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A Expo 2015 si licenziano i lavoratori per motivi politici?

Il rapporto tra Expo 2015 e il lavoro è sempre stato costellato di polemiche. Ma il caso dei "Daspo" preventivi emessi dalla polizia nei confronti di alcuni lavoratori Expo fa emergere un problema ancora più preoccupante.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
29.5.15

Dal corteo No Expo del 1 maggio 2015. Foto di Stefano Santangelo

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Il rapporto tra Expo 2015 e il lavoro è sempre stato costellato di polemiche. Nel luglio del 2013, dopo l'accordo siglato tra sindacati e Expo Spa per l'assunzione di circa 800 lavoratori " in deroga rispetto alle regole del mercato del lavoro," l'ex premier Enrico Letta disse trionfante che "Expo si conferma un laboratorio per il Paese e un volano per la nostra economia."

Che cosa s'intendesse per "laboratorio," l'abbiamo visto negli anni a venire, con il massiccio impiego del lavoro volontario, i controversi processi di selezione delle agenzie, i contratti per i lavoratori interinali di dubbia legittimità, le precettazioni degli scioperi dopo l'apertura di Expo e il caos normativo che vige all'interno dei padiglioni, specialmente quelli stranieri.

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Proprio in uno di questi, quello del Belgio, qualche settimana fa una ventina di addetti alla ristorazione ha scioperato e se ne è andata sbattendo la porta. Il motivo è che nelle buste paga, come riporta un articolo del Fatto Quotidiano, c'erano cifre diverse da quelle pattuite, e che "le due settimane di lavoro antecedenti all'inaugurazione non erano state retribuite."

Stando a una testimonianza, un ragazzo che vive a Buccinasco (provincia di Milano) avrebbe lavorato nel padiglione per due giorni formalmente come barista, salvo poi ritrovarsi nella pratica a lavare i piatti in cucina e fare il "magazziniere" del bar che ancora doveva aprire. Il tutto, naturalmente, senza essere pagato.

Negli ultimi giorni, invece, è emersa una storia ben più preoccupante: quella dei "Daspo" preventivi disposti dalla polizia nei confronti di alcuni lavoratori di Expo. Ciascuna azienda o paese, infatti, deve mandare alla Questura di Milano i dati anagrafici dei propri dipendenti per aver il pass e l'accesso al sito. A questo punto, si legge in un articolo di Roberto Maggioni su MilanoX, "entra in scena il filtro e decine di persone si sono viste rifiutare il pass senza alcuna motivazione. Alcune di loro hanno mandato il proprio casellario giudiziario a Expo, ma non è arrivata alcuna spiegazione."

Il primo a sollevare il caso è stato il giornalista Matteo Pucciarelli su Repubblica, dove ha segnalato la "mancanza di trasparenza" nelle procedure del rilascio del pass e la "possibile discriminazione di chi si vede 'rimandato'." Il 22 maggio, sul sito Precaria.org, è stata pubblicata la storia di un ragazzo—assunto da Coop Lombardia a tempo determinato per lavorare nel Future Food Market—che è stato licenziato ancor prima di mettere piede nel sito espositivo.

Il decumano di Expo 2015. Foto di Stefano Santangelo, via

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"Avevo già completato un periodo di formazione teorica e di addestramento pratico in un Ipercoop, e mi avevano anche già dato le uniformi," racconta il ragazzo nel post. "Il giorno prima dell'inaugurazione del mega evento, però, vengo convocato nella sede centrale. Ci spiace signor C.—afferma contrito il signore dell'ufficio personale—il nostro rapporto di lavoro termina qui. Il motivo?, chiedo. La Questura di Milano non le ha rilasciato il pass per accedere all'area Expo, risponde. E aggiunge: Non ne sappiamo le ragioni."

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Il ragazzo ipotizza che questo diniego possa essere motivato dal fatto che ha partecipato ai cortei o abbia frequentato dei centri sociali, o perché "qualche funzionario zelante pensa che [io] sia potenzialmente pericoloso per Expo."

Mentre la vicenda arriva in Parlamento con l'interrogazione del deputato di Sel Daniele Farina, altri giornalisti raccolgono diverse esperienze dello stesso tenore. Su Radio Popolare e l'Espresso, ad esempio, una giornalista pubblicista racconta che le è stato negato l'accredito stampa per non aver passato il vaglio della Questura, anche qui senza alcuna motivazione. L'assurdità, rimarca la giornalista, sta nel fatto che "posso pagare il biglietto ed entrare a Expo da turista ma non accedere come giornalista. Siamo nel Cile anni Settanta e non me ne sono accorta?"

Il punto, quindi, è in base a quali informazioni riservate venga operato il filtro ed emesso il parere negativo. Secondo il viceministro dell'Interno Filippo Bubbico, semplicemente non lo si può sapere perché "Expo è un sito sen­si­bile, di rile­vanza stra­te­gica." Il sospetto, insomma, è che nella valutazione negativa possano rientrare, scrive la giornalista Francesca Sironi, "una nota sugli schedari, una segnalazione o una denuncia mai arrivate a processo."

Per cercare di capirne di più ho chiamato Antonio Lareno, responsabile Expo della Cgil di Milano, che ha seguito tutta la vicenda sin dall'inizio. "A dirci che c'era una situazione di questo genere sono state le aziende, e in particolar modo le aziende di lavoro interinale e quelle che incontravamo nel mese di aprile che soffrivano un po' la pressione sindacale," mi spiega Lareno. "Per farla breve, queste aziende ci dicevano: 'Anche voi qui a pressarci, a romperci le scatole che c'è già la questura che ci respinge i lavoratori di cui abbiamo bisogno.'"

Da quel momento in poi, continua il sindacalista, "la nostra attenzione è raddoppiata, a partire solo da queste frasi, e abbiamo capito che era in atto un fenomeno a sé, vasto, di selezione anomala dei lavoratori." A proposito dell'effettiva estensione del fenomeno, Lareno mi dice che "questa è una domanda che ci poniamo anche noi. Quello che posso affermare con qualche serenità è che sicuramente state filtrate 50.000 persone, tra le persone che sono andate in piattaforma direttamente," volontari compresi. Per quanto riguarda i casi di diniego del pass, si tratterebbe di "alcune centinaia," ma un numero preciso ancora non c'è.

Anche secondo il sindacalista, dunque, il problema principale di questa "storiaccia"—come la definisce lui—è capire "con quale criterio hanno selezionato, in base a quale dispositivo di legge, a quale archivio segreto o meno segreto, queste persone." Anche perché "la maggior parte dei casi che abbiamo visionato direttamente hanno la fedina penale pulita."

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Per la Cgil, infatti, potremmo essere di fronte a violazione della leggi sul lavoro (articoli 8 e 15 dello Statuto dei lavoratori) e sul trattamento dei dati giudiziari e sensibili (articoli 20 e 21 del Codice della privacy). "Noi ovviamente stiamo mandando le diffide in sede sindacale," afferma Lareno. "Dopodiché, una volta trascorsi i tempi legislativamente necessari, depositeremo la causa in tribunale ove non si trovasse una soluzione sindacale prima. Stiamo ovviamente immaginando anche di fare il ricorso al garante della privacy e la denuncia alla magistratura."

Oltre a essere tecnica, la questione è indubbiamente politica. Uno dei timori principali, infatti, è che questa pratica piuttosto opaca di filtraggio e selezione dei lavoratori possa costituire una sorta di precedente da usare dopo Expo, in altri contesti. "Ovviamente non c'è certezza sul futuro," risponde Lareno, "ma se ogni cosa di una certa dimensione può diventare un sito sensibile, è assolutamente chiaro che farlo passare inosservato o mettere le mani ancora di più su questa situazione costituirebbe un precedente assolutamente pericoloso non solo per il lavoro, ma per la democrazia del paese."

In attesa che arrivino delle risposte ufficiali, proprio oggi è uscita la notizia che la presidente di Expo Spa Diana Bracco è indagata per evasione fiscale e appropriazione indebita in qualità di presidente del consiglio di amministrazione della società farmaceutica Bracco. Evidentemente, però, in questo caso specifico non c'è alcun problema a lavorare per Expo.

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