, il Congo è diventato un’altra nazione africana da cui molti vorrebbero scappare.

Il campo di Goma è indicativo dei disordini geopolitici del Congo. I combattenti che vi hanno trovato rifugio devono per prima cosa dichiarare la resa e consegnare le armi alle Nazioni Unite e o alle truppe governative, dopo di che vengono processati e trattenuti per 72 ore. Una parte degli abitanti del campo viene dal Ruanda, da cui sono scappati alla volta del Congo, dove si sono uniti a una milizia e sono diventati killer professionisti, e ora vogliono tornare in patria. Altri sono congolesi che hanno combattuto con le milizie locali Hutu o Tutsi, prima di arrendersi. C’è anche un contingente di contadini del Ruanda che si fingono ex-ribelli per scroccare un passaggio gratuito alle Nazioni Unite e tornare oltreconfine. Gli operatori delle Nazioni Unite forniscono loro vestiti e sandali in plastica di colori sgargianti. Per determinare il loro statuto e capire chi siano e da dove vengano, sono interrogati su questioni locali e sottoposti alla scansione delle impronte digitali e della retina. Il campo di transito è un elemento del programma studiato dalle Nazioni Unite per ritrasformare i ribelli in civili e reintegrarli nella società—o in quello che ne è rimasto.

“Molte di queste persone sono venute in Congo in cerca di nuove opportunità dopo il conflitto in Ruanda,” mi ha detto Sam. “Ma ora che la situazione qui sta degenerando vogliono tornare a casa.”


Testimoni e sopravvissuti alle atrocità perpetrate dallo LRA a Dungu.

Ci sono varie ONG e agenzie governative attive in Congo, e sono tutte in bilico sulla sottile linea tra fare danni e fare del bene. Tra di esse la più importante è la MONUSCO—la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo. La MONUSCO è stata istituita due anni fa, quando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso che era necessaria una soluzione militare per stabilizzare il Paese dopo la Seconda Guerra del Congo. Il corpo comprende “un massimo di 19.815 militari attivi, 760 osservatori militari, 391 ufficiali di polizia, e 1.050 membri di unità di polizia con addestramento specifico.”

Oltre a gestire i dissidenti interni, la MONUSCO ha dovuto fare i conti con tutti i gruppi stranieri che hanno piantato le tende nelle remote zone rurali del Paese. La divisione della MONUSCO per il Disarmo, la Smobilitazione, il Rimpatrio e il Reintegro (abbreviata in DDR) mira a “spingere tutti i gruppi armati stranieri illegali e i loro affiliati a rimpatriare volontariamente dalla Repubblica Democratica del Congo ai rispettivi Paesi d’origine.” Non è impresa facile, per una squadra con la metà degli effettivi della polizia di New York, controllare un’area grande quanto l’Europa Occidentale, un luogo senza alcuna infrastruttura dove chiunque può comprare un Kalashnikov carico pagandolo quanto una gallina.

Lavorando in sintonia con capi tribali, anziani e capi delle comunità, la divisione per il Disarmo mette in campo manovre psicologiche studiate per incoraggiare i soldati a disertare le milizie. Questi messaggi arrivano a destinazione via radio e tramite volantini lanciati da aerei nelle zone di combattimento, che spiegano ai combattenti, descrivendolo in strisce a fumetti, come lasciare la giungla e rientrare nella civiltà.

Nel frattempo, la battaglia tra l’M23 e le truppe governative si è inasprita al punto che la MONUSCO ha dovuto dirottare lì truppe e risorse di cui ci sarebbe stato disperato bisogno in altre parti del Paese per dare al Governo una chance nella lotta. Questo spostamento, a sua volta, ha creato un vuoto nelle misure di sicurezza, che molti gruppi armati locali si sono affrettati a riempire, riavviando il ciclo dei vecchi conflitti tribali che non si erano comunque mai estinti. Ad esempio, la FDLR, a maggioranza Hutu, sta organizzando attacchi in combutta con un altro gruppo armato, il Nyatura, contro villaggi presunti simpatizzanti dei Tutsi. Raia Mutomboki, una milizia composta di Tutsi congolesi, sostiene di proteggere la popolazione dagli attacchi degli Hutu, il che, per loro, consiste nel massacrare gli Hutu. A complicare ulteriormente le cose, si è diffusa la convinzione che l’M23 stia ricevendo aiuti dal governo del Ruanda.

Mentre Sam mi portava in giro per la sezione del campo profughi assegnata ai membri del M23, mi si è chiarito che nessuno della MONUSCO volesse parlare dell’ambiguo scontro a tre fronti che infuriava tra i Tutsi separatisti dell’M23, la MONUSCO e le FRDC (il nome ufficiale dell’esercito regolare). Comunque, erano più che disposti a discutere di altri gruppi armati meno attivi nell’immediato, come Joseph Kony e i suoi combattenti dello LRA—l’importante era che non si trattasse dei ribelli che stavano proprio di fianco a me.


Un ex bambino-soldato di Bangadi: rapito a 14 anni, ha passato tre anni sotto la custodia dello LRA.

Ian, il mio contatto alla MONUSCO, ha la corporatura, il linguaggio e l’atteggiamento di un poliziotto, di un soldato, o quantomeno di qualcuno che abbia sempre voluto essere in una posizione di autorità che gli permetta anche di avere una pistola.

“Avevo capito che volessi occuparti di documentare gli sforzi della DDR di avvicinarsi ai combattenti,” mi ha detto Ian sulla terrazza affacciata sul lago del ristorante del mio albergo. Quando gli ho chiesto del M23, si è irritato. “Qui a Goma siamo alle prese con il M23 e con la FDLR, soprattutto. Ma ti sia ben chiaro: le Nazioni Unite non rilasciano dichiarazioni sulla situazione del M23 a Goma. Capito?”

La segretezza, ho scoperto successivamente, era dovuta alla paura di un incombente attacco del M23. In seguito, alcuni funzionari delle Nazioni Unite mi hanno detto che il M23, guidato da Bosco Ntaganda (affettuosamente soprannominato dai suoi uomini “Terminator”), si trovava allora a 40 chilometri circa da Goma. Ma secondo le voci che correvano nella zona, gli operatori delle ONG, i soldati e le milizie private, i ribelli stavano già “nel bush”, a meno di 10 chilometri dalla città. Un pomeriggio, mentre viaggiavo su un veicolo trasporto truppe con un distaccamento di soldati uruguaiani, ho capito che invece di prepararci a uscire nella giungla, come mi aspettavo, stavamo sorvegliando i quartieri più poveri di Goma, oltre a centrali elettriche, piste di atterraggio, e incroci stradali—i punti più probabili per un attacco di guerriglieri ribelli. Le truppe della MONUSCO, sembrava, si stavano preparando non per uno scontro nella giungla ma per un potenziale attacco del M23 a Goma.

Anche se il M23 ha superato il LRA in termini di notorietà in Congo, l’eredità di Joseph Kony continua a tormentare il Paese—e i suoi soldati, in qualche modo, sono ancora attivi. Dopo aver visitato il campo di Goma, ho preso un aereo diretto nell’avamposto rurale di Dungu, in cui nel 2008 il LRA ha perpetuato un tremendo massacro programmatico, non con i soliti AK-47 e lanciarazzi, ma piuttosto con machete e mazze.

Ho incontrato un ragazzo che testimoniava i risultati del loro operato—le sue due sorelle maggiori erano tra le vittime.

Più tardi ho preso un elicottero per Bangadi, una cittadina ancora più isolata vicina al confine con il Sudan del Sud. Ho quasi subito trovato le prove dell’attività dello LRA nella zona. Innanzitutto, ho parlato con un ragazzino che, dopo essere stato sequestrato e costretto a passare tre anni nel bush, una notte è scappato ed è riuscito a tornare a casa. Altri uomini ci hanno portati in un luogo fitto di erba alta fino alle spalle in cui i miliziani dello LRA hanno massacrato gli abitanti del villaggio. Poi sono stato portato al centro del villaggio, lungo la strada, dove un mucchio di ossa e vestiti bruciati segnava il luogo in cui i residenti di Bangadi si erano vendicati dei combattenti dello LRA che avevano catturato.

Quando abbiamo chiesto agli abitanti perché i morti dello LRA non fissero stati seppelliti, il capo-villaggio ha chiuso la questione con un gesto della mano e si è allontanato. Il mio contatto si è avvicinato, per non offendere i nostri ospiti, e ha detto “Credono che se sotterrano le loro ossa nel suolo, i morti lo infesteranno.”

La mattina dopo ci siamo svegliati prima dell’alba per farci dare un passaggio da un convoglio militare congiunto diretto in una zona ancora oppressa dall’LRA. Sotto il comando di un belga di nome Leo, il convoglio includeva elementi dell’FRDC, truppe di altri Paesi africani, e un’unità delle Forze Speciali dal Comando Africa degli Stati Uniti. Appena entrati in zona operativa, abbiamo visto i soldati americani togliere dalle uniformi bandiere e mostrine applicate con il velcro. L’ufficiale al comando—un biondo aggressivo del Sud Dakota—ha notato la mia macchina fotografica e si è premurato di informarmi che il Comando Africa ha una severa politica “no media”.

Più tardi quella sera, a un toga party organizzato dalla sezione di Dungu di Medici Senza Frontiere, il tipo del Sud Dakota mi ha detto che secondo lui molte persone nella zona stavano ingigantendo la situazione. “Devi prendere tutto con le pinze,” ha detto di fronte alla sua unica birra della serata. “Ti diranno tutti ‘Prima dello LRA avevo un gregge di 400 capre.’ Amico! No, non ce l’avevi! Sei affamato perché sei pigro e non hai coltivato abbastanza.”

Durante il pattugliamento avevamo convinto i soldati a lasciarci a Duru, un villaggio violentemente colpito dall’offensiva dello LRA del 2008 a Dungu. È anche il luogo, secondo le voci che girano nella zona, in cui un piccolo gruppo di combattenti ha recentemente attaccato alcune fattorie. Una volta lì, abbiamo incontrato diversi testimoni delle atrocità, tra cui un uomo di nome Martin che era stato rapito dallo LRA ed è fuggito solo un paio di giorni prima del mio arrivo.

Martin, cacciatore dei paraggi, mi ha raccontato che stava accompagnando il figlio adolescente nel bush intorno al villaggio quando hanno incontrato due uomini in uniforme dell’FRDC. Credendoli membri dell’esercito regolare di stanza nella zona, non ha esitato quando hanno fatto segno a lui e al suo ragazzo di avvicinarsi per vedere che cosa stessero facendo.

Solo quando ha notato le loro uniformi spaiate ha capito che qualcosa non andava. Fingendosi soldati, i membri dello LRA hanno costretto Martin e suo figlio a caricarsi in spalla parte dell’equipaggiamento aggiuntivo che avevano, e li hanno fatti marciare in cerchi concentrici nel bush, per confonderli.

Essendo un cacciatore proprio di quella zona, Martin cono- sceva ogni albero e ogni canale, il che significava che sapeva anche che non si erano minimamente allontanati. È stato allora che ha elaborato un piano di fuga.


“Jean- Baptiste” (non è il suo vero nome) è stato testimone dell’assassinio di entrambe le sue sorelle, uccise dallo LRA a Dungu.

Quando è scesa la sera, quelli dello LRA si sono stufati di arrancare nella giungla e hanno iniziato a lamentarsi delle limitate scorte di cibo. Martin ha suggerito che i suoi sequestratori avrebbero potuto lasciargli cercare qualche bestia, tipo un’antilope, o quantomeno della “carne del bush” (scimmia). I banditi hanno restituito a Martin l’arma che gli avevano sottratto, un’arma a grosso calibro di produzione locale conosciuta come “Doppio Zero,” e si sono accordati perché il figlio di Martin rimanesse con loro, nel frattempo. Sapendo che i suoi sequestratori, ugandesi che parlavano acholi, avevano una limitata se non nulla conoscenza degli idiomi della regione, Martin ha sussurrato a suo figlio, “Sparerò una volta per ingannarli. Quando senti il secondo sparo, devi correre.”

Martin si è aggirato attorno al loro accampamento a distanza di sicurezza e ha aspettato che la luna sorgesse. Dopo che il suo primo sparo è risuonato nel cielo notturno, gli uomini dello LRA, cullati da una illusoria rassicurazione, hanno messo giù le armi e sono andati a dormire. Al secondo sparo, il figlio di Martin è fuggito e i due sono tornati al villaggio.

Nell’ora seguente, mentre continuavamo a riempire i residenti di Duru di scadenti sigarette congolesi per convincerli a lasciarsi intervistare, ci siamo fatti un’idea di come il recente moltiplicarsi di milizie che combattono nel Paese abbia toccato profondamente il LRA. Con l’emergere di altri gruppi armati, le truppe di Kony sono state prosciugate, costrette a fronteggiare sia i civili che le altre bande armate per l’accesso alle scarse risorse del Paese. Operano in gruppi di tre o di cinque persone, dislocati in un’area grande circa due volte la Francia, non hanno mezzi di comunicazione, le loro scorte di munizioni sono limitate e per lo più attaccano i villaggi in cerca di cibo. La prima domanda che fanno alle loro vittime solitamente riguarda la reperibilità di mais, capre o polli.

Abbiamo chiesto a Martin se, mentre era sotto le grinfie dello LRA, ha visto qualcuno dei volantini che la missione dell’ONU lancia nella giungla, come manovra psicologica, o se ha sentito qualche trasmissione radio che invitava alla diserzione. I suoi occhi si sono illuminati. “Sì. Avevano molti volantini. Li usavano per il fuoco.”

“Hanno parlato dei volantini?” ha chiesto un uomo delle Nazioni Unite che ci aveva accompagnati durante il viaggio, curioso di sapere la risposta dei banditi alla propaganda studiata per privarli dei loro membri.

“Sì,” ci ha detto Martin. “Hanno detto, ‘Dite loro che non usciremo mai dal bush.’”

Ricordando il mucchio di vestiti e ossa bruciate abbandonato sulla strada di Bangadi, potevo capire perché.