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Cafolavori

Generazione S

L'ultimo libro di Michele Serra è riuscito non soltanto a superare la linea Gustav delle opere di Camilleri, ma è stato in grado di spodestare anche Volo. Però le sorprese finiscono qui.
4.12.13

Benvenuti nella rubrica letteraria dedicata a quegli attori, presentatori, musicisti e sportivi che a un certo punto della loro vita hanno deciso di scrivere un libro senza che nessuno glielo abbia chiesto. In questa puntata però recensiamo l’ultimo libro di uno scrittore di professione, giornalista, autore televisivo, fine umorista, romanziere, genio e presidente della repubblica: Michele Serra. Perché il suo ultimo libro, Gli sdraiati, ha tutte le carte in regola per essere primo tra i libri più venduti in Italia ma indovinate anche per cos'altro…

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Gli sdraiati, Michele Serra, Feltrinelli.

È successo un fatto strano. Nella classifica dei libri (un po’) più letti dagli italiani, ce n’è uno che è riuscito non soltanto a superare la linea Gustav delle opere di Camilleri, ma è stato in grado di spodestare anche Dante Volo. Fine del fatto strano. Perché il libro più venduto nel nostro Paese è ancora una volta un libro amaro: Gli sdraiati di Michele Serra.

“Fra burrasche psichiche, satira sociale, orgogliose impennate di relativismo etico” naufrago nelle stronzate della bandella rapito dai fuochi fatui del “romanzo comico”, del “romanzo di avventure”, convinto che questa sarà la volta buona in cui capirò da una copertina di-cosa-parla-il-libro. E invece niente: “una storia di rabbia, amore, malinconia.”

Il libro di Serra è “il piccolo monumento a una generazione che si è allungata orizzontalmente nel mondo,” gli sdraiati del titolo appunto. Che tradotto significa: “Ora ti smerdo a papà.”

I personaggi del libro sono due, lui e il figlio. E in 110 pagine, Michele riesce a rappresentarlo non soltanto come uno sdraiato, ma pure come er monnezza. Non c’è trama, “il romanzo” è tutto nello stile di Serra, talmente pomposo e aulico, che invece di far ridere ti uccide già alla pagina 13: “In cucina il lavello è pieno di piatti sporchi.” Ok, Michele adesso lo sappiamo anche noi, ma ti prego di cambiare discorso. “Macchie di sugo ormai calcinate dal succedersi delle cotture chiazzano i fornelli.” Chiaro, ci serve una bella pulita eh, ma la letteratura quando arriva? “Questa è la norma, l’eccezione (che varia in festosa sequenza) è una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico…” Ora basta.

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E quando cambia discorso è sempre la stessa storia: “Nelle vostre docce interminabili, dieci minuti, un quarto d’ora, scrosci d’acqua che basterebbe a irrigare un ettaro di deserto, nel bagno scintillante di luce.” A pagina 65 chiedo a mia madre se ha mai pensato di scrivere un romanzo.

Il figlio di Serra non parla, e il padre egocentrico non gli risparmia neanche una messa in mezzo: “Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso, con la mano destra digitavi qualcosa sullo smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti.” Spingendosi indecente fino agli aneddoti più imbarazzanti: “Lasci i tuoi peli nel bidè per motivi religiosi,” “Non preoccuparti per il water, penserò io a pulire le righe di merda!”

Per smuovere il figlio apatico cerca di coinvolgerlo in una passeggiata, pur sapendo che la sua promenade preferita “non supera i trecento metri (e come percorrerne di più con quelle scarpe di merda! Con quelle brache!). Si tratta dell’attraversamento di un parcheggio e di una rotonda tra il tuo chiosco favorito e la casa del tuo amico Pico o Bingo, anche lui con quelle scarpe di merda!”

Quello di Serra è uno sguardo crudo, soltanto nei confronti del figlio però. Mentre er monnezza dorme, lui: “nel frattempo ha già consumato quasi la metà della giornata: qualche bracciata in mare nella luce fresca delle otto, un po’ di spesa, lettura dei giornali, qualche mail, un paio di telefonate arretrate,” prima di trascorrere l’altra metà “con l’esigenza di condividere lo spettacolo della natura” o “a guardare la giornata che ci stregava con la sua luce nascente.” Quando il figlio si sveglia, Michele gli ricorda che “Del padre non ha che alcune attitudini. Per esempio quella, non trascurabile, di mantenerlo con il suo lavoro e la sua fatica.”

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Poi finalmente er monnezza parla: “Quando non ho voglia di stare in classe e il tempo è bello, spesso vado sul tetto a fumarmi una paglia e a guardare le nuvole.” E sarebbe stato meglio se avesse taciuto.

L’impressione che Serra in fondo disprezzi tutti i giovani mi viene leggendo il capitolo 10, il migliore del libro.

Entra in un negozio “Polan&Doompy” per “capire perché il figlio ha fatto una coda di tre ore per entrare in un negozio di felpe (in tre ore, camminando in montagna, si cambia vallata)” ci tiene a precisare in modo irritante. “I protagonisti del rito dell’avvento del Dio delle Felpe,” scrive con prosa attempata: “si chiamano Maggie, Stelly, Niko, Neffy, Frankie, Riko, Toffy, Paffy, Wally, Tinky, Lillo, Pussy, Lemmy, Preppy, Benny, addirittura Uolly” che si esprimono così: “ke se uno veste Polan & Doompy prima si capiva ke era stato a NY ora invece anke i tamarri possono farlo.” Neanche è entrato che già rompe il cazzo. È talmente prevenuto che si lascia andare pure a osservazioni classiste: “Ci sono l’Itis di Baranzate al completo e mezza ragioneria di Lissone a fare la coda” e non riesce a descrivere il suo stato d’animo alienato meglio di una similitudine con un “bisnonno bifolco che arrivava da Baranzate col birroccio.”

Alla fine del libro il ragazzo risponde al grido d’aiuto del padre, e accetta di fare una passeggiata con lui, per vivere sta maledetta “avventura insieme” sul Colle della Nasca. Michele è talmente contento che “le lacrime gli velano gli occhi.” Ma io non mi commuovo, perché Gli sdraiati è così intimista da non essere né un romanzo, né un saggio. Non è neanche una “lettera” come quella di Kafka, è più come un “post-it” da appendere vicino allo scarico del cesso di casa, in cui si legge: “Lo sappiamo tutti che ce l’hai grosso, ma adesso piscia dentro.”

Segui Matteo su Twitter: @stai_zitta

Nella puntata precedente: Ingratitude, Jovanotti

Thumbnail via International Journalism Festival - Flickr.