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Confessioni di uno scrittore fallito

Ho iniziato a scrivere il mio primo libro il 4 ottobre 2010. Tre anni e mezzo dopo non ho concluso un granché, ma ho capito quello che avrei dovuto capire ancora prima di cominciare.
07 maggio 2014, 10:41pm

L'autore alla sua festa d'addio, la notte prima di lasciare l'Irlanda per la Germania.

4 ottobre 2010: In Iraq, un giornalista del canale di proprietà statunitense Alhurra viene ucciso da un ordigno piazzato sotto la sua macchina. Prima di lui, e sin dall'invasione americana nel 2003, almeno altri 230 giornalisti avevano perso la vita. Il 99 percento di questi assassinii non ha ricevuto copertura mediatica adeguata.

4 ottobre 2010: Sul mio MacBook nell'Irlanda del sud sto scrivendo la pagina iniziale di quello che ho deciso sarà il mio primo romanzo. Ho registrato la data nella Moleskine marrone che uso come diario. Ho 23 anni e scrivo da tre. Anche se probabilmente non sono sufficientemente qualificato per scrivere un romanzo, penso che stando seduto alla scrivania abbastanza a lungo succederà. Finora ho scritto poesie e racconti brevi, e sono stato pubblicato da qualche rivista minore. Nonostante questo, ho paura di essere solo una caricatura di altri scrittori ben più talentuosi.

Sto cercando di romanzare la mia infanzia—e con questo intendo renderla più interessante—perché gli scrittori che mi ossessionano sono per la maggior parte autobiografici: Jack Kerouac, Geoff Dyer, Henry Miller, Marcel Proust, James Joyce. Sono convinto che il modo migliore per esprimersi nella letteratura sia attraverso la narrazione in prima persona e l'uso della parola IO. Tutti gli altri stili mi annoiano, e mi sembrano una scappatoia per evitare una delle principali fonti d'ispirazione: la propria insicurezza. In più non ho avuto una bella infanzia e credo che scriverci un libro mi aiuterebbe a saldare il conto e giustificare il trauma di averla vissuta.

Sto con una ragazza fantastica, ma oltre a questo il mio unico interesse sono i libri. Leggo giorno e notte, e non riesco a immaginare cosa potrei fare della mia vita se non scrivere. Dato che non ho entusiasmo per qualsiasi altra cosa ho paura di fare un lavoro normale, perché so che il disgusto per me stesso mi logorerebbe fino al suicidio. Passare la vita a fare qualcosa che non mi renderà orgoglioso mi sembra illogico.

Non ho soldi, vivo con mio padre, e passo la maggior parte del tempo chiuso in una camera non areata circondato da fogli incasinati, tazze di caffè vuote e libri che sto cercando di non plagiare. È il 4 ottobre 2010 e l'11 giugno 2011 la mia ragazza si laureerà, pronta a intraprendere quella che, sospetto, sarà una grandiosa carriera. È intelligente, motivata e tutto quello che non sono io, quindi devo tenere il passo riuscendo a combinare qualcosa con il mio romanzo. Devo finirlo e riuscire a venderlo. La scadenza che mi sono dato è ovvia: 11 giugno 2011.

Tutti i miei amici dicono che sono cinico, ma ho deciso di essere ottimista almeno in una cosa—credo a tutte le storie che ho letto sugli scrittori esordienti. Dalla fine degli anni Novanta, pare che 500 mila dollari siano una somma normale per uno scrittore con un certo potenziale. Per L'accordatore di piano Daniel Mason ha ricevuto 1,2 milioni di dollari,_Hari Kunzru (_L'imitatore)500 mila, Arthur Phillips (Praga) 475 mila_,_ mentre per Ogni cosa è illuminata Jonathan Safran Foer ne ha ricavati 500 mila—più 925 mila per i diritti di pubblicazione in edizione tascabile. Ho letto che il caso dell'anticipo dato a Foer ha ricevuto talmente tanta attenzione che ora gli editori lo considerano uno strumento di marketing.

Mi chiedo quale sia la differenza tra quegli scrittori e me, e anche se è ovvia—o arrivano da università prestigiose (Harvard, Princeton) oppure, nel caso di Kunzru, sono editor di WIRED—mi illudo che non esista. Se è successo a loro, può succedere anche a me.

La scrittura del libro mi dimostra che ho torto. Ogni giorno porta con sé cambi di rotta, cancellazioni, mancanza di energia, depressione e la costante minaccia di distruzione. Quanto spesso posso far dondolare il file sopra il cestino, quanto spesso posso strappare le pagine per poi rimettere tristemente insieme i pezzi, quanto spesso posso starmene lì—tra le pagine, i libri, le tazze di caffè—e chiedere a me stesso, “Che cazzo sto facendo?”

Vomito una prima bozza nel giro di cinque mesi, e poi passo i giorni successivi a fare avanti e indietro nella mia stanza, senza dormire, arrivando alla conclusione che quello che ho è una merda. È un caos confuso e pieno di autocompiacimento, e se davvero ho qualcosa da dire, è sepolto sotto una tale quantità di battutacce e giri inutili che è impossibile scovarlo. Serve una revisione brutale.

La prima sera in Germania.

Ovviamente il piano di terminare il libro prima della laurea della mia ragazza è irrealizzabile. Poi, due giorni dopo la laurea, lei mi incasina ulteriormente trovando lavoro in Germania. Sono terrorizzato e vedo passarmi davanti agli occhi tutti i motivi per cui le cose potrebbero andare male—ci perderemo, finiremo sul lastrico, saremo continuamente scambiati per turisti. Piango e urlo, finché qualche giorno dopo mi rendo conto che, a prescindere da quanto me la faccia sotto, non potrei stare in pace con me stesso se le sbarrassi la strada. Raccogliamo la nostra roba, quattro valigie giganti, e poi eccole là, che vengono verso di noi sul nastro di un aeroporto tedesco—una piena dei libri di cui penso di aver bisogno per finire il mio.

Adesso i soldi sono una preoccupazione concreta, quindi sono costretto a trovarmi un lavoro come insegnante di inglese. Lo stipendio è buono, ma mi disturba fare qualcosa che non sia scrivere. Il nostro contro corrente si rimpolpa, ci sentiamo molto più calmi e sicuri, ma in fondo al cuore—adesso che è gennaio, mentre fuori la temperatura è sotto lo zero e il sole si vede a malapena, e io sono su un autobus verso l'aeroporto per insegnare agli ingegneri la sconfinata differenza tra “due to” e “because of"—preferirei essere di nuovo in Irlanda, un alienato disoccupato senza un soldo, se ciò significasse poter scrivere di più.

In Irlanda sognavo di realizzare il mito dello scrittore. Bere, drogarsi; volevo vivere di giorno e scaricare la mia esistenza sulle pagine di notte. Come Miller, come Kerouac. L'unico problema, a parte confondere la vita con l'alcol e la droga, era che non avevo soldi. Vivevo in gabbia, senza capire dove mi avrebbe portato quel tipo di vita. Adesso però posso permettermi tutti i drink e le droghe che voglio, ma tra l'insegnamento e il libro non ho il tempo di usufruirne.

Continua nella pagina successiva.

L'autore con la sua ragazza in Germania.

Il romanzo mi sembra più che mai una via di fuga. Sono uno scrittore solo a sprazzi, tra una lezione e l'altra, tra la cena e il momento in cui crollo per lo sfinimento, alle 10. Sono meno artista io di quei vuoti tipi in giacca e cravatta che si trascinano in giro con una cartella malconcia e sfiniscono di parole uomini d'affari così che il commercio internazionale possa filare liscio. Inoltre ho letto più Mann, Nietzsche e Böll di tutti questi tedeschi messi insieme.

Anche se cerco di evitarlo sono dolorosamente consapevole di quello che è stato scritto prima; ci sono stati tanti libri così grandiosi che ho paura di fare qualcosa di mediocre. Disperatamente alla ricerca di originalità, rimaneggio il romanzo quattro o cinque volte, buttandoci dentro foto, citazioni dal mio diario, testi di canzoni, estratti dai libri che coprono la mia scrivania. Ho anche scritto un testo di 50 mila parole sul mio romanzo, sui romanzi in generale, sui social media, amici e famiglia, vita e morte, la disperazione di doverlo vendere, tutto inserito nella mia infanzia romanzata. Sono stufo della finzione nella letteratura contemporanea, e voglio abbattere il muro tra lettore e scrittore mettendo nero su bianco il processo di scrittura. Perché trattenermi quando, con il lavoro che mi prende la vita, potrei non avere altre occasioni di scrivere un secondo libro?

Scrivere mi insegna molto: equilibrio, ritmo, come comporre una frase chiara, come smettere di essere così arguto. Nell'estate del 2012, a quasi due anni dalla prima pagina, il libro è pressoché finito. Ho l'impressione che la mia vita stia procedendo, come un'onda che monta e che cavalcherò in direzione di una una vittoria sicura. Ad alimentare ulteriormente le mie speranze c'è il fatto che la mia ragazza si è trovata un lavoro a Dublino, un lavoro migliore, e ci trasferiremo. Sembra tutto perfetto—torneremo in Irlanda, lascerò il lavoro, venderò il libro, e dopo due anni di sforzi, senza contare una vita di difficoltà, la realizzazione potrà finalmente arrivare.

Completo il libro il giorno dopo essere tornati a casa, il 29 luglio. Passo i due due mesi successivi a mandarlo a centinaia di agenti e a tutti gli editori che accettano manoscritti. Spendendo bei soldi in inchiostro, carta e francobolli, i miei giorni passano tra il controllo delle mail, viaggi all'ufficio postale e perlustrazioni in rete alla ricerca dei dettagli di qualsiasi agenzia provvista di un indirizzo.

Una pagina a caso del manoscritto.

Ricevo decine di rifiuti ma i più non rispondono. Tutti quelli che si fanno vivi dicono la stessa cosa: mi piace, ma non credo venderebbe. Dopo qualche mese sono costretto ad accettare che il mio libro non sarà comprato, né per 500 mila dollari, né per il prezzo di un tascabile di seconda mano. Sono devastato. Cosa sarà di me ora che il mio fallimento è ufficiale?

Credo che il mio libro sia decente e in parte anche originale, e se non è il grande anticipo che desideravo, magari almeno un posto in uno scaffale o come zeppa per la gamba del tavolo se lo merita. Ho un debito con i classici—per il resto, quando si tratta di letteratura contemporanea, a parte una manciata di autori come Dyer, Jonathan Lethem, Teju Cole e Ben Lerner, non sono colpito. Analizzando la lista dei premi non vedo altro che noiose, estrose opere bidimensionali, per la maggior parte roba storica.

Al mio libro non è stata data una vera possibilità. Non è una gran vergogna dato che, oggettivamente, è probabile sia una merda. Ma i libri migliori devono essere sempre rifiutati per non essere commerciali. Dicono che la letteratura sta morendo, e che la colpa è la tecnologia—la TV e internet riducono la soglia di attenzione—ma questa spiegazione non è quasi offensiva per chi prova a leggere e non riesce, chi è annoiato dai libri, chi ha bisogno di un legame emotivo più profondo di quello che chi pubblica sa darci? Forse la letteratura sta morendo non per colpa della tecnologia, ma perché non ci si sforza più, con un'industria di autorucoli che scrivono solo quello che gli editori pensano possa vendere.

È l'inizio del 2013 e, dopo aver guardato molto fuori dalla finestra, sono pronto ad andare avanti con la mia vita. “Sii fiero di te stesso,” mi dico, “due anni fa non pensavi di finirlo, tantomeno di raggiungere un livello di cui potessi ritenerti soddisfatto. Anche se non hai ottenuto nulla, forse hai capito qualcosa: hai imparato come scrivere un libro, sebbene fosse un libro invendibile.”

Mentre scrivevo sono cambiate molte cose: mi sono lasciato dietro l'Irlanda, mi sono trasferito in Germania, e poi sono tornato a casa. Ma, malgrado tutto, il mio atteggiamento nei confronti della vita è rimasto lo stesso. Ho visto la Germania, l'insegnamento, e l'amarezza che sentivo è la stessa che sentivo in Irlanda, la povertà e l'alienazione di stare tutto il giorno chiuso in camera. Ho scoperto una vita che, proprio perché dolorosa, dava credibilità al mio lavoro. Ero ottimista su due cose: non solo credevo alle storie lette sui primi romanzi, ma credevo davvero che, nel leggere il mio libro, un editore avrebbe tenuto conto di quanto avevo sofferto per scriverlo.

Solo con quest'idea morta e sepolta c'è stato un cambiamento di prospettiva. Ho accettato, prima di tutto, che il fatto di aver sofferto non è importante—agli editori non interessa—e che, secondo, scrittori come Kunzru e Foer non sono solo eccezioni alla regola ma che possiedono credenziali che il termine “scrittore esordiente” non implica necessariamente. Nessuno avrebbe scommesso su scrittori senza un minimo di fama o usciti da prestigiose università, fatta eccezione per casi straordinari. Era importantissimo ideare un piano in modo che, una volta recapitato il mio prossimo libro sulla scrivania di un editore, questi sapesse già chi sono.

Di che piano parlo? Scrivere articoli come questo e pubblicarli su internet.

29 aprile 2014: Sono a metà del mio secondo libro.

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