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Vi siete mai chiesti perché molte vittime di violenza sessuale non denunciano?

Dopo la diffusione della testimonianza della ragazza aggredita a Napoli che avrebbe scelto di non denunciare, abbiamo fatto qualche domanda a una legale.

di Cristiana Bedei
28 luglio 2017, 10:01am

Grab via Facebook.

Da qualche giorno su Facebook circola la testimonianza di Camilla, una ragazza che racconta di aver subito un'aggressione sessuale sotto casa, nel centro di Napoli. Il post, originariamente pubblicato dal gruppo cittadino della piattaforma femminista NonUnaDiMeno, ha suscitato la solidarietà di molti, ma ha scatenato anche una polemica sul fatto che la ragazza non abbia sporto denuncia contro gli aggressori.

Come spiega nella testimonianza: "Ho pensato di denunciarli, ma che senso avrebbe? Li ho a malapena intravisti, era buio, e beh, io avevo i pantaloncini corti e un body attillato e non ce l'avrei fatta a sentirmi dire 'te la sei cercata'... Anche se non lo dicono, alcune persone (forze dell'ordine in particolare) ce l'hanno scritto negli occhi." Parole a cui moltissimi, nei commenti, rispondono esortandola a denunciare.

Dentro e fuori da internet, questo sulla denuncia è un dibattito che si riaccende ogni volta che si parla di un caso di aggressione, soprattutto quando questa avviene contro una donna. In molti sostengono l'idea che una segnalazione alla polizia sia l'unico passo giusto e possibile per la lotta contro la violenza sulle donne, e si capisce bene perché. È piuttosto intuitivo credere alla logica secondo cui se più vittime denunciassero, più aggressori verrebbero condannati, evitando che possano compiere ulteriori crimini in futuro.

Ma sebbene sia giusto offrire sostegno e appoggiare le vittime che decidono di rivolgersi alle autorità, la cosa non è semplice né scontata.

Ne abbiamo parlato con Antonella Faieta, che da quasi 15 anni si occupa anche di casi di violenza sessuale come parte del team legale di Telefono Rosa, l'associazione nazionale per la tutela delle donne vittime di ogni forma di violenza e dei loro figli.

VICE: Secondo lei la violenza sessuale rimane per lo più un reato sommerso?
Avv. Antonella Faieta: Ancora c'è difficoltà a denunciare questo tipo di reato. Nella mia esperienza però ho visto che sono aumentati i casi di ragazze che vengono in associazione perché hanno capito che rivolgersi al centro antiviolenza vuol dire soprattutto avere informazioni. Quindi, anche se non sono ancora del tutto convinte di denunciare, vengono per capire che cosa potrebbe succedere.

[Rispetto alla decisione di sporgere denuncia], vediamo che incide molto il dubbio di essere credute, perché è un delitto per il quale è molto difficile che ci siano testimoni, avviene in un contesto di solitudine, dove c'è la vittima e l'aggressore. Incide ancora tanto anche la vergogna, e il fatto di dover affrontare un procedimento penale sconcerta. A volte c'è anche la paura di eventuali ritorsioni, sia da parte dell'autore del reato sia del contesto sociale. Il fatto di parlare, di denunciare quello che è accaduto incute un certo timore rispetto alla reazione che ci potrà essere nell'ambiente circostante.

Praticamente, cosa succede alle donne quando si rivolgono alla polizia per denunciare una violenza sessuale?
Quello che noi consigliamo di fare a una donna nel momento in cui subisce una violenza sessuale è di andare immediatamente a farsi refertare in ospedale, sia per raccogliere elementi di prova che per la sua tutela. Ci sono sempre più pronto soccorsi attrezzati all'accoglienza di vittime di violenza sessuale, per prendere campioni, avviare la procedura di profilassi per il rischio di contrazione di malattie sessualmente trasmissibili e procedere ai successivi controlli rispetto all'eventualità di una gravidanza. Un'altra cosa è quella di fotografare tutti i segni rimasti sul corpo, perché saranno utili per arrivare all'affermazione della responsabilità penale dell'autore della violenza.

Se si va in polizia, la procedura che dovrebbe essere attuata prevede che chi riceve la denuncia avvisi la donna di andare in pronto soccorso a farsi refertare, e di recarsi presso un centro antiviolenza per ricevere anche questo sostegno. Poi comincerà un procedimento penale nel quale si potrà costituire parte civile. Noi cerchiamo di far capire che esistono cose come l'incidente probatorio, nel quale racconti la tua storia ma non davanti a tutti in aula, e che il processo si può fare a porte chiuse.

Anche se nell'ambito penale sono state inserite delle norme a maggiore tutela della vittima, quello che secondo noi manca ancora è che quando una donna sporge una denuncia dovrebbe essere sentita al più presto dal Pubblico Ministero o dalla polizia giudiziaria delegata, perché ci si deve rendere subito conto della gravità di quello che è accaduto e chiedere l'applicazione delle necessarie misure cautelari. Non solo con la denuncia, ma anche con le informazioni che la donna può dare sull'autore della violenza, si può arrivare a bloccarlo in tempi più brevi.

Tutto questo processo, però, viene vissuto spesso come un'esperienza traumatica.
C'è tanta fatica, me ne rendo conto. La prima reazione della vittima è quella di andare a casa e fare la doccia, invece quello che dovrebbe fare è andare in ospedale. Quando si trovano in un pronto soccorso attrezzato ad accogliere vittime di violenza sessuale è più semplice, perché sanno come intervenire.

Me è comunque un altro sforzo che la vittima deve fare, oltre ad aver subito la violenza. Deve andare lì, raccontare, deve essere visitata, e sa che si aprirà un percorso difficile.

Molte vittime hanno paura di non essere prese sul serio, perché?
Hanno paura di non essere credute, dicono: "Io come faccio a dimostrare che effettivamente ho subito violenza?" È difficile che ci siano testimoni, e si pongono questa domanda. Siamo intrisi di una cultura che tende ancora a colpevolizzare la donna: "Perché ti trovavi lì a quell'ora? Perché eri vestita in quel modo? Perché eri andata in discoteca? Perché hai bevuto il drink? Perché ti sei fidata e sei salita in macchina?" La colpevolizzazione è pesante. È profondamente ingiusto che oltre a quello che hanno vissuto debbano vivere anche questo tipo di gogna, nel 2017. Rispetto a questo bisogna zittire immediatamente, queste cose non devono essere neanche accennate.

Vi sono anche fattori di tipo psicologico che possono frenare le vittime dal rivolgersi alle autorità?
Purtroppo vediamo persone che si colpevolizzano da sole, dicendo: "Ma forse io avrei potuto…" E vivono molto male anche l'incapacità di reazione. Molte raccontano di essere rimaste bloccate dalla paura, e si recriminano il fatto di non essere riuscite a reagire.

Quando arrivano nel centro antiviolenza del Telefono Rosa vengono accolte dall'avvocato e anche dalla psicologa, che comincia da subito a ascoltare la donna e farle capire che questo percorso mentale che sta vivendo è una cosa che scatta in automatico quando si vive la violenza, ma che non va assolutamente assecondato.

Secondo lei, il fatto di non denunciare può motivare atteggiamenti e commenti che finiscono con il colpevolizzare ancora di più le vittime?
Io penso che la scelta deve essere della vittima. Per prima cosa la vittima ha il diritto di avere informazioni, che devono essere date nel totale anonimato, in maniera che si arrivi alla decisione consapevole di sporgere una denuncia sapendo che si avranno strumenti per potersi tutelare e portare avanti il procedimento.

Cominciamo a dire: "Informatevi." Perché dire: "Denunciate!" è inutile, per una persona già scioccata da quello che è accaduto, e che non sa che cosa succede. Invece bisogna spiegare cosa succederà, passo per passo, e far capire come sostenere tutta questa situazione, sia psicologicamente che legalmente.

E poi, noi che lavoriamo in questo campo dobbiamo pretendere che la magistratura preveda dei percorsi di formazione su come vanno affrontati questi casi e come vanno affrontate le indagini. Pretendere che i tempi siano giusti, che si capisca che c'è una persona che già soffre il processo e che quindi si deve arrivare a una sentenza in tempi ragionevoli.

Lo stereotipo della violenza sessuale è quello dello stupro compiuto da uno o più sconosciuti mentre la donna si incammina di notte verso casa, per esempio. Ma è davvero così?
No. Ovviamente questi casi esistono, ma è molto più frequente che la violenza avvenga ad opera di persona conosciuta, ad esempio un compagno, un familiare, un amico o un vicino.

E il fatto che l'aggressore sia spesso qualcuno vicino alla vittima rappresenta un ulteriore ostacolo a sporgere denuncia?
Sì, anche rispetto al dubbio di essere credute. Quando vengono [al nostro centro antiviolenza] dicono: "Avvocato, ma mi crederanno? Cosa possiamo fare?" Ma non devono lasciarsi smontare, non devono essere sfiduciate rispetto a questo.

E per quanto riguarda le spese legali, anche queste possono essere un deterrente?
Sì, per alcune donne questo è un ulteriore fattore di dubbio, ma è importante che si sappia che a prescindere dal reddito, per la violenza sessuale, c'è la possibilità di avere il cosiddetto 'gratuito patrocinio', con il quale lo stato si fa carico delle spese legali, sia per l'avvocato, sia per eventuali consulenti, necessari magari a stabilire l'entità delle lesioni, o per l'analisi dei referti del pronto soccorso. Si può avere questo sostegno, ed è importante che si sappia.

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