Nulla è per sempre, figuriamoci i dischi

Il nuovo album del cantastorie punk tab_ularasa è un attacco inconoclasta verso l'underground che scimmiotta il mainstream.
27 aprile 2016, 8:03am

Foto per concessione di tab_ularasa.

Nella Guida Galattica Per Gli Autostoppisti, Douglas Adams piazza nelle prime pagine questa frase: "Time is an illusion. Lunchtime doubly so". Nulla è per sempre, nuovo album di tab_ularasa, che segue il nostro amato Ragni Giganti dell'anno scorso, è praticamente una parafrasi di quella frase applicata alla moderna musica con le chitarre: "Nulla è per sempre. Figuriamoci i dischi".

Abituato com'è a fare tutto da solo con le sue etichette Bubca Records e DestroYO!, con le sue fanzine Abracadabra e Merda 'zine (fra le tante), con i suoi video-collage e, infine, con la sua musica, Luca T. aka tab_ularasa si è detto: perché accanirsi a cercare di stampare su un formato fisico, quando l'unica cosa che mi interessa è far sapere a tutti il prima possibile e nel modo più chiaro possibile chi sono e che cosa vedo quando mi guardo attorno? Così ha preso i 14 pezzi che aveva registrato in fretta e furia con il suo solito stile diretto e senza compromessi, che mescola minimalismo punk, ingenuità infantile e foga a vocali aperte dei colli sopra Siena. Ha deciso di chiamarli album senza legarli insieme con della plastica o del nastro magnetico, ma lasciandoli invece nella nuvola digitale, perché tanto nulla è per sempre. E ha preparato delle buste piene di quindici copertine diverse, fatte da vari illustratori tra cui Leo Bi, Chiara Fazi, Alfano e altri, ci ha scritto su a mano i suoi testi e un link per scaricare le canzoni, e quello sarà il disco che si porterà in tour. Il disco che potete ascoltare qua sotto e che sarà disponibile dal primo maggio sul suo profilo Bandcamp e ai concerti.

Ho chiamato Luca per farmi spiegare un po' meglio cosa voleva fare, cosa crede di aver fatto, perché, cosa crede dovrebbero fare gli altri, ma poi lui è uno che gli piace parlare per cui siamo finiti anche a discutere di punk, di tette e dell'orgoglio di essere sconosciuti.

Hey ciao Luca, come va?
Sono a zonzo per Roma, ho appena speso un sacco di soldi in dischi da Soul Food, mi sono fatto uno di quei giri che non mi permettevo da un sacco di tempo. Ho cercato di andare al risparmio, ma lì dentro è un casino, sono comunque riuscito a svuotarmi le tasche.

Allora sei nelle condizioni perfette per parlare di questo album in morte del formato fisico…
Sì, infatti! [_ride_] Ci avevo quasi ripensato, e l’avevo mandato a un paio di etichette per farlo uscire in maniera tradizionale, ma poi sono tornato all’idea iniziale di far uscire soltanto le varie copertine e i testi in formato simil-fanzine, con il codice per il download all’interno. I testi saranno scritti a mano e le copie numerate, però non ci sarà il disco fisico all’interno. È una riflessione, o una critica, se vogliamo, a quello che sta succedendo ora nel mondo della musica, con la febbre del vinile e quant’altro; le etichette indipendenti che non possono più permettersi di stampare in vinile, e quando ci riescono devono aspettare sette o otto mesi, la qualità che peggiora… a quel punto magari un gruppo quei pezzi nemmeno li suona più, o ha registrato potenzialmente un altro disco. Oppure non ha niente da vendere in tour, a parte i CD che non compra più nessuno. Insomma, non avevo voglia di avere a che fare con tutte queste cose, se uno vuole il CD fa uno sforzo in più e se lo masterizza a casa, tanto io le copertine le ho messe. Anche se ho un po’ paura che questa idea di non usare un supporto venga vista come troppo arty; non vorrei che venisse percepita come una scelta artistica, mentre è più una riflessione personale su come si consuma la musica.

Stavo proprio riflettendo su questo fatto: tu sembri in guerra costante contro l’interpretazione di quello che fai come “arte”, nonostante i mezzi che usi siano a tutti gli effetti delle arti (la musica, i video, le foto, i disegni) ognuno dei tuoi lavori sembra dire “qua stiamo solo parlando”, è tutto molto diretto.
Proprio così! Il disco precedente, pur essendo stato fatto sempre in casa e con i miei soliti metodi, aveva anche la collaborazione di Flavio Scutti come produttore e polistrumentista, e lui era riuscito a dare ai pezzi un suono e un impatto più artistici. Quest’ultimo invece ho voluto che fosse ancora più diretto e scarno, ho tolto anche la distorsione dalla chitarra, volevo un feeling più blues e sporco. L’ho registrato con Iacopo Bigagli, a casa sua, a Lucca, con un amplificatore per la voce e uno per la chitarra. Le sovraincisioni sono state molto essenziali, un oscillatore, qualche percussione e synth improvvisato. Abbiamo fatto tutto in un giorno, il giorno dopo avevamo già il mix pronto. Sono arrivato da lui con le idee molto chiare.

E avevi le idee molto chiare anche a livello di concetto, giusto?
Le canzoni sono tutte significative. Volevo parlare del rapporto tra la campagna, dove sono cresciuto, e la città, dove ho vissuto da diversi anni. Tipo in “Grattacielo” ho messo i suoni della metropolitana di Milano. Tramite questi intermezzi di field recordings e elettronica minimale ho cercato di creare una trama unica nel disco, perché per me è un discorso unico.

Illustrazione di Alfano.

Infatti pensavo che quando hai iniziato a lavorare a questo disco e a parlarne in giro sembravi animato da una specie di frenesia, come se ti dovessi togliere un peso il prima possibile.
Il disco parla soprattutto dell’ultimo periodo della mia vita, della mia vita a Milano in relazione a quella che faccio in giro a suonare o quando torno a casa in Toscana. Tipo “Grattacielo” è venuta fuori nel periodo dell’Expo, quando c’era tutta quella polemica sulla cementificazione, come se fosse una novità. Non è che voglia dare un senso troppo politico alle mie canzoni, non mi interessa, per questo uso l’approccio della filastrocca. Sono più osservazioni. In pratica dico quello che penso sulla vita che vivo. Il disco è fatto anche di episodi: “Telecamera di Sorveglianza” parla di quando nel palazzo dove viveva una mia amica hanno messo una telecamera perché pensavano che ci fosse qualcuno che scassinava la porta; in realtà era uno dei condomini che non sapeva aprire la porta per bene o aveva fretta o chissà, e ci ha rotto per due volte la chiave dentro, e tutti hanno pensato che fosse colpa dei cattivi che volevano entrare da fuori…

E invece il problema era dentro.
Col clima che si respira negli ultimi anni, ci vuole poco a far scattare la paranoia di un condominio!

E perché il punk 77 vuole solo tette?
Quello è un altro aneddoto. Volevo prendere in giro la gente con il paraocchi a cui piacciono solo quei quattro o cinque gruppi tutti uguali perché sono “punk” e spacciano questa cosa per essere duri e puri, mentre in realtà sono soltanto noiosi e poco curiosi, e basta un paio di tette per farli scendere dal pulpito. Vuoi che te ne spieghi altre? Però dimmele tu perché io non mi ricordo più i titoli.

Io vado matto per “Spalancate le porte alle persone morte”.
Quella è una delle mie preferite. La metto all’inizio di tutti i concerti. Questa parla del fatto che secondo me il passato è molto importante per la progressione della storia. È facile trovarsi ad ascoltare musica, o leggere libri, ecc., creati da persone morte. Per non parlare delle conquiste di gente che si è immolata per un ideale, di cui noi ci siamo dimenticati. È importante far entrare in casa queste persone morte che hanno fatto cose importanti. Mi piace creare atmosfere che rimandino a paesaggi disabitati e cercare tesori sepolti, tanto nella musica quanto nella storia, e sulle colline della Toscana ce ne sono tanti. Questo pezzo ha un suono un po’ funereo alla Cramps, mischiato con le influenze della musica popolare toscana.

Quello che viene fuori dalle canzoni è quello che so io: da dove vengo, cioè dalla campagna, da un mondo completamente diverso da quello in cui vivo e in cui ho vissuto. Rispetto a Roma, il mio impatto con Milano mi ha stimolato ancora di più a scrivere queste canzoni. Ho scoperto che mi piace molto suonare da solo perché ti costringe a metterti a nudo davanti al pubblico. Mi interessava parlare di me e farlo a modo mio, ed è più difficile farlo con un gruppo, invece quando sei da solo è inevitabile.

Infatti è difficile descriverti in modo diverso da totalmente sincero, sia per quello che suoni che per come lo suoni.
Penso semplicemente che nella vita di tutti i giorni, come nella musica e nei rapporti tra le persone, sia difficile raggiungere una certa profondità quando manca l’onestà. È il mio modo di essere punk, se vogliamo, anche se la definizione conta poco. Cerco solo di dire veramente chi sono in tutto quello che faccio.

Illustrazione di tab_ularasa.

Pur essendo un progetto essenzialmente individuale/individualista, sei comunque circondato di collaboratori.
Mi piace sempre coinvolgere gli amici in quello che faccio, che siano le fanzine o i dischi. In questo caso le copertine sono disegnate da sette amici, oltre a me, per un totale di quindici illustrazioni diverse. Le collaborazioni sono fondamentali, sia per quando registro che per quando faccio il resto. Con Iacopo per esempio è andata così: ho scritto su Internet che cercavo qualcuno che mi aiutasse con il nuovo album, e lui si è offerto, e visto che lo conoscevo e che è toscano e che suonava in vari gruppi fighi, ho detto “vai”. Ha un piccolo studio analogico casalingo, mi ha ospitato per un weekend, siamo stati bene. È stato perfetto perché così facendo abbiamo anche approfondito la nostra conoscenza e siamo diventati amici, e io ci ho tirato fuori un album.

Tutto questo progetto è estemporaneo e casuale. Pensa che il progetto è iniziato quando ancora abitavo a Roma e a volte, dopo i concerti, mi mettevo a cantare queste canzoncine da sbronzo, tutto è iniziato da “Basta Pasta”, figurati. Mi chiedevano sempre di suonarla a fine serata quando eravamo tutti in preda all’alcol, era diventata una specie di inno dei reietti. Da lì è nata l’idea di comporre queste filastrocche partendo dalla parola, usando questo linguaggio da bambini, mischiandolo con mie intuizioni poetiche, perché come ho sempre disegnato ho anche sempre scritto. Anche lo stile che uso per suonare la chitarra è in relazione alla ripetitività dei testi. All’inizio improvvisavo seguendo le parole, poi ho cercato di dare un po’ di struttura ai pezzi. Poi c’è anche da dire che non so proprio suonare, o meglio, ho un mio metodo. E poi a me piace anche l’elettronica minimale free-form, per cui dopo aver registrato i pezzi in questo modo molto veloce ho sempre fatto sovraincisioni con oscillatori, theremin, e cose del genere.

Secondo te qual è il collegamento tra quello che fai a livello musicale e i tuoi video, le tue fanzine, illustrazioni, collage, ecc.?
Per me è tutta la stessa cosa. Ora mi sto dedicando un po’ più al progetto tab_ularasa da un punto di vista sonoro, ma continuo sempre a farmi i video, le copertine, come ho sempre fatto. Sono modi diversi di esprimermi, ma le tecniche sono molto simili: ripetizione e casualità. Per esempio, nel video tengo molto alla grana analogica, è la versione video del lo-fi. Poi a forza di fare concerti acustici nelle librerie, perché di locali per fare concerti ce ne sono sempre meno, mi sono abituato a portarmi in giro una mostra da allestire nella libreria. L’anno scorso avevo le foto di Abracadabra ‘zine, quest’anno farò una cosa con i miei collage.

Illustrazione di Chiara Fazi.

Qual è la tua idea del posto che occupi nel panorama musicale?
Guarda, a me piace tantissimo il fatto che la mia roba non se la caghi nessuno. Anche le etichette più piccole, più indipendenti, se propongo a loro un disco mi dicono che faccio roba troppo strana. Perché non sono canzoni normali, il mio è un approccio dadaista, ma più che altro io cerco di scrivere pezzi che scriverebbe un bambino. La mia nipotina si inventa le canzoni sul momento che sono bellissime. Mi piace il fatto che nessuno, prima di ascoltarmi, riesca a prevedere che cosa sentirà. Uno si aspetta un pezzo garage o un pezzo punk, e in un certo senso i miei lo sono, ma non come ti aspettavi.

Ti racconto una cosa interessante: durante il tour con the Rebel, quando ho suonato a Torino, nel pubblico c’era un punk della vecchia guardia torinese. Io ho suonato un pezzo nuovo, che in questo disco non c’è, intitolato “Uomo di Neve”, e a fine concerto il vecchio punk è venuto da me e mi ha chiesto di risuonarla, così l’ho risuonata. Tre giorni dopo sono a Roma e suono sempre “Uomo di Neve”, e questa volta viene da me un coatto di quartiere che era lì chissà perché, e mi chiede di rifarla. Dico: “certo che la rifaccio, grazie”. Però vuol dire che quel pezzo funziona!

L’anello di congiunzione tra punk e coatti! Comunque, parlando di etichette discografiche, il tuo progetto funziona anche e soprattutto perché è totalmente autoprodotto e DIY…
Come collaboro per la produzione e per le illustrazioni, mi piacerebbe collaborare con un’etichetta di mentalità affine. Credo che sia anche il senso dell’autoproduzione, quello di sbattersi assieme per produrre i dischi. Non intendo solo a livello di soldi, sai che mi frega di fare una colletta per pagare la ditta tedesca che mi manda il vinile del cazzo dopo un anno, magari con le etichette storte o con il test pressing sbagliato. Fai così, per me passi da bischero. L’importante è mettere al mondo la musica con ogni mezzo. Per me è sempre stato così anche con la Bubca Records, anche prima che iniziasse il boom del vinile. Per me si trattava di collegare persone diverse. Molte volte, anche nell’underground, si rivedono le stesse dinamiche del mainstream per quanto riguarda la produzione e la promozione. E del resto sono dinamiche a cui è difficile rinunciare se si vuole suonare in giro. Però mi piacerebbe trovare un’etichetta che credesse in quello che faccio e mi desse anche un punto di vista diverso, creativo e costruttivo su quello che faccio. Il confronto è alla base di tutto, perché altrimenti ci si ritrova sempre da soli.

Illustrazione di Leo Bi.

Dopo questo disco “iconoclasta”, in cui rifiuti il formato fisico, pensi di tornare a incidere musica sulle cose o vedi un futuro tutto digitale per te?
In realtà ho già registrato una nuova cassetta! Qualche tempo fa mi è giunta voce che c’era questo ragazzino olandese a Macao che ti registrava su cassetta gratis, per un progetto di studi sul suono analogico. Allora sono andato da lui, nella sala prove di Macao, avevo questi pezzi più o meno pronti e li abbiamo registrati. Ho registrato quattro o cinque pezzi, tra cui una cover di “Uomo Nero” di Bennato, tutti con chitarra acustica, voce, e sovraincisioni fatte manipolando dei nastri. Mi piacerebbe fare un 7”, ma viste le condizioni sarà più facile fare una cassettina da solo.

Per quanto riguarda il futuro, non lo so. Nulla è per sempre è un punto di domanda. Non è una questione di preferire un supporto o un altro. È che la cosa importante dovrebbe essere la musica e l’espressione della gente. Se per certe cose, in questo periodo, i supporti fisici sono scomodi perché sono lenti e costosi, e abbiamo il modo per essere il più veloci e il più economici possibile, perché fissarci con una cosa e ignorare le altre possibilità? Sembra che se una cosa esce senza una zavorra di plastica non possa essere presa sul serio. È inutile che mi vengano a raccontare che il vinile è una cosa sacra, perché il vinile è nato dall’industria, è un prodotto commerciale, così come è successo per il CD, la VHS, per qualunque formato.

L’unica cosa che ha un valore, diciamo, “spirituale”, è la musica che c’è incisa.
Infatti! E il modo in cui viene diffusa.

Segui Giacomo su Twitter @generic_giacomo.

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