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DJ Nonni: ecco gli ultracinquantenni che vi fanno ancora muovere il culo

Abbiamo intervistato alcuni DJ della vecchia guardia che ovviamente ne sanno a pacchi più di voi.
21.1.15

Fare il DJ è il lavoro della vita: ti pagano per girare il mondo e mettere su dischi fatti da altre persone. Nel frattempo sei comunque "quello che suona", perciò la percentuale che tu ramazzi anche se sei un mostro di fango si alza esponenzialmente, soprattutto se sai due o tre mosse giuste e non fai completamente cagare. Per questo esistono un sacco di DJ che non si lasciano scoraggiare dall'avvento dell'età pensionabile e continuano imperterriti a fare il loro duro, durissimo lavoro. Ok, gli hangover durano molto di più e la schiena fa sempre più male, ma la passione non ha età, e le abilità sicuramente vanno migliorando (salvo rari casi).

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Dato che negli ultimi tempi un sacco di DJ stanno facendo il grande salto dal retrobottega di Pub luridi ai grandi palchi di club immensi (prenotazione tavoli + bottiglia di Crystal a 300 euro 4 persone), c'è ovviamente una richiesta sempre crescente nei confronti di figure con una solidità e un'affidabilità che solo gli ultracinquantenni sanno dare. Queste rocce della vecchia guardia hanno dai venti ai trent'anni di esperienza alle spalle e sanno raccontarvi grandi storie con i loro dischi. Abbiamo parlato con alcuni di questi ragazzoni che ci dimostrano che l'età non è altro che un numero.

Danny Tenaglia (53)

Danny Tenaglia ha iniziato la sua carriera da DJ a Miami negli anni Ottanta, periodo in cui il ragazzo era un esponente di spicco della progressive e della tribal house, anche perché era stato resident del leggendario club Twilo a New York. Tenaglia si era pensionato nel 2012, ma ora è tornato alla carica e di recente è pure passato per club da nulla tipo il Berghain.

Penso che le cose, al giorno d'oggi, cambino così velocemente. La scena club e il modo in cui si è passati da nightclub giganteschi a venue molto più piccine o a una generazione di festival post-rave, di DJ che suonano negli stadi… è questo il passaggio che mi fa pensare sia dura star dietro ai cambiamenti. Tuttavia non penso che invecchiare stia condizionando in alcun modo la mia attitudine e la mia carriera da DJ. Il mio lavoro mi piace tanto quanto mi piaceva trentacinque anni fa. La carica è sempre quella.

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Chiunque abbia una storia che dura da 10, 20 o addirittura 30 anni è da apprezzare soprattutto per l'ampiezza della sua conoscenza e per gli anni di devozione e passione. Ora noi siamo visti un po' come mentori. E credo sia tangibile la differenza di un DJ come me, che pure se mi danno uno spazio di due o tre ore riesco a mantenere alta la carica coreografica del mio set, mentre alcuni giovani DJ che sono abituati a suonare qua e là da un paio di anni, non hanno mai avuto una residency e si son fatti le ossa solo in apertura o in chiusura di altri sono ovviamente meno teatrali. Per me fare il DJ non solo è una passione, ma è stato il mio lavoro per trent'anni, quindi ovviamente ho un approccio molto diverso alla questione.

Alfredo (61)

L'argentino più famoso di Ibiza, Alfredo, si può dire abbia inventato il genere Balearic. All'inizio era un barista e barman, ma poi è arrivato fino al superclub Amnesia. Anche se ora ha 61 anni, se per caso incappate nel suo set allo Space vi troverete davanti a una forza della natura con una collezione di dischi che va dal jazz al boogie all'house al folk, alla psyche, fino alla Techno. Alfredo È Ibiza.

Fare il DJ è qualcosa che ho sempre voluto, e finché l'evoluzione della scena mi permette di farlo, e finché la mia età me lo permette, continuerò ad esserlo. Suono in Giappone, a Bali, in Svizzera, a volte suono in Inghilterra con mio figlio Jaime, cosa che trovo fantastica. Non sono più così impegnato come in passato, ma credo sia naturale. Il pubblico cambia e ora ci sono un sacco di giovani DJ che sanno il fatto loro. Ciononostante, penso di avere ancora un sacco da dare.

Terry Farley (56)

Terry Farley è un'icona della scena house inglese sin dai tempi della acid di fine anni Ottanta. La sua seguitissima fanzine Boys Own ha generato la Junior Boys Own, una label che ha ospitato i primi lavori di Underworld, Chemical Brothers, X-Press 2 e una miriade di release dello stesso Farley con Peter Heller sotto lo pseudonimo di Heller & Farley. Un vero patito di dance che ha continuato negli anni a documentare la nascita e sviluppo dell'acid house e figlie grazie alle sue epiche compilation Acid Rain e Acid Thunder.

Mi ricordo che tutti i DJ house dicevano di voler smettere compiuti i 40 anni. Avevo persino letto la stessa dichiarazione da Frankie Knuckles nel '90 ma le cose sono decisamente cambiate. La house adesso è una cultura come il raggae, hip-hop o addirittura il jazz. Se hai gusto musicale e puoi contribuire positivamente allora c'è sicuramente una scena musicale in cui puoi affermarti. Sono fortunato di poter suonare davanti a persone di ogni età, sesso, razza che amano la disco e la house. Non suonerei mai musica commerciale in un club fighetto, dove non potrei avere il totale controllo della mia selezione brani

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Cosa potrebbe spingermi a lasciare la mia professione di DJ? Succederebbe se non sentissi più niente ascoltando musica o se non riuscissi più a far ballare la gente. Ho iniziato suonando a gratis e se sarà necessario finirò nello stesso modo, finché amerò i dischi che suono. Penso che molti dei DJ "vecchia scuola" che suonano dischi commercial/hard trance in realtà si siano rotti il cazzo da parecchio tempo.

Se avrò mai fortuna di compiere 80 anni, lo farò ascoltando la mia house, perché no? Pensate che i classici senzatempo come "Tears" e "Your Love" sembreranno merda fra 30 anni? No di certo: suoneranno come suonano i classici rock oggi. La house, come il raggae, il funk e l'hip-hop, non morirà mai. È nel nostro DNA ormai.

Greg Wilson (54)

Quando l'arte del DJ era ancora confinata alla crew del Radio One Roadshow, Greg Wilson fece non poco scalpore quando apparve a The Tube su Channel 4 per dare dimostrazione delle allora sconosciute tecniche di mixaggio. Nonostante sia stato uno dei primi resident del leggendario Hacienda di Manchester, Wilson ha messo da parte i giradischi per molti anni, prima di ritornare in veste di guru del re-edit e curatore di uno splendido sito sulla storia della dance e del DJing.

Quando guardi al futuro, pensi 'dove sarò fra cinque anni?' Penso che in tutto ciò sia fondamentale prendersela con calma. Se fai troppe cose nello stesso tempo nella tua vita, rischia di essere una faccenda davvero stancante. Mi ricordo di aver parlato con un DJ di appena vent'anni in procinto dir partire per una data in Cina. Arrivava, suonava e poi nella stessa notte tornava in Europa. Roba da matti! Questa cosa tra il jetlag e le altre cose mi distruggerebbe, perciò penso che sia meglio fare mente locale e prendersela più con calma. Non bisogna essere troppo affannati.

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Quando sono tornato a mettere dischi, 10 anni fa, non volevo assolutamente passare per il DJ fossile venuto dal passato che suona vecchi dischi alla vecchia maniera e in questo i re-edit mi hanno aiutato molto: ho ricontestualizzato vecchia musica rendendola attuale. È stato ciò che mi ha permesso di creare un legame tra ieri e oggi.

Qquando ho cominciato, ero sempre il più giovane di tutti. Avevo 15 e adesso sono l'opposto. Mi sento come un vecchio politico vissuto e fa strano ma è una condizione in cui mi trovo perfettamente. Sono il tipo di persona che ha sempre bisogno di sapere il perché e il come di ciò che sta facendo, indipendentemente se ti paghino o meno. Per questo me ne ero andato, perché avevo perso la passione e il senso delle cose ma per fortuna sono tornato sui dischi.

Dave Seaman (46)

In quanto metà dei Brothers In Rhythm, Seaman è stato una delle figure chiave della scena progressive inglese dei primi anni Novanta, che ha sfornato stelle come Sasha. Ha mixato molte compilation classiche per Renaissance e Global Underground, remixato chiunque dai Pet Shop Boys a Kylie Minogue e infine avuto un incarico come redattore presso la rivista Mixmag. Gestisce una label, la Selador Recordings, e continua a suonare dischi in giro per il mondo.

Negli ultimi anni, la più grande fortuna è stata per me quella di avere una famiglia fresca di creazione, perciò prendo sempre tutti gli aerei possibili per essere a casa il prima possibile. Non faccio più tour di settimane e se prima andavo a casa per riposarmi dopo un weekend passato in consolle, adesso è il contrario! Gestire il tempo è un po' più difficile. Mi fanno ridere i DJ che si lamentano per i viaggi e gli aerei. Adesso non mi lamento più, perché fa parte delle mie cose.

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Non ho mai pensato di cambiare mestiere. A volte ti capitano due date orrende e questo ti fa riflettere, ma il pensiero finale è sempre quello di migliorarmi e spingere ancora di più la mia musica. Non appenderò le cuffie al chiodo facilmente e finché non sarà la mia ora, metterò passione e impegno in ciò che faccio. Ovvero, fare divertire le persone.

Goa Gil (63)

Gilbert Levy è nato a San Francisco nel 1951, dove è stato profondamente influenzato dalla cultura hippy di fine anni Sessanta. Ha iniziato a viaggiare per il mondo nel 1969, per poi stabilirsi in India, dove è diventato Goa Gil. Ha passato i due decenni successivi suonando dischi alle feste in spiaggia, sviluppando il sound del Goa trance che poi è diventato psytrance. Quando non metteva dischi, si applicava per diventare sadhu, un sacerdote indiano. Oggi suona dischi in tutto il globo.

Non penso affatto all'età quando suono e mi propongo in giro per il mondo. Faccio quello che mi sento di fare senza preoccuparmi di mille cose. Eseguo semplicemente ciò che dev'essere fatto di fronte a me: l'universo mi da sempre tanti segnali.

Direi che la gente guarda alla mia età con riverenza. Molti dei miei fan mi vedono come il proprio baba [in indiano "padre"] e vengono alle mie date per ricevere una immensa lezione mistica dal baba. Avevo solo 18 anni la prima volta in cui sono arrivato in India. Ho viaggiato con alcuni sadhu e preso parte ad una cerimonia diksa [un rito di iniziazione buddista e Hindu] nel 1970. ho sempre mantenuto profondi legami tra religione e musica. È la mia missione.

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