Sono andato a tutti gli eventi a cui mi hanno invitato su Facebook per una settimana

Per un'intera settimana ho preso parte a tutti gli eventi a cui i miei amici mi avevano invitato su Facebook nei giorni del Fuorisalone di Milano, fra uomini in giacca e cravatta che leccavano tavolette di legno e hostess vestite da Venere del Sapone.

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apr 18 2016, 9:02am

L'autore, assopito su uno dei tanti pezzi di design a cui è stato sottoposto durante la settimana.

Dimostrazioni gratuite di pilates, spettacoli di marionette, degustazioni di vini biologici di derivazione sumerica, inaugurazioni: non importa se tra i vostri amici ci sono prevalentemente organizzatori di serate, studenti di filosofia con velleità poetiche o cinquantenni che fanno volontariato al canile—ogni settimana su Facebook qualsiasi utente riceve dai dieci ai 100.000 inviti a eventi. Di questi, solo una minuscola parte si rivelerà vagamente attinente ai vostri interessi, e quasi nessun evento di questa minuscola parte vi vedrà comunque presenti nella vita reale.


Di fronte alla mole di inviti le possibili risposte sono fondamentalmente due: ignorare tutto, oppure confermare indiscriminatamente la partecipazione per poi fare come se questi eventi non fossero mai esistiti. Quanto alla percentuale di persone in grado di passare in rassegna gli inviti e selezionare solo quelli interessanti, è così statisticamente irrilevante da non meritare attenzione.

Nella mia personale storia con Facebook, per esempio, lo slalom alla notifica era una realtà così comprovata che pensavo avrei ricevuto una teca zeppa di medaglie per la costanza. Almeno fino a una settimana fa, quando ho deciso di ribaltare interamente il mio approccio versi gli inviti a eventi su Facebook.

Per chi ha Facebook ma conosce poco Milano, basti sapere che l'amplesso tra i due raggiunge il punto più acuto durante il Salone del Mobile, quando il Fuorisalone trasforma ogni metro quadrato adibito a uso commerciale in terreno fertile per manifestazioni a tema e i giochi di parole sono talmente ispirati da arrivare a concepire cose come il "Fuorisalume".

Inizialmente, come molti altri milanesi, avevo diligentemente glissato tutti gli inviti ricevuti e pensato di barricarmi in casa. Ma poi mi sono detto, perché non essere per una volta propositivo? Perché non vedere cosa sarebbe successo se avessi davvero accettato tutti gli inviti ricevuti su Facebook e poi mi ci fossi anche presentato? E perché non farlo proprio nella settimana del Fuorisalone?

A partire da lunedì scorso ho quindi iniziato a cliccare parteciperò a tutti gli eventi Facebook a cui ero stato invitato, legati o meno al Fuorisalone, con due sole regole: solo inviti a Milano, e ogni giorno in una zona diversa della città. È stato solo in un secondo momento che ho realizzato la gravosità del compito in termini di programmazione, distanze, imprevisti e autonomia fisica. Avrei dovuto starmene zitto. Ma ormai era troppo tardi.

Martedì

Nonostante le preoccupazioni iniziali, il primo giorno ero entusiasta e fiero di me. Avevo il mio personale schemino degli eventi in mano, e mi sentivo tutto sommato speranzoso. La prima cosa da dire è che, a differenza di quanto pensavo, trovare eventi non legati al Fuorisalone è stato complicatissimo: in questa settimana tutto può diventare design. L'hamburgeria aggiunge un panino al menù? Milano Hamburger Design Week! Apre una nuova cartolibreria? Milano Cellulosa Design Week! Una prozia si opera al femore? Milano Osteoporosi Design Week!

Per iniziare al meglio ho pensato di avviare la giornata con l'evento più vicino casa, alla Basilica di Sant'Ambrogio. Durante i mie sei anni di permanenza a Milano ero spesso passato di lì, ma non ci ero mai entrato, e questo ha inciso non poco sulle mie possibilità di collocare l'evento: dopo aver girato a vuoto tra le panche in cerca di design, l'ho trovato nel cortile. Per la precisione, davanti a un fiore di latta mastodontico. "È uno smarflower, ogni petalo è un pannello solare," mi ha detto Giada, una delle tante hostess che stazionano nei vari eventi. La mia espressione perplessa deve aver turbato le sue certezze, perché ci ha tenuto ad informarmi che "già lo ha comprato una scuola in Svizzera."­ All'evento in sé non c'era nessuno: solo orologi, lampade e strani ammennicoli di legno che avrebbero dovuto ispirarsi al Vastu—lo "yoga della casa"—ma che sembravano appena usciti da una catena di montaggio del capitalismo.

Forse non era proprio la zona giusta per iniziare. Deciso a non mollare, mi sono diretto nelle zona delle zone della Desing Week: via Tortona. Durante il tempo che ho impiegato per attraversare il ponte che serve per accedervi, dall'altra parte del mondo la gestazione di un pachiderma è iniziata e finita. Qui però c'era finalmente gente. Troppa. Tanto che, quando mi hanno raggiunto alcuni amici, la mia coinquilina mi ha detto: "Certo che hai proprio delle idee di merda quando ti ci metti." Ma il mio programma di giornata era ferreo: cinque eventi, tre installazioni, due presentazioni e, se rimaneva tempo, un pediluvio.

Abbiamo fatto sì e no cento metri all'ora, acceso degli alberi artificiali che si illuminavano una volta assorbita la torcia del cellulare, siamo passati in un locale a vedere giovani designer scorrere slide di progetti e abbiamo provato un "beauty aperitivo"—che in sostanza consisteva in un parrucchiere con quattro taralli e caramelle all'ingresso. Almeno abbiamo bevuto gratis.

Si era fatto buio, ma avevo ancora una lista infinita e l'adrenalina in corpo. Ho gridato: "Il prossimo evento è da questa parte!" Dopo aver ricevuto alcune velate minacce ed essere stato preso con la forza, ho mediato per cenare a uno dei miei eventi: la Eat Urban Design Week, un parco pieno di baracchini ambulanti vicino al carcere di San Vittore. Lì ho speso 10 euro per della carne spacciata per argentina e delle patate dolci dentro un contenitore di carta grande quanto un misurino del Dash e ricevuto quattro fanculo alla mia pregante richiesta di compagnia per il giorno successivo.

I miei amici avevano già mollato, ma io non ne avevo intenzione: stress, folla isterica e dolori muscolari potevano indurmi a rinunciare, ma avevo davanti a me una lista di eventi distribuiti su cinque giorni, e non avevo intenzione di perdermene nemmeno uno.

Mercoledì

Tutto sommato, nonostante le lamentele dei miei amici, la prima giornata non era stata poi così insopportabile, quindi ho iniziato il secondo giorno con più entusiasmo. Soprattutto perché sapevo che quel sera mi aspettava uno degli eventi più importanti della settimana: il party in Piazza Affari. In base al mio programma, poi, l'evento sarebbe arrivato in coda alla prima Design Pride della storia—anche se non sapevo cosa volesse dire, magari un giorno avrei potuto raccontarla ai miei nipotini designer svizzeri decostruttivisti.

Uscito in anticipo dall'ufficio ho preso un tram, la metro e sono arrivato a Brera pronto per la mia giornata più posh. Mi sentivo un po' in soggezione in mezzo a tutte quelle giacche, cravatte, messe in piega a parrucca e botulini passeggianti, ma il primo evento a cui ero stato invitato, il WOOD TASTING, mi sembrava piuttosto insolito, e volevo capire cosa significasse "godere della bellezza e della varietà di legni toccandoli e degustandoli, attraverso un percorso sensoriale." Entrato nel negozio, l'ho afferrato subito. Quei signori e signore rispettabili di cui parlavo prima erano tutti proni su tavolette di legno per tastarne le fragranza. Poi, una di loro ne ha leccata una e hanno smesso di sembrami così chic.

Eppure era anche quello lo scopo del mio esperimento: partecipare a TUTTI gli eventi Facebook a cui ero stato invitato significava entrare in contatto con persone appartenenti alle categorie più svariate, e anche un modo per farmi un'idea più precisa del tipo di aspettative che ognuno di loro nutriva rispetto agli eventi a cui prendere parte: dove sceglie di andare il tizio impomatato che indossa solo ascot e sciabola bottiglie di Krug? A leccare tavolette di legno, si direbbe. E la mia vicina di casa che mangia soltanto alimenti prodotti biologicamente dai contadini della Bolivia? Esiste un evento che riesce ad integrare questi due mondi? Ero curioso di scoprirlo.

Tutto questo entusiasmo si è però infranto contro la dura realtà: il cellulare si era scaricato, e con lui avevo perso anche il mio programma. Nella marea di eventi con metafore e sinestesie ricordavo solo un nome: il Fuorisapone, un "cocktail blu", con "performance teatrali e aperitivo all'interno dello Showroom." Appena arrivato, mi sono fiondato sul buffet. D'altronde, c'era chi stava lavorando per davvero: in mezzo a rubinetti e vasche idromassaggio si aggiravano una ragazza con una testa a pesce, un'altra in accappatoio che cantava in una doccia espositiva, un omino vestito interamente di blu (un trucco scenico piuttosto sottile per ricordare l'acqua), e una Venere del sapone. Ho provato a parlare con lei, ma mi sa che per contratto non ha potuto rispondermi. Dopo aver ricaricato il cellulare in un negozio che presentava camerette di lusso per bambini, mi sono diretto alla partenza del Pride.

"Faccio quattro domande del cazzo e me ne vado il prima possibile," mi ha detto una giornalista con un microfono in mano, mentre mi trovavo in mezzo alla parata. Avevo intuito che per lei e per gli attori in costume incontrati prima si trattava di un obbligo, di lavoro, ma non riuscivo ancora ad afferrare perché tutta la gente lì e altrove si ostinasse a presenziare a oltranza. Quanto all'orgoglio del design, anche quello non mi era chiarissimo: la parata era colorata, con i carri, pensata nei minimi dettagli. In pratica, sembrava di essere in un paesino del Sud durante il Carnevale, solo con qualche cartello e famosetto in più.

In Piazza Affari, migliaia di persone sono arrivate a poco a poco da ogni direzione e a infoltire la ressa all'open bar sotto il Terzo dito di Cattelan. Quando ha iniziato a piovere, la gente ha continuato a ballare sotto la pioggia, e quando ha smesso si è accalcata di nuovo all'open bar. "Siamo venuti tutti qui per questo, chi prima chi dopo," mi ha detto un ragazzo mentre facevo la fila per il mio secondo drink. Nessun obbligo quindi, la risposta era molto più semplice: alcol gratis. Ma dato che nessuno era riuscito a spiegarmi il significato della parata, l'ho chiesto a Vittoria Cabello, sorta di madrina del Pride. "Perché no? Fieri di essere design, l'orgoglio del design." Pensavo che almeno lei lo sapesse, e invece.

L'autore in compagnia di Victoria Cabello.

Giovedì

Iniziavo a provare sentimenti contrastanti: da un lato l'acido lattico mi incitava a mollare, dall'altro le notifiche push mi spronavano a continuare. Armato di Voltaren, Red Bull e caricatore portatile sono tornato a Brera per finire quello che avevo iniziato il giorno prima.

Il mio primo evento prometteva "tappeti e carte da parati che volano in un percorso unico." Ricordandomi della degustazione del legno, non ho dato nulla per scontato. Ma per fortuna, quando sono entrato, in una sala vuota, si trattava solo di cadaveri attira polvere appesi al muro. Arrivato al secondo evento, invece, mi si sono parati davanti oggetti bizzari, manichini e video di forme astratte e snodabili. Il sottotitolo dell'evento poneva la mia stessa domanda: "What's the matter?" Quindi ho chiesto chiarimenti a due ragazze. Kelly e Marsha erano straniere, e studiano design allo IED. "Non ne abbiamo idea, sono tanti designer che espongono insieme, però è tutto molto bello, è stato un piacere conoscerti," sono state le loro risposte in breve. Le stesse che come un respingente mi hanno scaraventato verso Porta Venezia.

Kelly e Marsha.

Nella scala dei quartieri fighi di Milano, Porta Venezia lo è molto più di Tortona. Ma non alla Design Week, a quanto pare. Mentre al primo evento a cui ero stato invitato erano stati buttati lì quattro oggetti senza utilità, l'installazione promessa nel secondo era in realtà un semplice sgabuzzino dove gli invitati potevano farsi scattare una foto. Tralasciando la questione delle zone, mi sono dovuto arrendere all'evidenza che già mi si era presentata nelle prime ore: in realtà, la maggior parte dei presunti eventi del Fuorisalone non sono altro che negozi spacciati come "qualcosa che accade in un certo punto ad un certo momento," nonostante continueranno a rimanere aperti anche dopo.

Per fortuna il mio programma prevedeva un diversivo, il primo dell'esperimento e il più lontano dal design che potessi immaginare: l'"aperiselfie" di Matteo Salvini. Un evento in cui tutti i fan del Segretario della Lega avrebbero potuto fare un selfie con lui. In generale una situazione del genere l'avrei detestata, ma avevo bisogno di stare in mezzo a gente che credesse in qualcosa—anche agli articoli di Libero. Quindi, quando mi è stato proposto di andare a fare delle foto ho accettato subito. Al contrario dei musi misti a tedio in giro, infatti, i partecipanti erano davvero entusiasti di essere in quel pub e io—carico di speranze—sono ritornato ai miei eventi targati design.

L'ultimo della lista era il party all'interno della Triennale di Milano. L'atmosfera riecheggiava di centro commerciale al primo giorno di saldi, solo con la musica in più e le statue di De Chirico accanto. Ero contento: finiva alle 22 e sarei potuto tornare a casa presto. Ma tutta la propositività salviniana accumulata precedentemente è scemata subito. Quando ho incontrato alcuni conoscenti e chiesto se avessero visto un po' di roba interessante, più o meno la risposta è stata questa: "Del design non importa a nessuno, neanche dei negozietti, si fa un giro e si scrocca quello che si può."

Ho provato un po' di fastidio, ma probabilmente erano solo i tagli ai talloni causati dalle scarpe.

Venerdì

Al mio risveglio speravo che gli ultimi tre giorni fossero stati un incubo. La sola idea di dover prendere un altro mezzo di trasporto per scarpinare da un evento all'altro mi disgustava. Così ho pensato di tornare in Tortona a piedi, evitando il ponte e prendendo una parallela.

Nonostante fossi alquanto compiaciuto di aver afferrato il livello successivo di Google Maps, ho capito quanto fosse disastrato il mio aspetto solo quando una hostess, dopo aver esaurito i tentativi di salutarmi, mi ha chiesto se stessi bene. Eravamo in una sorta di oasi piena di palme e fenicotteri di plastica, sopra una rotonda stradale al centro della via, dove la gente si faceva scattare una polaroid per poi poter ritirare un "premio" nello store dello stesso noto marchio di abbigliamento che aveva addobbato lo spartitraffico.

Le fiumane di gente convergevano da ogni angolo, tanto che ho cercato presto riparo all'evento successivo: si trattava della presentazione di una moleskine speciale su cui ciò che scrivi può essere visualizzato al computer. Quanti eventi avrei potuto annotare sulla mia agenda? Come avrei potuto sfruttare le potenzialità di un simile dispositivo per raggiungere l'ubiquità? Avrei ancora partecipato a un evento nella mia vita? Ma cos'era, in realtà, un evento?

Iniziavo a non distinguere più i volti, e preso dallo sconforto sono finito a un evento Ikea al secondo piano di un edificio. Ho passato tutto il tempo su una poltrona a osservare le persone che entravano, tentando di abbozzare una previsione della permanenza media di ognuno sulla base dell'espressione sulle loro facce all'ingresso. Il mio studio antropologico è stato interrotto dalla chiamata dei miei amici, che mi aspettavano in zona, all'ingresso del Base, per un concerto Elettro Swing. Della serata mi ricordo però solo di aver detto "mi riposo a quel tavolo un attimo," mentre gli altri hanno continuato a ballare. Alle quattro del mattino mi hanno svegliato e siamo tornati a casa. A piedi.

Sabato

Quando sono arrivato nel distretto di Lambrate dopo pranzo, ho capito che i visitatori della zona erano davvero quelli più interessati al leitmotiv per cui ogni anno è riproposta questa settimana. Gli oggetti di design, per la prima volta, erano ovunque. Panche inutilizzabili con delle frange anti-seduta, sedie a molla, portaombrelli a forma di pellicano.

Alcune creazioni erano anche fin troppo complicate. Per dirne una, le pattumiere del Fuorisalmone—tre loft pieni dei "migliori prodotti eco-sostenibili presentati da interessanti giovani designers"—presentavano così tante opzioni da confondere chiunque avesse preso tre oki prima di uscire e desiderasse semplicemente gettare il pacchetto di sigarette nel settore esatto. Tipo me.

Dopo aver scarpinato in un casermone immenso pieno di opere tutte un po' simili, la certezza delle mie supposizioni—la supremazia di questo quartiere—è arrivata a Ventura 14, dove i ragazzi di diverse scuole del mondo presentavano i loro progetti.

Panche e sedie avevano già perso il loro appeal, quindi mi sono fermato a osservare della curiosa pelle morta stessa come un calzino qualunque. Charlotte, studentessa dell'Art Academy di Utrecht, mi ha spiegato che si trattava di "derma di medusa," e che stava cercando il modo di trasformalo in un "tessuto perfettamente utilizzabile" per la moda.

Manuel, uno studente della Sapienza di Roma, mi ha invece spiegato di aver creato un marchingegno che permette ai sordomuti di poter comporre musica, attraverso lo sfregamento e la produzione di vibrazioni. L'effetto sarebbe un po' come quando organizzano quegli eventi dove c'è il silenzio più assoluto ma tutti si dimenano con le cuffie addosso. Solo che in questo caso avrebbe senso.

Charlotte.

Alla sera, all'ennesima fila per un open bar in Tortona—stavolta sponsorizzato da una casa automobilistica giapponese—mi sono reso conto che almeno un obiettivo l'avevo raggiunto: quei due ragazzi mi avevano fatto capire lo spirito degli eventi di Facebook del Fuorisalone. Crearli è un po' come avere a che fare con il derma di medusa; quando lo crei e inizi a invitare i tuoi amici hai delle aspettative, ma il gran giorno scopri che ha l'aspetto di un guanto di plastica marcescente e allora ci infili la moda. O il design, appunto.

Domenica

Appena sveglio il termometro segnava 38.2. Questo significava due cose: 1. Che sono una mezza sega e 2. Non sarei riuscito a completare il mio listone degli eventi. In realtà non sapevo se esserne affranto o felice.

Per tutta la giornata ho cercato di partecipare virtualmente al Fuorisalone seguendo hashtag, dirette live e architettando un sistema che tramite un appendiabiti mi permetteva di avvicinare a me tutto ciò di cui avevo bisogno senza alzarmi dal letto. Design.

Ma mi sentivo in colpa, tremendamente in colpa nei confronti degli eventi a cui avevo confermato la mia partecipazione senza poi presentarmi. Mi aspettavano, erano lì per me. Quindi, verso mezzanotte, imbottito a sufficienza di pillole, sono uscito per un "closing party" vicino casa. Si è rivelato l'ennesimo bar coi drink a pagamento e quattro lampade esposte, nessuna bella quanto l'abat-jour non funzionante a forma di nano lasciatami in eredità dal coinquilino precedente.

Alla fine di questa esperienza il bagaglio che le dinamiche a cui ti sottoponi accettando di partecipare ad ogni evento Facebook mi hanno lasciato è piuttosto caotico: in una sola settimana ho incontrato più gente di quanto non ne abbia vista negli ultimi tre anni, ma il più delle volte mi sono aggirato completamente da solo per spazi espositivi e aperitivi quasi impossibilitato a interagire, ho imparato che l'arte di arraffare cibo e bevande è un talento quasi naturale,di cui non sono purtroppo dotato, ma soprattutto che l'infinità possibilità di scattarsi selfie inutile è superata soltanto dal numero di concept che si possono studiare per manifestazioni che si riducono a un paio di tavolette da leccare, e a una tizia che balla da sola in una doccia espositiva.

Aveva ragione sin dall'inizio la mia coinquilina: certe volte ho proprio delle idee di merda.

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