Questo geco stranissimo perde le squame per autodifesa

E scappa via tutto nudo.
Giulia Trincardi
Milan, Italy
8.2.17
Foto di Frank Glaw. Immagine via Peer J

Una mattina di un paio di settimane fa, mentre mi preparavo per uscire, ho sentito qualcosa muoversi all'altezza della mia caviglia dentro all'orlo dei pantaloni. Più o meno presa dal panico e convinta irrazionalmente (vivo a Milano) di star per morire per la puntura di chissà che ragno tropicale, ho sollevato i pantaloni per scoprire un povero e malandato geco. Nell'isterismo di cui ero preda, lo avevo intrappolato nella mia morsa, schiacciandogli inavvertitamente parte del corpo e una zampa.

Il geco di questa triste storia non ha potuto salvarsi dalla sua disavventura, ma se si fosse trattato di una specie di geco che vive in Madagascar, forse sì.

Uno studio pubblicato di recente sulla rivista Peer J e guidato dal biologo Mark D. Scherz del Zoologische Staatssammlung München, ha infatti scoperto che il Geckolepis megalepis — un geco che occupa la parte settentrionale dell'isola africana, che coincide con l'Ankarana National Park — non solo è ricoperto di scaglie di una grandezza anomala per i piccoli rettili, ma anche che l'animale è in grado di controllare la perdita della sua delicata corazza, grazie a un meccanismo di sopravvivenza che gli consente di sfuggire ai predatori, lasciandoli letteralmente con un sacco vuoto in mano.

Il curioso comportamento osservato in questa specie rende particolarmente difficile la sua catalogazione nel regno animale, ha detto Scherz in un'intervista su Reserch Gate. Infatti, l'identificazione dei rettili è spesso condotta attraverso l'analisi delle loro scaglie, spiega Scherz, "il problema con [l'intero genus] del Geckolepis è che il manto di scaglie può essere incompleto o aver subito dei cambiamenti a un certo punto nel corso della vita dell'esemplare."

Per questo motivo, il gruppo di ricercatori ha deciso di impiegare la micro-CT (micro tomografia computerizzata) e realizzare dei modelli dettagliati dello scheletro del genus, comparando diverse specie imparentate tra loro — come il G. maculata, il G. hombloti e, per l'appunto, il G. megalepis. Tramite questa tecnologia e l'uso di "un approccio tassonomico integrativo che include morfologia esterna, morfometrica, genetica, folidosi e osteologia," si legge nell'introduzione del paper, è stato dunque possibile identificare il megalepis come una nuova specie, la prima da 75 anni a questa parte.

Diversi esemplari di G. megalepis avvistati dai ricercatori. Nell'immagine C è possibile notare gli effetti dell'autotomia del geco. Immagine via Peer J

Il G. megalepis perde le sue scaglie per una sorta di meccanismo di autodifesa "consapevole," si legge nello studio. Infatti, "quando vengono catturati, questi gechi mostrano una forte tendenza ad autotomizzare ampie parti delle proprie scaglie," spiega il testo. La conseguenza diretta di questa pratica di auto-mutilazione sono "gechi parzialmente 'nudi', ma privi di qualsiasi ferita visibile (sanguinante)."

Con il termine "autotomia" si intende la capacità di certe specie animali di staccare deliberatamente una parte del proprio corpo per depistare o sfuggire a un predatore, L'esempio più comune e noto di questo fenomeno è, ovviamente, la coda delle lucertole.

Il fatto che le scaglie del megalepis siano così grosse in proporzione all'animale ha portato gli scienziati che hanno scritto lo studio a ipotizzare una correlazione vantaggiosa con  la sua abilità autotomica. Questo perché, spiegano nello studio, il punto in cui la scaglia si attacca alla pelle non è proporzionato alle dimensioni della scaglia stessa, e più grandi sono le scaglie "minore è la zona di strappo per singola unità."

Il G. megalepis rappresenta dunque un piccolo e affascinante prodigio dell'autodifesa, che ha sicuramente qualcosa da insegnare ai suoi parenti europei, caratterizzati invece da scaglie piccole e continue.

Nel caso in cui vi steste chiedendo che fine ha fatto il geco della mia storia, sappiate che — dopo essersi sorbito un quarto d'ora delle mie lacrime disperate — si è ripreso, e, zoppicando un po', si è arrampicato sul muro fuori dalla finestra ed è scomparso per sempre. Se fosse stato un megalepis, se ne sarebbe andato nudo e beffardo, lasciandomi solo un gruzzolo di scaglie colorate per ricordo.