Cosa pensava Douglas Adams della vita artificiale nel 1997

Buon #TowelDay a tutti, festeggiamo con questa intervista del 1997 in cui il buon Douglas parla di tecnologia, evoluzione e odio per i sistemi finanziari.
Giulia Trincardi
Milan, IT
25.5.16

Il 25 maggio ricorre l'anniversario del Towel Day, una giornata dedicata a Douglas Adams, autore noto soprattutto per il libro Guida galattica per autostoppisti, opera nata all'inizio come programma radiofonico nel 1978 e che è poi stata adattata in diverse forme. La più popolare è la versione cinematografica del 2005, che ha consacrato lo status dell'opera a capolavoro fantascientifico-surreale anche per le generazioni più recenti.

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Il Towel Day prende il nome dallo strumento più importante—secondo la Guida Galattica—da avere con sé quando si viaggia su e giù per l'universo: un asciugamano.

Guida galattica per autostoppisti, però, non è semplicemente un prodotto pop; per quanto sia estremamente godibile, l'opera di Douglas Adams racconta ai lettori niente di meno che l'assurdità dell'universo, ricordandoci di ridere dell'amaro svantaggio proporzionale che c'è tra noi e la sua vastità. L'intera dinamica della storia è costruita sul concetto che l'esistenza stessa del nostro pianeta sia la (non)risposta alla domanda fondamentale sul perché di tutte le cose. Esistiamo—, il fatto che esistiamo non ha alcun senso e per questo non ha alcun senso che qualcuno chieda perché esistiamo, sembra dirci Adams.

"In principio fu creato l'universo. Questo ha fatto arrabbiare parecchia gente, ed è stato considerato dai più una mossa sbagliata."

Ad Adams, insomma, dobbiamo più di qualche ora di grasse risate, o, meglio, gli dobbiamo il fatto di averci saputo far ridere su temi a dir poco fondamentali. Nonostante i suoi libri siano ambientati nei meandri più strani del cosmo, gli argomenti che trattano sono tutt'altro che lontani: sono metafore brillanti sul surrealismo della vita, sulla goffaggine delle relazioni umane, sui nostri limiti conoscitivi e—ovviamente—sul nostro rapporto con la tecnologia.

In un'intervista del 1997 realizzata da Andy Taplin e pensata per essere inserita in un video per CyberLife (l'azienda che si occupava di vita artificiale negli anni Novanta e che ha sviluppato il gioco Creatures), Douglas Adams parla del rapporto tra l'uomo e la tecnologia, in particolare quella relativa alla vita artificiale. L'intervista è particolarmente intensa e permette di indagare il punto di vista di un autore di fantascienza sul corrispettivo reale di ciò che nei suoi romanzi è soprattutto metafora delle vicissitudini umane. Il robot Marvin è dotato di un'intelligenza artificiale troppo vasta e per questo è depresso. Ma cosa pensava Adams della vita e dell'intelligenza artificiale in un momento storico che, per quanto carico di aspettative, non poteva forse ancora immaginare i prodigi a cui assistiamo noi oggi? Quanto di quello che pensava può essere considerato ancora attuale?

Già dalle prime battute, si intuisce come Adams fosse scettico nei confronti degli aspetti più ossessivi dell'interesse umano per la tecnologia: "Siamo ancora convinti di poter ingegnerizzare qualcosa che sia meglio della vita, perché pensiamo che la vita sia un disastro, solo disordine" dice all'inizio del video, "Quando ci renderemo finalmente conto che è ovviamente quella componente disordinata che è infinitamente flessibile, infinitamente riproducibile, infinitamente capace di evolversi, ad essere dotata di poteri incredibili—cui l'ingegneria non ha ancora neanche iniziato ad approcciarsi—allora dovremo davvero rapportarci più umilmente con ciò che costituisce la vita."

Adams prosegue parlando dell'enorme apporto dato dall'informatica al modo in cui facciamo scienza, dicendo che non si tratta semplicemente di un contributo, ma di una vera rivoluzione. "Prima dei computer, ciò che facevamo era scomporre qualcosa per capirne il funzionamento," mentre i computer ci permettono di comprendere quello stesso funzionamento "mettendo le cose insieme."

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La comprensione di un funzionamento "rende un'esperienza molto più interessante," dice, criticando l'idea romantica che non si possa indagare la natura dei fenomeni, in particolare di quelli artistici. La differenza fondamentale tra noi e gli altri animali, ricorda Adams, è il fatto che abbiamo iniziato a usare strumenti. La sua riflessione verte sul fatto che l'uomo abbia modificato l'ambiente in base alle proprie necessità, e per questo, in un certo senso, abbia preso in mano il proprio destino evolutivo. "Siamo creature del cambiamento" dice verso metà dell'intervista, "questo continuo cambiamento ci ha portati a una comprensione sempre più profonda del mondo."

"Penso, in buona sostanza, che la strada verso l'intelligenza artificiale sia uguale a quella verso l'intelligenza naturale."

L'analisi che fa è assolutamente interessante, se consideriamo come si è sviluppato il discorso sulla singolarità tecnologica: progredendo nella storia, dice, "nessun uomo [possa dirsi] migliore dei suoi predecessori, ma sa molte cose in più." Più avanti nell'intervista, Adams parla di come la vita artificiale rappresenti una sorta di evoluzione da una visione meccanicistica del reale, e prevede che il primo momento in cui faremo davvero esperienza di questo cambiamento sarà legato ai sistemi finanziari e alla velocità e alla fluidità che li caratterizzerà effettivamente di lì a poco.

"Penso—e spero di non mancare di rispetto a nessuno che lavori nel campo della vita artificiale—," conclude Adams sottolineando con un sorriso la relatività dell'impatto umano sull'esistenza, persino su quella artificiale, "che il vostro ruolo, in qualche modo, sia quello di togliervi dal quadro. […] E [permettere] il crearsi di un arena—se vogliamo—in cui questi processi incredibilmente potenti possano reiterarsi e creare le entità complesse che danno luogo alla vita e poi all'intelligenza. Penso, in buona sostanza, che la strada verso l'intelligenza artificiale sia uguale a quella verso l'intelligenza naturale: raggiungiamo l'intelligenza naturale attraverso la vita naturale e l'evoluzione; raggiungeremo l'intelligenza artificiale attraverso la vita artificiale e l'evoluzione."

Di certo nel 1997, soprattutto per una mente come la sua, i semi della rivoluzione tecnologica erano già germogli evidenti nelle trasformazioni della vita quotidiana. Ciò nonostante, è impossibile non chiedersi che cosa avrebbe pensato Adams del mondo iper veloce e iper connesso in cui viviamo oggi.

Nel suo modo di porre l'attenzione sull'esperienza umana e nel suo ironico scetticismo nei confronti del "culto" della scienza e della tecnologia come qualcosa che rinnega le meraviglie della vita biologica, Adams dimostra una diffidenza interessante da (ri)prendere in considerazione oggi. In un certo senso ci ricorda che, per quanto la tecnologia possa consentirci di vivere meglio e di conoscere meglio il mondo, non dobbiamo illuderci che possa risolvere altrettanto bene il quesito fondamentale sul senso della nostra esistenza.

Forse l'unica risposta a quella domanda resterà sempre 42.