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Quel diavolo di Ambra Angiolini

La carriera musicale di Ambra è molto più interessante di quello che crediamo ed è anche piena di scoop e segreti che Italian Folgorati ha scovato per noi.
20.7.16

“Non sono una qualunque che scompare nella folla”

Una frase del genere potrebbe averla detta… Che so, Jo Squillo periodo Kandeggina Gang? E invece esce dalla bocca di un’icona giovanil/ista Italiana dei Novanta: Ambra. La sua "T’Appartengo", dalla quale questa frase è estrapolata, ha maciullato le sinapsi degli adolescenti che nel 1993 rimanevano attaccati alla TV per ammirare le gesta delle fatine di Non è la Rai, la creatura forse più riuscita di Boncompagni seconda solo allo splendido horror vacui di Macao.

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In poche parole, Gianni riempiva uno studio di minorenni a giocare e ballare, stile ninfe nell’antica Grecia, riprendendole con le telecamere. Giocando sul filo dell’ambiguità che collega la bellezza acqua&sapone delle giovinette ai pruriti sensuali di un’età che sboccia (ma soprattutto al voyeurismo degli attempati spettatori da casa), la sua operazione non era dissimile da quella che portò Malcom Mc Laren a fondare i Bow Wow Wow. E giù svariate accuse di pedofilia: in effetti Malcom era decisissimo a distruggere il tabù—quel tabù che aveva disintegrato Jerry Lee Lewis—e in fondo anche Boncompagni, anche se in maniera più bonaria e light, ovviamente con un furbo occhio al portafogli. Al posto di Annabella Lwin mettete Ambra e il gioco è fatto.

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Inutile nascondersi dietro un dito: l’edizione di Non è la Rai con Ambra era seguita da TUTTI: volenti o nolenti il tormentone musicale della nostra eroina risuonava in testa anche quando ti trovavi in saletta, pronto per suonare una cover dei Misfits. Tanto che è da poco uscita una ristampa in vinile del primo album: se la Sony si è presa la briga di impelagarsi in quest’operazione vuol dire che sì, Ambra ci ha rivoltato come dei calzini. E infatti ancora adesso nella classifica dei vinili più venduti si trova al sesto posto, dopo essere entrata a gamba tesa direttamente al secondo.

Come ha fatto?

Presto detto: nel mondo alternativo Ambra era vista come un pericolo, ma nello stesso tempo aveva un fascino particolare che, a differenza delle sgallettate sue colleghe, rivelava qualcosa di sotterraneo. Un piglio che te la faceva immaginare a sparare i growl con i Naked City a farle da backin’ band: aveva anche il gonnellino stile punk '77, parliamoci chiaro. Questo almeno era il mio sogno, tanto che per un periodo accarezzai l’idea di contattarla col mio gruppo d’allora per un’operazione che avrebbe potuto anticipare gli Hatsune Kaidan. Ma Ambra era, suo malgrado, una star che metteva soggezione, anche se aveva la tua stessa età e faceva tutto sommato le tue stesse stronzate—in altre parole passare dall’hardcore al mainstream, con la testa alla rivoluzione e il cuore alle coccole. Perché comunque frequentavi una scuola in cui nessuno la pensava allo stesso modo, dove Nietzsche e Marx si davano la mano, per parafrasare Venditti, e i Nirvana e i Technotronic pure.

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Alla fine Ambra è sempre stata la ragazza della porta accanto, una specie di Madonna meno arrivista e meno glamour che si divertiva e basta. In questo modo arrivava anche in zone in cui si consumava più di un dramma: nei miei ricordi, ad esempio, ho nitida l’immagine di me in un casermone a La Spezia, durante i tre giorni. Ammassati come bestiame in attesa della visita medica e dei test, sullo schermo televisivo al centro della sala spiccava la nostra eroina intenta a fare i quizzoni, unica àncora di salvezza allo schifo di quei giorni. Qualcuno esclamava un flebile "Ambraa …fammi un bocchino….” che sapeva di voglia di fuga di mezzanotte più che un insulto: nelle cuffie intanto ti sparavi gli Ustmamo’, che poi erano la versione “punkettona” dello stesso lolitismo. Altri invece nel quartiere natìo della nostra eroina (ovvero Palmarola, una borgata romana nata abusiva e poi riconosciuta nel 1976) scrivevano sui muri motti eloquenti come “Dio creò la musica poi disse Ambra, continua tu”. E forse chi faceva questo era probabilmente anche avvezzo a un’altra eroina, quella da iniettarsi. D'altronde negli anni Ottanta c'era Alice, nei Novanta Ambra.

Ambra fu anche uno dei primi casi conclamati di manipolazione televisiva, visto che Boncompagni le suggeriva interi monologhi tramite fonac, tanto che per un periodo ci fu la clamorosa scesa in campo in politica: nelle orecchie le diceva chiaramente che Occhetto era il DIAVOLO, e subito la sinistra insorse accusandola di propaganda pro berlusconiana. Cosa che all’apparenza era vero, ma la sinistra non si accorgeva che, pronunciate da lei, quelle parole erano interpretabili al contrario. Con quell’incoscienza, le risate a cazzo in mezzo al discorso e le allusioni colorite che facevano pensare a un’ironia serpeggiante… Un normale adolescente dopo una visione del genere va subito a votare comunista. Ragazzi, IL DIAVOLO: che c’è di più peccaminoso e attraente per un giovane? E poi stranamente sto diavolo a cartone animato che gli appariva sulla spalla non aveva forse i colori e le fattezze del Milan di Berlusconi, in un perfetto cortocircuito contro il Padrone? E non era forse vero che le ragazze di Non è la Rai erano tutte vestite uguali, che non si sapeva se mancava più il libretto rosso di Mao o la casa dei Puffi? Il fatto poi che l’Angiolini equivocasse spesso i suggerimenti in cuffia (che a volte erano infarciti di parolacce per creare più casino) implica un plagio solo di facciata: era più una roba cyberpunk, o per essere meno intellettuali era il gioco del telefono paro paro. Ad ogni modo l'influenza straniante dell' Ambra politica è stata tale che anche oggi la sindachessa di Roma Virginia Raggi è armata di fonac, emulando Ambra in maniera imbarazzante (d'altronde lei è di Ottavia, una borgata a due passi da Palmarola).

Comunque. Neanche le dichiarazioni esplicite di Boncompagni “Ho sempre votato comunista, frequentavo Giorgio Amendola, ed ero amico di Giorgio Cingoli, direttore di Paese Sera. Laureato comunista. Ma non facevo le manifestazioni» servirono a smascherare la provocazione. E infatti solo gli anziani si allarmarono, ancora una volta confermando l’ipocrisia di chi guardava quelle fatine con la bava alla bocca del maniaco, ma cercando (chissà perché) una coerenza militante ovviamente impossibile in chi voleva solo “Vivere una favola”, per citare Vasco che (stranamente, vista la sua passione per le minorenni) le criticò aspramente con la sua canzone “Delusa”. Anche se nelle mani di un situazionista paraculo, erano comunque delle quindicenni che sapevano in cuor loro che il gioco sarebbe presto finito. Come la scuola, no? Infatti, a format concluso, le lacrime in studio non mancarono, simili a quelle in un qualsiasi 100 giorni quando si volge al desio.

Ambra nel frattempo sfornava pure musica incredibile: incredibile perché difficile credere al successo di una cosa simile. Hip hop melodico scippato al Jovanotti degli esordi, con testi perfetti tanto per le turbe sentimentali di un sedicenne medio che vuole solo essere amato, quanto per chi è nel pieno del profumo della primavera e degli ormoni in fiore. Roba che di per sé sarebbe pure la solita cazzata, che cantata da qualcuno che non fosse Ambra avrebbe ottenuto solo ortaggi scaduti in faccia. Lei invece buca lo schermo come fosse una dea bambina. Bella, piena di energie in eccesso, priva di freni a mano, ma comunque scaltra nel distruggere le convenzioni senza darlo troppo a vedere. L’immagine di lei, disinvolta, con un vestito attillato nero e un cuore disegnato sul vestito a incorniciare la pelle nuda proprio sotto il seno appena sviluppato è dirompente: un messaggio più antisistema in una televisione del genere era impensabile. Era un “siamo giovani e non ce ne frega un cazzo”.

Le varie critiche a Boncompagni in questo senso sono insensate: Rita Pavone nei Sessanta sì e Ambra nei Novanta no? Mi sembra chiaro che, sotto a questo risentimento, ci fosse il solito gioco schizofrenico dei matusa che quando non tocca a loro insorgono e invocano i vari Torquemada di turno—e infatti Boncompagni, non a caso, eliminerà l’ultimo presentatore over diciotto, l’odiato Bonolis, per lasciare tutto in mano alle ragazze in un’operazione, a suo modo, anche femminista. Il “prometto-prometti” di "T’Appartengo", d’altronde, riecheggiava involontariamente le esperienze fluxus di Yoko Ono, il “Promise Piece” messo in scena nel 1966 a Londra, in cui si chiedeva agli spettatori di promettersi l’un l’altro determinate azioni: il testo di “Lunedi, Martedi” potrebbe essere nato dalla penna dei New Order in zona Blue Monday con quella frase "arriva il lunedì / e cresce martedì / quando sono vuote strade e vuota è l'anima". E infatti presto la nostra ninfetta getterà la maschera.

Subito dopo l’esperienza di Non è la Rai, infatti, Ambra si cimenterà con altri programmi dal titolo impegnativo tipo “Generazione X” (ovvia la citazione a Douglas Coupland, che nel 1991 pubblicò appunto Generation X: Tales for an Accelerated Culture), in cui cercava di fare il punto della situazione a proposito di sesso droga eccetera, con l'aiuto di duecento ragazzi e ragazze in studio. Ospiti della trasmissione furono anche personaggi come Marco Pannella e ospiti musicali tipo i Babylon Zoo, il gruppo industrial pop “one hit wonder" che si esibì in una versione di “Spaceman” che, per quanto commerciale, sicuramente era lontana dagli standard dei pezzi di Ambra in quanto a stranezza.

Già qui risuona una campana diversa, anche se il disco nuovo della soubrette del 1996, ovvero Angiolini, sarà ancora permeato da sentimentalismo: o meglio, mascherato da. Almeno a giudicare dall’opening track “Tu Sei” dove, dopo una sfilza di aggettivi rivolti all’amato in linea secca con il Daniele Silvestri di “Le Cose in Comune” uscito un anno prima, ci piazza un bel “sei sei sei” nel quale si conferma la passione di Ambra per belzebù. Il disco stranamente, vista la proposta ancora troppo leggera, vende meno del precedente, ma tiene botta al numero 10 delle classifiche. Ambra piano piano scende nel limbo dell’underground.

“In quel momento, da una parte stava nascendo la televisione di Ambra, Non è la Rai, e dall’altra c’era Berlusconi che scendeva in campo. Non mi piace chi giudica, detesto chi dà nelle canzoni soluzioni o consigli per vivere, però nella canzone c’è un’empatia strana, perversa, tra il mio modo di crescere e soffrire in quel 1994 a 24 anni. Non avevo lavoro e decisi di fare le produzioni di Niccolò Fabi eccetera: c’era uno strano senso di comprensione, di immedesimazione nei deliri di onnipotenza dei personaggi televisivi. Mi ricordo Ambra bambina che faceva, con Boncompagni in cuffia, quelle cose e provavo un imbarazzo incredibile e quasi un amore folle. Ero combattuto tra queste due cose. C’era un motivo per cui quella televisione penetrava in maniera un po’ distorta nelle coscienze di così tanta gente. Anch’io non riuscivo ad andare avanti. Quello era il dio del male, che però aveva un qualcosa di attraente.”

Chi parla non è uno spettatore qualsiasi del programmone di Boncompagni, bensì Riccardo Sinigallia, noto per la sua militanza nei Tiromancino, o a fianco di Frankie Hi Nrg Mc in "Quelli che Benpensano", sempre come cantautore e autore incensatissimo (Gazzè e Fabi fra i suoi clienti). E parla con cognizione di causa poiché il nostro firmerà uno dei migliori brani di Ambra, ovvero “Io te Francesca e Davide” contenuto in Ritmo Vitale del 1997. Una canzone ipnotica e ostinata che parla di un foursome destinato alla rovina (o meglio, probabilmente a un finale lesbo a sorpresa), con venature darkwave francamente irresistibili. Unico neo di tutta questa storia è che Sinigallia non ammette ufficialmente questa cosa, fa sparire nelle sue biografie le tracce di questa collaborazione, come se si vergognasse. E non è l’unico, sebbene dalla composizione sia chiarissima la sua mano e la sua vena melodica.

Se leggiamo appunto nei credits di Ritmo Vitale, il penultimo album della nostra giovane star, troviamo altri autori che si nascondono nell’abbreviazione. Ad esempio un certo M. Messina, che risulta parte attiva di molte realizzazioni. Costui ci sembra proprio sia il M. Messina pseudonimo dietro il quale, a giudicare da quello che dice Discogs, si nasconde un personaggio ben preciso. Avete capito bene: potrebbe trattarsi di Marco Messina dei 99 Posse. Anche in questo caso regna il mistero, dato che costui non cita mai l’esperienza con Ambra nel suo curriculum e avendo poche notizie a riguardo a parte una sospetta partecipazione di Roberto Ferrante (il capoccia del latin dance e collaboratore del gruppo napoletano) nel disco, che collega direttamente i 99 Posse con Ambra.

Anche se non fosse lui, però, quelle produzioni simil trip-hop / jungle / esotico / hip-hop a base di campioni e svisate elettroniche sembrano proprio ricordarci “quella roba là”. Un anno prima, infatti, esce Cerco Tiempo dei 99 Posse: bene, togliamo la voce di Meg mettiamoci quella di Ambra e ci troviamo di fronte allo stesso prodotto. O meglio, onestamente preferisco Ambra: ok, lei non fa testi politicizzati (apparentemente… e meno male), ma neanche scade nelle ballate zuccherose tipo “Quello Che”, dai. Alla fine trattasi comunque di due prodotti di facile presa sui giovani medi (il medio militante e il medio borghese), entrambi preda del successo di massa. E appunto per questo Ritmo Vitale dell’Angiolini non ha niente da invidiare a certe produzioni dell’epoca se non l’assenza di una“pubblicità militante” a volte però molto più costruita. Nei Novanta d’altronde hanno venduto schifezze assolute sotto la targa “indie”, con i giornalisti pronti a dare 5 stelle per partito preso, e non si capisce perché Ambra non avrebbe dovuto provare a rifarsi una vita artistica.

In questo disco, in cui ambra parla esplicitamente di sesso e la copertina sembra una versione pop di Reproduction degli Human League, la nostra prode decide di firmare tutti i testi dando un taglio finalmente personale alla faccenda. Il risultato sono testi ovviamente “borgatari”, a volte ingenuamente naïf intrisi di pace amore e musica, a volte più velenosi tipo “Guardati Alle Spalle” che sembra la risposta di Ambra agli Assalti Frontali. Ebbè stateci, questa era la musica che sentiva l’Angiolini, quella che girava nell’aria, quella che dopo la fine del grunge avvolgeva i teenager tutti (e che grazie ai rave sdoganava l’MDMA). Con lo zuccotto in testa da vera “possettara” dedita al crossover, Ambra sfoggiava dei musicisti che sembravano usciti dai centri sociali e una batterista donna che non perdeva un colpo. Questo ovviamente le alienò i vecchi fan e anche i nuovi, che non si ritrovarono in questo ibrido che invece, nonostante le imperfezioni, sembra una verace weirdata. Forse anche per colpa dei collaboratori che magari le riservavano ingenerosi scarti musicali fatti col culo, tanto per pagare le bollette?

Per tanto tempo sì, fu tacciata di essere di destra (probabilmente per il “diavoletto gate” di cui sopra), ma la militanza da volontaria al circolo Mario Mieli e le sue continue provocazioni a sfondo LGBT (storico il bacio in bocca a Daria Bignardi con seguito di “e ti è piaciuto!” in una successiva intervista) direi che facciano piazza pulita delle dicerie da sé. Come fu per la breve liaison di Re Nudo con Lucio Battisti, la crociata contro Ambra portò personaggi insospettabili a sostenerla, come Marco Giusti di Blob per la trasmissione Carosello, in cui lei fu invitata a fare da presentatrice. Nello stesso programma, fra un dialogo con un Calimero virtuale e un altro, c’erano anche Elio e le Storie Tese e c’era anche la Guzzanti: diciamo che non era un programma di neoliberisti.

Insomma, come dice l’Angiolini, l’ha mossa il caso: il caso ha voluto la sua popolarità, il caso (per quanto riguarda la musica) gliel’ha tolta, e lei ha avuto la prontezza di ritirarsi con dignità. Si è subito rifatta col cinema, non prima di aver sedotto un ex pezzo grosso del rock italiano, ovvero Francesco Renga dei Timoria: nel suo passaggio da erede di Demetrio Stratos al pop, Ambra ha un ruolo fondamentale. Potremmo anche supporre che abbia influenzato Francesco nell’ibridare le formule: pratica che in Ritmo Vitale è chiarissima e possiamo dire sia spontanea. È di base quello che succedeva a Non è la Rai: hai quattordici anni e ti piace la musica, non ti frega un cazzo dei generi, delle catalogazioni. Vai magari il pomeriggio al Piper e senti gli Arrested Development come la peggiore stronzata house, alla fine ecco qui che non ti fai tanti problemi: così erano i momenti di danza collettiva nel programma, durante la classifica dei brani più amati, in cui non era difficile vedere ballare “Short Dick Man” con una certa stupefacente leggerezza. Insomma, più che superficiale, era roba SPENSIERATA, tanto che potrei scommettere che poi, tornate a casa, le ragazze si buttavano a studiare Gramsci. E, seppure probabilmente i ragazzi di PC Music non sanno chi sia Ambra, di certo è stata fra le precursori delle icone accelerazioniste come QT. È chiaro, l’altra faccia della medaglia di Non è la Rai è stata chi quel mondo lo prendeva sul serio, mentre Boncompagni lo voleva proprio distruggere, svalutarlo. Da là i devastanti provini per i reality e i talent, da lì l’assoluta incoscienza di gente che si dà in pasto all’industria dei vari X Factor per poi finire la carriera in un mezzo secondo. In un mondo in cui, soprattutto nell’underground, si creano da sempre misteri che non esistono e si studia a tavolino come invadere la Polonia del mercato, la roba di Ambra sembra anche oggi un getto di acqua fresca nelle fauci oramai arse vive dalle puttanate imbellettate.

Paradossale? Beh a fare schifo non ci vuole poi molto, è dargli un senso che è difficile: per questo “guardati le spalle da chi / finge amore e teme un’emozione”.

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