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Not Waving: quello che non vuoi

Questo è Not Waving che ci parla di Diagonal, Abruzzo, punk e di quanto è brutto andare in giro tutti vestiti di nero.

di Sonia Garcia
08 febbraio 2016, 9:00am

Questi siamo io e Alessio Natalizia/Not Waving, in un qualsiasi pomeriggio di metà gennaio 2016, che ci sorridiamo disinvolti alle camere dei nostri computer, dopo aver parlato qualcosa come due ore e passa su Skype. L'intervista è stata procrastinata per tipo un mese e forse queste sono state le conseguenze. Abbiamo interrotto perché lui doveva scegliere i dischi per Melon Magic, programma su NTS dell'amico e socio Oscar Powell, tutto a tema Not Waving e Animals, suo LP di esordio per Diagonal. LP che mi era stato spedito quella mattina e che ha fatto piazza pulita dei miei neuroni in un istante. Lo fa tutt'ora e l'aveva fatto in passato, visto che molte tracce tra cui i bangeroni da arresto come "24", "Get Serious", "I Know I Know I Know", le ha continuate a suonare nei live, ma ha comunque poco significato ormai. Il danno è irreversibile.

Noisey Mix: Not Waving by Noisey Italia on Mixcloud

Ho iniziato a sentire parlare di lui quasi un anno fa, quando ancora usciva per la sua di etichetta, Ecstatic, con sede a Londra, anche se poi ho capito che in quel periodo Animals era già bello pronto. Da allora, e in particolare da dopo che ci ha preparato il mix qua sopra, che per qualche ridicolo motivo è passato abbastanza inosservato, la mia fissa è diventata assoluta e le due/tre persone con cui sono più in contatto nel quotidiano possono confermare. Mi fermo qui perché ciò che segue è già molto sostanzioso e allungare sarebbe un peccato.

Noisey: Madonna non ci credo che stiamo riuscendo a parlare.

Alessio: Sì. Non so perché ci abbiamo messo così tanto. Tra l'altro sono di una noia mortale nelle interviste...

Quanto ve la menate a Diagonal? Pure senza Facebook siete...
Ahah in realtà eravamo tutti contro Facebook! Anche io adesso mi pento di averlo fatto così in ritardo, avrei dovuto farlo quattro anni fa.

Eh sì, la tua pagina Not Waving c'è da molto poco.
Sì, da tre mesi circa.

Ai tempi del mix non ce l'avevi.
Esatto. Una cazzata. Il progetto esiste da tre anni, avrei dovuto farla ai tempi. Adesso collezionare i fan è difficilissimo, poi sembri uno sfigato che ne hai solo seicento...

Ma no, mi pare tu ne abbia un po' di più no?
Ok mille fan, ma c'è gente che ne ha ventimila.

Vabe', se vuoi essere Gué Pequeno...
Sarebbe un po' più healthy averne tremila, dai. Il paradosso è che siamo di base tutti contro Facebook.

Giusto. Passiamo alle domande serie. Cosa fai a Londra?
Mah, io sono un pezzente... [Ride] Faccio solo musica, non sempre a nome Not Waving. Colonne sonore, pubblicità, roba per la BBC. Ho anche un'etichetta, Ecstatic, da cui escono fuori un po' di soldi, che aiutano alla fine dell'anno. Tendenzialmente vivo di questo.

Raccontami di Ecstatic.
È l'etichetta che ho aperto con Sam, il ragazzo che suonava con me nei Walls. Abbiamo cominciato che eravamo dentro Kompakt, etichetta techno storica tedesca. Saranno tre anni, bo. Da quest'anno però ci sto lavorando di più, specie su Boomkat.

E da quanto stai lì?
Dieci anni ormai credo. No, otto anni... sette. Tra sette e i dieci. [Ride] Non mi ricordo bene! Sono anni che dico sette anni, però forse ne sono passati alcuni nel mentre. Ora mi sa che devo dire una decina, ma la verità è che non lo so.

Giusto così. Prima dov'eri?
Sono nato a Vasto, in Abruzzo, una ridente città sulla costa adriatica parallela a Roma e baciata dal mare. Bellissima, però due coglioni. Sono andato via da lì quando avevo diciotto anni, e ho fatto l'università a Urbino. Lì ho toccato fondi di depressione mai raggiunti nella vita.


"Epic Abruzzo."

Ottimo.
Poi mi sono spostato ancora e ho finito gli studi a Torino, psicologia. È stato là che ho cominciato a suonare. Venivo dal punk hc, facevo fanzine... ero un ragazzino della seconda generazione punk in Italia, quindi fine anni Novanta.

Cosa ascoltavi all'epoca?
Per un periodo ho ascoltato roba agghiacciante, tipo punk melodico alla NOFX. Poi mi ricordo che a Vasto c'era il famosissimo punk, l'unico della città. Una figura mitologica, con la cresta e tutto. Avevo degli amici in comune con lui e ho detto loro che l'avrei voluto conoscere. Si chiamava Gianmichele Capobello. Ho insistito tanto e alla fine l'ho conosciuto. Era bello perché era punk solo di estetica, in realtà era la persona più dolce del mondo e mi ha finalmente introdotto a roba più seria. Avrò avuto sedici-diciassette anni. Ramones, Descendents, Minor Threat, Fugazi sono tutte cose che poi mi sono portato dietro negli anni. Tutta la roba di Washington, poi quella touch 'n' go e post-rock di Chicago, tipo Shellac, Rapeman etc. In quegli anni era quello che andava. Poi con un amico, Jacopo, che adesso sta a Torino, avevamo questa fanzine con cui distribuivamo altre etichette americane in Italia. Roba da numeri piccoli, quindici-venti copie, sempre hardcore o screamo. Questo mio amico aveva il gruppo che si chiamava Encore Fou, in cui cantava. Sempre con lui ho cominciato un altro gruppo, i Disco Drive, e lì siamo passati a una fase più elettronica. In realtà è stato annoverato tra i fenomeni punk-funk che non ho mai sopportato, tipo LCD Soundsystem. Erano gli anni di Myspace, avrò avuto ventisei-ventisette anni. Quando questo periodo è finito, mi sono trasferito a Londra, 2007 circa. I Disco Drive sono stati la mia lezione di vita. Abbiamo fatto una marea di concerti. Una roba come quattrocento.

Aspetta ma per caso siete venuti anche ad Arezzo?
Sì può darsi. Abbiamo suonato in un posto di merda tra l'altro... e ti dirò di più è stata l'ultima data che abbiamo mai fatto. [Ride]

Crepo... mi ricordo il vostro nome su flyer di eventi dell'epoca. Sono di lì e potrei pure avercene uno ancora a casa...
Eh sì, erano gli anni in cui MTV spingeva un sacco di gruppi indie italiani, e c'era molta visibilità. Il gruppo è finito prima di tutto perché sono venuto a Londra, poi perché non c'era più niente da fare. Avremmo dovuto continuare a spostarci in posti a caso come quello di Arezzo? Ricordo che ero già a Londra e sono dovuto tornare apposta per fare queste ultime tre date, ma è stato una delusione. Ma poi soprattutto cantavamo in inglese e tutte le etichette ci dicevano che era meglio l'italiano... depressione totale. Quel periodo però è stato fico, perché abbiamo viaggiato tantissimo, ci saremo fatti come ti dicevo tre o quattrocento concerti in giro per l'Europa. Poi su un furgone... super punk. Non a caso abbiamo cominciato suonando in posti come il Paso di Torino, al Cox di Milano. Poi ovviamente abbiamo perso fan perché non eravamo più punk. In Italia le persone storcono il naso molto più facilmente che altrove.

Ah in Inghilterra non è così?
Per niente. L'ho imparato stando molto a contatto con gli inglesi. Sono molto più positivi, ecco, invece noi siamo super negativi. Abbiamo poco e ce lo vogliamo tenere per noi. In Inghilterra hanno tanto ma proprio perché lo vogliono condividere.

Mmh, capisco. Lo vedo bene in Diagonal, questo discorso. Ciò che fanno non è niente di introspettivo o crucciato.
Umorismo quasi. Proprio per questo sono contento di essermi messo in contatto con loro e di aver fatto uscire questo disco insieme. È proprio quello che volevo fare: musica inascoltabile ma con un'attitudine pop. Non è musica che può arrivare in classifica, però secondo me qui conta il modo in cui ci si può lavorare, a livello di estetica e di senso di umorismo, e ricondursi quindi a un'attitudine vicina a quella punk. Questo manca molto in Italia, ma anche qui, quando si tratta di scene musicali particolarmente fossilizzate su loro stesse. Parlo di quella hc, ma ora che ci penso vale un po' per tutte. Se vai a Corsica Studios il venerdì sera è sempre lo stesso scenario: tutti vestiti di nero, tutti presi male, tutti che ballano annientatissimi. Il posto è anche figo, ma se poi analizzi è un cliché vivente. Uguale l'Atonal. Il pubblico era sempre lo stesso, immutabile.

Sono d'accordo. La prima sera infatti per trovare il posto abbiamo seguito fuori dalla metro la massa di individui vestiti di nero, che tanto erano diretti là.
[Ride]. Il nuovo gioco con Diagonal infatti ora è metterci un colore addosso, ognuno uno diverso. Io adesso sono rosso, Oscar giallo, Jamie arancione, Russell bianco. Così quando arriviamo a Café OTO, siamo belli colorati.

Bellissimo.
È un modo per non prendersi troppo sul serio. Odio la gente che lo fa. Anche come artista, non lo sopporto.

Ma torniamo a te che ti trasferisci a Londra. Che è successo dopo?
Sono andato in depressione totale.

Ottimo.
Allora, in realtà sono venuto qui perché ci viveva la mia ragazza. A Torino non volevo più suonare, e dell'università non mi fregava più niente. Non avevo più una direzione. Visto che la mia ragazza era di qui, ho deciso di trasferirmi, tanto non avevo programmi. Fino ad allora di musica mia non ne avevo mai fatta, anche se nel gruppo ero quasi sempre più o meno quello più attivo. Leader sarebbe esagerato, ma creativo sì, anche se come termine mi ha sempre fatto cacare. Una volta a Londra allora è finita che ovviamente mi sono messo a fare musica da solo, ed è stato bellissimo. Ero estasiato.

Ti sei procurato i tuoi primi strumenti?
No, in realtà ho comprato il mio primo computer. Considera che sono di una generazione cresciuta senza Internet e senza computer. Adesso sembra strano da dire, ma in quegli anni cominciavano tutti a fare musica col computer, la rivoluzione di Garageband, e io ero in quella fase lì. Sono andato in pazzia totale. Era bellissimo, non dovevo spiegare niente a nessuno, potevi fare tutto quello che volevi, come lo volevi. Non c'erano filtri ulteriori alle tue idee personali. Anche a livello emotivo è molto più gratificante.

In effetti però non era il mio computer, ma quello della mia ragazza. Io non avevo proprio una lira. Poi ho cominciato a fare dei lavoretti a caso in giro per Londra. Quel mio primo progetto si chiamava Banjo Or Freakout, nome agghiacciante. È venuto fuori dal nulla e tramite Myspace ha cominciato a interessare a un po' di gente, tra etichette indie inglesi e non. Ho iniziato a suonare in giro con questo progetto, un po' come con il gruppo, solo che ero da solo, e qui poi mi ricollegherò a Not Waving. Mi cagavo addosso per questa cosa, ero letteralmente terrorizzato dall'idea di andare sul palco da solo. Per i primi live facevo venire dei miei amici da Torino a supportarmi... [Ride]. Ero così terrorizzato che pagavo loro il volo apposta.

Davvero?? Incredibile.
Sì. Erano gli anni dell'indie rock esagerato, e le mie robe erano state classificate come ambient-shoegaze. Non ho mai ascoltato niente di tuttò ciò in vita mia, ma proprio mai. Intendo i My Bloody Valentine e gente così. Secondo me tutto questo è stato perché col computer, visto che non lo sapevo usare, ci mettevo una marea di riverbero che faceva diventare tutto shoegaze.

Mi sembra giusto. Perché tutto questo si deve ricollegare a Not Waving?
Si ricollega perché dopo Banjo Or Freakout, casualmente ho cominciato un altro progetto chiamato Walls, con un altro ragazzo che si chiama Sam, alla fine del quale è nato Not Waving. Sia come Banjo Or Freakout che come Walls ho fatto tour in Europa e America, assieme ai Battles quando ero nei Walls. Sempre una cosa da furgone eh.

Cavolo ti sei girato il pianeta grazie alla musica.
Sì, altro che università. Mi fa piacere comunque vedere che tanti artisti stanno uscendo più dall'Italia, forse anche perché là non si trova un cazzo. Se vuoi potremmo parlare anche della condizione di italiano che lavora in Inghilterra.

Prego.
In Inghilterra sono figo perché vengo dall'Italia, e in Italia sono figo perché lavoro in Inghilterra. In Italia è così, sono fighi solo quelli che vengono da fuori. Vedo una sorta di razzismo/classismo musicale, ma non solo. Adesso non so, non compro riviste da un bel po' ma ogni tanto quando mi capita ne sfoglio alcune e trovo la sezione italiani e la sezione stranieri. Secondo me è fuori di testa. Oppure quando qualcuno scrive "Furtherset è uno dei miei artisti italiani preferiti". Perché devi specificare italiano? Non si può indicare solo "artista"?

Credo sia solo per specificare la provenienza geografica comune, non ci ho mai letto niente di discriminatorio.
Sì ho capito, ma se prendi Silent Servant ne parli come "uno dei tuoi artisti preferiti". Nessuno in Italia lo chiamerebbe "uno dei miei artisti CALIFORNIANI preferiti."

È vero. Non avevo mai ragionato in questi termini, ma ha senso quello che dici. Come se si volesse accomunare per forza personaggi magari diversissimi e con pochi punti di contatto tra loro—ma magari anche con il territorio italiano—solo per la loro nazionalità.
Non è una polemica la mia, solo una considerazione. Stando fuori te ne rendi conto di più. È strana come sensazione. Magari qui nel mio caso, quando parlano di me, specificano che sono italiano non come valore aggiunto ma come ulteriore descrizione del personaggio. In Italia sembra inteso invece come limitazione, non so come spiegare. Adesso ci sono un sacco di italiani qui a Londra, molti più di quando mi sono trasferito io, e mi fa super piacere.

Riprendiamo la storia però adesso.
Ero arrivato ai Walls. Il progetto è andato anche abbastana bene, nel senso, riuscivo a viverci. A livello di vendite e soprattutto di concerti stava andando bene. È diventato anzi più grande di quello che avevo in mente. Era nato come un semplice progetto parallelo da fare con questo ragazzo, che infatti era carichissimo. Facevamo techno, ambient etc. Ma non ero carico quanto lui, e infatti credo sia stato il mio primo progetto in cui non ero io la mente. Il primo disco è stato un fifty fifty, gli altri sempre meno. Abbiamo fatto tre dischi in totale, due per Kompact e l'ultimo per Ecstatic, la nostra etichetta.


"Con Ecstatic ho fatto varie ristampe di gruppi coldwave italiani, ma anche artisti singoli come Daniele Ciullini, a cui abbiamo ristampato la cassetta Domestic Exile. Mi hanno aiutato anche Roberto Campo e Andrea Pomini. A febbraio esce questo duo di fratelli, si chiamano The Tapes."

Dopo aver fatto uscire i dischi insomma, io ero a terra, delusissimo dal mondo della techno, del clubbing, cliché su cliché. Sentivo proprio di fare delle robe che non mi appartenevano. Ci ho messo un bel po', perché poi sono uno che ci mette un sacco di tempo per prendere le decisioni. Come quando devi lasciare il tuo ragazzo o la tua ragazza, trascini tutto in eterno ed è la cosa più sbagliata del mondo. Alla fine insomma mi sono deciso a chiudere con Walls, e ho cominciato Not Waving. Questa transizione per me è stata come il mio primo arrivo a Londra, per quello mi ricollego al discorso di prima. Ero tornato a fare le cose da solo, però questa volta ero pronto, mentre sei-sette anni prima ero assolutamente perso nel nulla. Ancora adesso mi esalta un casino suonare e viaggiare da solo, fare tutte le mie cose come Not Waving, non vorrei mai più dover condividere niente con nessuno [Ride]. Mi serviva proprio fare le cose per me.

Da dove viene il nome?
Allora sono due i motivi. Il primo è che è il titolo di un pezzo dei This Heat, che è il mio gruppo preferito della vita. C'era questa traccia, "24 Track Loop", che è praticamente la nascita di techno, dub ma anche drum 'n' bass, tutto vent'anni prima di quello che ci aspettiamo. Ci sono proprio cresciuto con loro, fin dagli ultimi anni di liceo. L'altro significato dietro al nome è l'omonima poesia di Stevie Smith. Parla di un tipo che sta annegando, e per farsi aiutare agita le braccia più che può ma viene scambiato per uno che saluta. Una roba tristissima, "Guarda quello che ci saluta!" e nel frattempo lui muore. Non è che siamo cambiati tanto, secondo me. Siamo tutti ancora così, non ce ne frega un cazzo di niente degli altri. Così insomma è cominciato Not Waving, e ho fatto uscire un po' di cassette e vinili sulla mia etichetta.

Quindi non c'entra niente no wave con il nome?
In realtà non ci ho mai pensato. La musica c'entrava molto poco all'inizio, anzi era tutto più soffuso, "introspettivo." Voices, per esempio, uscito quest'estate era molto più calmo, più una raccolta di idee che altro, non erano pezzi completi.

Le cose con Diagonal sono totalmente l'opposto. Prima mi affidavo quasi esclusivamente agli errori, invece con Diagonal c'è un lavoro maniacale dietro a ogni pezzo. È tutto studiato. Prima era tutto casuale, quindi ripetitivo e incentrato su mood specifici, mentre le cose nuove sono pensate per divertirsi e divertire. Senza limiti di alcun tipo, come viene viene.

Molto più sfacciata.
Sì, e pensata anche per il dancefloor. Magari qualcosa che uno non si aspetta... quattro secondi di silenzio in mezzo al pezzo quando la gente sta ballando. Ora fra poco dovrebbe uscire il video di "I Know I Know I Know" e sarà fuori di testa come l'altro, di "Get Serious." L'opposto di quello che ti aspetti da un pezzo techno. Cerchiamo di sdrammatizzare e non prenderci sul serio, però allo stesso tempi ci lavoriamo un casino.

Questo mi colpisce. Che da fuori sembri tutto sbarazzino e invece dietro c'è un impegno incredibile.
Facciamo un bel po' di brainstorming, a chi spara la cazzata più grossa.

Come sei entrato in contatto con Diagonal?
Qualcuno aveva chiesto a Oscar, forse il tipo che aveva fatto uscire il mio vinile Human Capabilities, un remix per Not Waving. Oscar non mi conosceva e ha risposto di no, che non poteva e non aveva voglia, però ha chiesto la mia mail. Allora da lì abbiamo cominciato a scriverci, sarà stato un anno e mezzo fa, fine 2014. La prima serata che abbiamo fatto insieme è stata a fine 2014. Lui non sapeva neanche che io abitassi a Londra. La cosa divertente è stata che ci siamo mandati un po' di mail leccandoci il culo a vicenda, ma è finita lì. È andato a fare una data in Italia, a Verona mi pare, e parlando con il promoter della serata che gli ha chiesto chi gli piacesse ultimamente, ha risposto Not Waving. Il tipo ha detto "Ma Not Waving è italiano e abita a Londra", e lui non ci poteva credere. Quando è tornato mi ha scritto e ci siamo beccati subito, da lì siamo diventati amici. L'ottica è sempre stata quella di farmi fare roba per Diagonal. Abbiamo cominciato a uscire insieme, a far baldoria, ed è in quel periodo che ho iniziato a lavorare al disco. Ormai è passato un anno. L'avremo finito un anno fa esatto, tracce ultimate al cento percento.

Ecco sì, perché "24" infatti l'aveva già messa Oscar su Melon Magic diverso tempo fa.
Forse è stato il primo pezzo mio che abbia mai suonato. Lì è stato quando abbiamo masterizzato il disco, inizio 2015. Infatti basta, non posso più ascoltarlo, ne ho già un altro bello pronto. Sono solo felice che qualcuno finalmente adesso se lo ascolti e mia dia la sua impressione esterna, bella o brutta che sia. Quando l'abbiamo annunciato ufficialmente eravamo tutti contentissimi, sono diciotto mesi che parliamo di sto cazzo di album... Siamo anche andati a cena per celebrare.

Bomba. Ma poi sono tutti pezzi che dal vivo portavi già no?
Sì sì, li ho messi spesso. Però su disco non erano mai usciti. Ho lavorato su un pacchetto da trenta pezzi, e infatti "24" è il mio ventiquattresimo pezzo. Di solito li chiamo così i pezzi, solo per numero, e quando ho finito "24" ho capito che era lui il pezzo che avrebbe definito il disco. Poi ovvio, c'è anche altra roba diversa, ma a me interessava fare un disco vario e intenso. L'ultimo pezzo, ad esempio, è molto simile al vecchio Not Waving. In generale a Oscar e agli altri interessava mantenere certi connotati delle mie vecchie produzioni, di modo da avere un disco ascoltabile su Diagonal, ma con un'idea forte dietro. Il mio è un disco pop, perlomeno rispetto a Russell e le tracce che lo caratterizzano sono quelle in stile "24", "I Know I Know I Know" e "Face Attack". Un modo per dare al dancefloor una visione più leggera, che in inglese si spiega benissimo con fucking up the rules.

Adesso con Oscar siamo tipo migliori amici, e la cosa pazzesca è che ci copiamo a vicenda, anche musicalmente. Tipo, l'altro giorno mi ha mandato un suo pezzo nuovo che sembro io. E a me a mia volta dicono sempre che sembro Powell, quindi vabe'. Mi piace tantissimo lavorare con loro perché ci scambiamo sempre materiale e ci fidiamo ciecamente dei gusti dell'altro. Prima non mi era mai successo, ho sempre pensato che quelli con cui lavoravo non capissero un cazzo di musica, specie le etichette. Che feedback avrei mai potuto avere? Adesso invece no, il rapporto è solo costruttivo e diretto. È una specie di famiglia. Di sbandati.

Avete legato anche con altri producer, in zona?
Non molto devo dire. Il mondo della techno vera, e lo vedevo già quando ero nei Walls, è molto chiuso e ognuno sta per i cazzi suoi. C'è molta invidia e noia, perché molti dj suonano per soldi. Bo, c'è molto meno spirito di comunità, o di condivisione. È più un lavoro utilitaristico, tipo "Teniamoci in contatto se ci possiamo usare a vicenda." Non ti faccio nomi, però veramente diventa tutto meccanico e sterile. Indie rock e techno in questo senso non sono tanto diversi.


"Non lasciamo nulla al caso, lavoriamo alle cose per tantissimo tempo. Quando abbiamo fatto uscire il comunicato stampa per il video di "Get Serious", mi sono detto "Ok, ho due opzioni: fare una foto in cui sono super moody, serio, vestito di nero, oppure una in cui faccio finta di firmare un contratto, magari pure vestito elegante." Abbiamo dovuto affittare una sala riunioni apposta. Un nostro amico ci ha affittato questa sala riunioni per mezz'ora, cinquanta sterline, e noi in quella mezz'ora abbiamo fatto tre o quattro foto con l'iPhone 5... quella foto rende totalmente l'idea. Il bello poi è che quando esce una cosa così, poi tutti ne parlano, e come scelta funziona."

Fai anche dj set o suoni sempre live?
Live. Non mi è mai piaciuto fare il dj per gli altri, al massimo per me. Mi diverto un sacco a fare mix, e quando posso vado anche a NTS a fare le robe con Oscar. Mi piace questa roba qui, più musica d'ascolto. Magari anche ballata, però non mi piace assolutamente sentirmi nel dover di far ballare masse di persone.

Vado abbastanza fiera di averti chiesto un mix in tempi non sospetti infatti. Ricordo che ti sei stupito quando ti ho detto, tempo fa, che i tuoi mix erano una bomba. Secondo te nessuno se li ascoltava.
Sono molto negativo per queste cose, sarà che sono vecchio, però voglio dire, per me nessuno ascolta musica. Avendo anche amici più giovani, lo vedo. Si skippa da un pezzo all'altro dicendo "Ah, figo figo, ok," ma basta. Tu sei un'addetta ai lavori e non conti, ma a me è capitato di vedere di tutto. Avevo fatto uno split con Pye Corner Audio, come Not Waving, e avevamo fatto un set insieme a una serata. Verso la fine si avvicina e si congratula, "Bomba il disco, complimenti!" io gli chiedo se l'ha ascoltato e lui "No, ho ascoltato i sample su Boomkat."

In generale mi piace la musica di cui mi ricordo, che mi rimane in testa. Che sia un rumore o qualsiasi altra cosa. Spesso faccio fatica con la musica dance o techno di ora perché non mi rimane niente. Io stesso ho fatto musica usando strumenti sempre diveri. Ovviamente oggi non mi ricordo nulla di come si suona una chitarra, perlomeno non saprei rifare le cose che facevo ai tempi, ero un fenomeno. Alla fine la uso ancora ogni tanto, per qualche sample. Mio padre l'altro giorno mi ha detto, ascoltando alcuni miei pezzi, "Non sono molto convinto della musica che ti sei messo a fare." E io, "Allora vuol dire che sto facendo la cosa giusta."

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