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A Parma i salotti negli appartamenti sono meglio dei club

I party super privati di Apartment, nei salotti barocchi di Parma, funzionano meglio dei club. Ce lo siamo fatti spiegare da Guido Canali.
3.12.14

A Parma, per caso, due ragazzi si ritrovano in un baretto del centro a bersi una birra. Al piano di sopra i proprietari di quel bar, stanno organizzando una serie di concertini jazz, così decidono di fare un sopralluogo: si tratta di un vero e proprio appartamento, un salotto barocco, elegante e borghese. Sono incantati dallo spazio, piccolissimo, capiente giusto per un centinaio di persone e decidono di avviare un passaparola che si propaga e in segreto si presentano molte più persone di quante mai si aspettassero. Da qui scatta la tradizione di Apartment: un party super privato con limitazioni d’accesso e orari (si fa festa prima per andare a casa prima) che permettono un’alta qualità di suono che li contraddistingue nella provincia parmigiana.

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I resident nel frattempo diventano molto conosciuti e si espandono all’estero e negli ultimi anni diventano un’istituzione, ottenendo anche l’attenzione di media esteri che ne esportano la situazione. Anche quest’anno Apartment è tornato e inserisce una novità in programmazione: Hillness - YesterdaY, un evento privato su invito cartaceo, come si faceva una volta quando si organizzavano i “ricevimenti” nei salotti borghesi.
Hillness è un collettivo, concepito e ideato da Guido Canali e Lorenzo Buso, due creativi che si dividono tra progetti culturali europei e lavori musicali autoprodotti. All’interno del piccolo salotto nel cuore di Parma metteranno per due volte al mese le loro basi. Abbiamo chiesto a Guido di darci le linee guida sul nuovo progetto di Hillness, YesterdaY:

Noisey: Ciao Guido. Partiamo dai punti cardinali per riordinarci le idee. Dove?
Guido: In una piccola stanza nel centro di Parma Quando?
Due volte al mese, la prima volta in forma assolutamente privata
Con chi?
Col mio socio in tutti i miei progetti, Lorenzo e l'aiuto di amici esterni alla realtà parmigiana Perché?
Per creare più armonia tra noi e il pubblico e avere libertà derivante dall'ingresso gratuito e dal numero limitato di persone che possono partecipare

Ok. Ora che abbiamo finito con l’Indovina Chi, vorremmo conoscerti meglio. Da quanto fai questo lavoro?
Ho iniziato un po' per gioco, e in parte lo rimane: non lo vedo come un lavoro ma come uno scambio. È iniziato quasi un anno fa in occasione del compleanno mio e del mio “socio”-amico, dopo avere guardato da fuori come lavoravano nelle città più grandi. Col tempo abbiamo preso coscienza che nella nostra città dopo anni di buio per la nostra generazione stavano iniziando a nascere realtà che nascondevano quel torpore musicale che col tempo era diventato insostenibile, bastava andare nelle altre città lontane pochi chilometri da Parma per rendersi conto che anche da noi si poteva fare di più. L'abbiamo capito tutti insieme, nel giro di pochi mesi le cose stavano cambiando perché da un iniziale senso di diffidenza tra tutti quelli che provavano a portare novità nel settore, non solo elettronico, si è creata un'atmosfera molto più collaborativa tra tutti. Nel giro di pochi mesi, anche dopo errori madornali che ci hanno fatto rivedere i nostri limiti dovuti alla pochissima esperienza, abbiamo creato progetti diversi con una struttura più solida. Da questo atteggiamento collaborativo, nel nostro caso con Beat To Be, nascono progetti come la rassegna mensile dedicata ai live di artisti che fanno elettronica italiana, Altair, che ci sta dando enormi soddisfazioni, o come Sonabit che invece si preoccupa di portare artisti di caratura internazionale in maniera sporadica (Gesaffelstein, Theo Parrish, ecc.).
Per condire questi progetti in collaborazione con altre realtà noi ci muoviamo anche autonomamente con appuntamenti bimestrali sempre gratuiti per poter dare una struttura continuativa al nostro lavoro e avere un approccio più caldo col pubblico. È il caso di YesterdaY.
Non sono ancora pronto per sostenere che si sta andando in una direzione definitivamente di “teamwork”, bonario perché comunque provinciale, ma i presupposti sono buoni e le mie porte sono aperte a tutti, non solo a Parma.

Quanto pensi che conti ora la figura del promoter?
Anticipo che questa è una lettura esterna della cosa perché non mi sento di definirmi tale. La figura del promoter per tanti ha un alone di mistero, non viene visto come un vero e proprio lavoro, ma più come un hobby di alcuni pazzoidi che vogliono sballarsi con la gente alle loro serate. È così solo in Italia perché solo in Italia la questione non è istituzionalizzata, non passa mai da chi gestisce la cosa pubblica ma sempre attraverso dei privati che della musica, spesso, se ne fottono. Bisognerebbe fare un'analisi più approfondita della realtà. Al momento le chiavi le hanno i locali, che ovviamente pensano ad un guadagno facile ed immediato, come delle vere e proprie imprese: è normale che sia così e non mi sento di dare la colpa ai locali per la situazione in cui siamo. Un promoter non può pensare solo ai numeri, deve aver la libertà di pensare prima al prodotto che offre. L'unica forma di sviluppo possibile ora la vedo in un avvicinamento ed un appoggio delle istituzioni ai bisogni di chi fa questo lavoro, agli artisti, al pubblico, mettendo a disposizione spazi e fondi facilmente accessibili e controllando a puntino il lavoro che viene svolto con queste risorse. In questa maniera il costo per il pubblico diminuisce, l'affluenza aumenta e la cultura si fa spazio, facendo crescere tutti insieme e creando una concorrenza sana. La storia insegna che in un momento di crisi, ripartire da una solida base culturale crea benessere anche economico. Questo meccanismo si viene a creare solo con una forte collaborazione di tutte le forze in campo: pubblico, promoter, artisti, locali, istituzioni. Al momento non vedo una volontà reale, da parte di nessuno, ma ho ancora 21 anni e tanto tempo da aspettare.

Quanta ricerca fai prima di strutturare il lavoro?
Per il momento non mi sento di dire che è il mio lavoro perché sarei scortese con chi davvero può ritenersi un professionista. La ricerca musicale è ovviamente una priorità. Credo però che la vera ricerca sia andare ad imparare dalle realtà già consolidate come si porta avanti un discorso come quello che stiamo provando a sviluppare noi in maniera sicuramente ridotta rispetto ad esse. Mi spiego meglio: vivendo a Milano e frequentando abbastanza assiduamente anche le iniziative torinesi, oltre a stare a stretto contatto con veri esperti del settore da cui poter prendere spunti meramente organizzativi, si prendono anche spunti propriamente artistici. Viene da sé, imparando dagli altri, crearsi poi un proprio background che ti dia la possibilità di approfondire un tuo gusto personale. La musica è anche e soprattutto scambio, e con la quantità di roba che esce tutti i giorni, è quasi obbligatorio proporsi gli uni con gli altri possibili ascolti. La mia ricerca, rispetto a ciò che mi fanno scoprire le altre persone, è quindi una piccola goccia in un oceano. E sarà sempre così: crescendo capisci che davvero è un ambiente in cui si impara qualcosa da tutti e questo senso di comunità è uno dei fattori che mi spinge a continuare in ciò che sto facendo.

Qual è la tua meta?
Contribuire a creare maggiore consapevolezza nella mia città, che non significa plagiare o mettersi su un piano superiore rispetto al pubblico come può sembrare da una visione esterna e superficiale. “Creare maggiore consapevolezza” parte dalla creazione di opportunità che possano scatenare nelle persone curiosità. La musica è l'unica arte con cui tutti quotidianamente abbiamo un approccio, più o meno profondo, ed è quindi lo strumento più facile per creare stimoli. Nel momento in cui il pubblico sa cosa sta andando ad ascoltare lo scambio diventa più importante ed arricchisce tutti. L'obiettivo è quello di avere un pubblico attivo che metta alla prova l'artista e non passivo, che prende per bello o per brutto a prescindere la performance perché siamo noi o chi li circonda a dirglielo e a convincerli di questo. Nasce tutto da un forte senso di disillusione generale e quindi voglia di creare stimoli che possano dare una forma di divertimento ed intrattenimento più pura. So di avere una visione molto romantica della cosa, ma credo fortemente in tutti i concetti, forse ingenui, forse a tratti banali, ma sinceri, che ho espresso.

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