kate tempest book traps lessons
Kate Tempest, fotografia per gentile concessione di Spin-Go
Interviste

L’Europa va a rotoli, il consumismo ci uccide e Kate Tempest lo racconta meglio di tutti

Dopo la Brexit, sono tornato in Italia da Londra e ho cominciato ad avere paura del mondo: ci sono tornato per incontrare la persona che con le sue rime mi ha insegnato a conviverci.
18 giugno 2019, 8:29am

Io me ne sono andato da Londra il giorno esatto della Brexit. Vivevo lì da due anni e mi avevano chiamato da qua, da VICE, per venire a lavorare a Noisey. Mi sono addormentato una sera che il Regno Unito era in Europa, mi sono svegliato e non lo era più. Ho preso la tube, un treno, un altro treno e poi ero in Italia.

Qualche tempo dopo l'ufficio stampa italiano di Kate Tempest mi manda il suo muovo disco da sentire. Io non la conoscevo, il disco si chiamava Let Them Eat Chaos, cioè "Che mangino il caos". Allora avevo ancora tempo di mettermi, durante l'orario lavorativo, ad ascoltare un disco per intero leggendone i testi. Questi stavano in un file Word ed erano liberi sulla pagina. Un po' come nelle poesie di e.e. cummings, o in The Waste Land di T.S. Eliot.

Quel disco, che non sapevo fosse anche un poema, comincia con la Terra. La nostra Terra, azzurra nello spazio infinito. E poi le si avvicina a una velocità vertiginosa, casca nel bel mezzo di una strada di Londra dove vivono sette persone. Sono le quattro e diciotto del mattino e loro sono tutte sveglie, riportate al mondo da una tempesta. Kate, di canzone in canzone, ci spiega chi sono e perché hanno gli occhi aperti.

Il disco va però oltre la biografia, la narrazione personale. Questi sette personaggi sono individui, ma lo sono in quanto risultato del mondo, della società, del sistema economico, dei valori, della nazione, della città che li ha generati. Sono drogati e incapaci di provare affetto. Sono appesantiti dai paragoni con i loro fratelli e le loro sorelle che hanno trovato un lavoro vero. Pagano affitti proibitivi, o nemmeno possono permetterseli. Fanno lavori di merda (o da sogno che però sono in realtà di merda). Cambiano casa, mettono tutte le loro cose in sacchi della spazzatura e diventano parti attive del grande gioco della gentrificazione. Sono circondati da razzisti e bigotti.

Ognuno di noi che trova nella musica qualcosa di più di un sottofondo o un passatempo ha voci e dischi che gli fanno scattare dentro un senso di riconoscimento che va oltre il semplice piacere: "Questa cosa che sto sentendo sono io". Bene, io con Kate e Let Them Eat Chaos l'ho sentito. Un po' perché lei è brava, un po' perché anch'io avevo vissuto a Londra. Stavo in una casa con troppe persone e pagavo troppi soldi per vivere male. Ci volevo andare da quando, ragazzino, ascoltavo con religiosa fede i Bloc Party cantare di Shoreditch e della Northern Line—solo che non mi ero reso conto di quanto già loro stessero cantando una Londra dalla salute instabile, specchietto per giovani corpi e menti-allodole dai conti in banca da vuotare.

Nei dieci anni che hanno separato quei pezzi dei Bloc Party da Let Them Eat Chaos Londra è diventata irrecuperabile, così come—dice Kate—il Regno Unito e l'Europa e il mondo intero: "Stasera è preoccupata per il mondo / È sempre preoccupata / Non sa come fare / A toglierselo dalla testa", diceva della protagonista di "Europe Is Lost", mimando il sentore di dolore, negazione e instabilità che ha colpito buona parte della popolazione mondiale più o meno dalla Brexit e da Trump in poi. Ed ecco, nei due anni che hanno separato quel disco da The Book Of Traps And Lessons, il nuovo lavoro di Kate, quel sentimento è diventato—almeno dalla mia prospettiva—un filtro tra buona parte della mia generazione e il mondo in cui vive.

È la voce di Kate lo ha subito, questo cambiamento. È più rotta, bucherellata, ma anche libera dalle catene del ritmo. Si sposta su suoni di sottofondo, quando ci sono: perché la morte di tutti si avvicina, attirata dall'enorme magnete spietato del capitalismo, e quindi saltano le regole, e quindi saltano i beat. Glieli ha fatti togliere Rick Rubin, produttore del disco, conduttore-per-mano di Kate nei meandri spugnosi della sua autobiografia. Perché non ci sono più personaggi, in questo disco: c'è una voce, quella della sua autrice ma anche quella di chiunque sente addosso il peso schifoso della società contemporanea. E però, anche se sa di stare per morire ingoiato dal buco spalancato nella pancia della società dal male, trova pace in qualcosa. Nei visi della gente, nel corpo di un amore.

"L’economia dell’occidente è in una situazione iper-individualista, de-regolata, capitalista, che si è espansa in Asia e in Africa", mi dice Kate nella stanza vuota e silenziosa di un pub a Londra, "Questo album, e tutta la mia opera, vuole raccontare il prezzo che dobbiamo pagare per vivere in questo sistema". Ho preso un aereo per andare a incontrarla. Avevo paura che stesse male, come era successo quando parlò con il Guardian un paio di anni fa e si scontrò con chi aveva di fronte. Allora aveva chiesto all'intervistatore di non toccare il suo privato; oggi è palese, quel privato, e quindi è tutto più tranquillo.

Noisey: L’ultima volta hai cominciato il tuo album con il buio dello spazio: "Immagina un vuoto, un infinito nero immobile". E poi cadevi sulla Terra, e ti trovavi a Londra, e da lì iniziavi a esplorare la vita di sette persone. Stavolta, invece, non fai che “svegliarti sotto a una luna rossa”.
Kate Tempest: Le ultime parole di Let Them Eat Chaos erano “Wake up and love more”; le prime di questo sono “I came to”. Sono come un collegamento tra due mondi. L’intimità che senti ha molto a che fare con Rick Rubin, che ha fatto tutto quello che poteva per togliermi gli strumenti a cui mi ero abituata scrivendo: la narrazione, la terza persona singolare, la stessa tecnica del rap, basata sul ritmo. Cercava qualcosa di diverso, rispondeva meglio agli “Ho visto” e “Ho provato” che sentiva nelle demo che gli passavo, e mi incoraggiava ad andare avanti così. Questo album è intenzionalmente più intimo, ma una persona esiste contemporaneamente all’interno della propria vita e di tutto ciò che la circonda.

Non sapevo che Rick avesse lavorato anche ai testi, credevo si sarebbe occupato solo della musica.
Non ha lavorato nemmeno alla musica, in realtà. In fondo l’unica cosa che ha fatto è stato ascoltare demo. E incoraggiarmi a fare certe cose piuttosto che altre.

E ti sei fidata di lui fin da subito?
Sì, mi sono sentita al sicuro. Voleva che smettessi di rappare. Era interessato a una scrittura che avesse un determinato passo, non che fosse al servizio di un beat. Voleva che la musica uscisse dalle convenzioni dell’hip-hop, che fosse libera. Come tutto il resto.

Il disco comincia veramente quando, nel primo brano, ti viene messa una mano sulla spalla da una persona. È un gesto da cui si apre tutta una serie di idee sull’amore: lo definisci “una trappola che ci creiamo da soli”, ma è anche “una missione”, o la carnalità di “Firesmoke”, Insomma, che cos’è stato per te l’amore negli anni in cui hai lavorato a tutto questo?
Bè… è stata una cosa enorme. Penso che un rapporto intimo sia il fronte su cui possiamo misurare il nostro comportamento. Puoi essere visto in qualsiasi modo dall’esterno, ma è in una relazione che metti alla prova la tua capacità di interrompere comportamenti dannosi che continui a ripetere. Ed è ipocrita aspettarsi che il tuo governo o il tuo sistema siano meno tirannici e sfruttatori se tu stesso non riesci a correggere i tuoi stessi errori. È una risposta molto astratta, lo so.

Ha senso. Vuoi dire, come prima, che la nostra vita intima non è distaccata da tutto ciò che la circonda.
E un amore genuino, un amore che vuole conoscere i tuoi errori prima che tu li riveli a chiunque altro, un amore che vuole migliorare, è un potere rivoluzionario. È liberatorio. Ero sposata, il mio rapporto si è rotto, mi sono separata dalla mia partner e ho incontrato una persona nuova. Sono tutte cose di cui ho scritto.

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Kate Tempest, fotografia per gentile concessione di Spin-Go

Sì, è quello di cui parli in Running Upon The Wires. Lo stavi scrivendo nello stesso momento in cui stavi lavorando al disco?
Sì. Sono anni che ci sto dietro.

Mi chiedevo come le due opere, il libro e il disco, si sono influenzate a vicenda.
Sapevo che certe poesie che stavo scrivendo non sarebbero potute essere canzoni. Non sapevo dove sarebbe andato a finire quello che mi veniva fuori, ma in fondo è quello che ho sempre fatto: concentrarmi su tre, quattro idee contemporaneamente, provare a finirne una mentre già un’altra sta cominciando. Ho cominciato a scrivere Running quando ero in tour per Let Them Eat Chaos e ho cominciato The Book nel 2015.

E inoltre finiscono entrambi su una nota di speranza. Nel libro ti dici pronta a ripartire con questa nuova persona, nel disco invece trovi pace nel viso degli altri. È come se l’empatia fosse l’unica cosa che ti dà stabilità nel mondo in rovina che si prende il corpo dell’opera.
Sì, è così. In "People's Faces" dico “sto affondando”. Ed è difficile. È un grido disperato, ma i volti degli altri mi salvano. È la cosa più semplice del mondo, l’espressione amorosa meno complicata possibile. Guardare qualcuno negli occhi. Le persone sono splendide, davvero. Questo album comincia con una persona dal cuore spezzato, ubriaca, drogata. E poi va avanti: c’è lo sfruttamento, c’è la violenza dello stato nei confronti di una persona ma anche la violenza dell’esistenza stessa di una persona. E così si esce dal libro delle trappole per entrare nel libro delle lezioni, con “Hold Your Own”. Questa persona comincia a capire qualcosa su di sé, a mettersi in gioco, a prendersi la responsabilità per certe sfaccettature dannose del proprio comportamento. “Holy Elixir” è un risveglio spirituale, e così arriviamo a “People’s Faces”, un momento di rivelazione. Un respiro. Perché le persone sono splendide. Al contempo, questo non giustifica il brutto che le persone fanno e hanno fatto. L’economia dell’occidente è in una situazione iper-individualista, de-regolata, capitalista, che si è espansa in Asia e in Africa. Questo album, e tutta la mia opera, vuole raccontare il prezzo che dobbiamo pagare per vivere in questo sistema.

C’è un pezzo in cui spieghi questo concetto benissimo. Parli dell’equilibrio tra moda e integrità… non mi ricordo le parole esatte.
Sì, è in “Three Sided Coin”. Dico “Balliamo sulla linea sottile che separa la nuova figata dall’integrità”.

Ecco. Mi sembrava che volessi dire proprio questo: sappiamo di essere parte di questo terribile sistema che pesa sulle nostre vite e le nostre emozioni, ma al contempo proviamo comunque a trovare un posticino al suo interno.
Questo sistema ci rende apatici, ci chiede di esserlo. E questo crea violenza, fazioni, odio tra gruppi, colpe. Lo fa e lo ha sempre fatto. Hitler e Stalin non sono casualità successe al di fuori del capitalismo e dell’industrializzazione, sono il loro risultato. L’Occidente ha eliminato tutto questo dalla sua narrazione dominante e vende un mito di progresso, ma nasconde la verità. E così ci rende apatici, nel nostro quotidiano. Per sopravvivere dobbiamo essere intorpiditi. E la nostra sopravvivenza, a qualsiasi livello del sistema, dipende da quanto sappiamo distaccarci. E la creatività—sia essa scrittura, musica, poesia, arte—ci ricollega al mondo, ci dà sollievo dall’apatia, ci riporta a noi stessi in quanto esseri vivi. Ed è per questo che piango quando sento una canzone che amo, o quando vedo qualcosa succedere su un palco. È uno shock, cazzo. Noi, in quanto artisti, abbiamo un ruolo e una responsabilità sociale. Provare a osservare con grande cura ciò che ci circonda e provare a creare un ambiente in cui sia possibile riconnettersi alla propria essenza umana. È quello che cerco di fare.

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Kate Tempest, fotografia di Neil Gavin per gentile concessione di Spin-Go

Nel disco denunci la mentalità "noi-contro-di-loro”, ma usi spesso il “loro”. Come fai a far convivere queste due idee?
I feel you. In “Brown-Eyed Man” la voce narrante parla di un “loro”… “Hanno preso il mio amico, lo hanno ammanettato.” E in quel caso il “loro” non si riferisce a delle persone, ma allo stato o al sistema stesso. O alla polizia. E nel contesto del resto dell’album, ogni volta che uso “loro”, penso di starmi riferendo a un costrutto più grande, il capitalismo. Ma al contempo è un ragionamento che la gente usa nella vita di tutti i giorni per dare colpe agli immigrati. C’è gente per cui la paura dell’immigrato è il costrutto più grande. Io posso avere paura della polizia come un’altra persona può avere paura di un immigrato, ci sembra a entrambi qualcosa di reale. La differenza poi è che la paura della polizia si basa su fatti ed esperienze reali e vissute di sfruttamento e violenza. Mentre la paura degli immigrati è creata dal nulla.

Essendo italiano, posso capirlo.
È quello che il sistema ci fa. Non dovremmo sorprenderci, anche se ogni giorno ci sorprendiamo, e stiamo male, e ci sentiamo orripilati. Ogni volta che mi sorprendo c’è una parte di me che dice, “Perché?”

Passando a qualcosa di più…
Positivo!

Sì! E personale, forse. Qual è il collegamento tra “Hold Your Own”, la canzone, e Hold Your Own, la tua raccolta di poesie? Il protagonista, quella volta, era Tiresia e lo definivi un esempio perfetto di "essere sé stessi". Stavolta sei tu?
Ho scritto quella poesia per me stessa, per ricordarmi quello che nella mia mente era lo scopo della raccolta. Nessun altro l’avrebbe mai dovuta sentire, era una cosa che doveva servire a me per capire meglio il ruolo che il personaggio di Tiresia avrebbe dovuto avere all’interno dell’opera. E Rick ci incoraggiava a trovare nuovi modi di scrivere, e io non sapevo che pesci pigliare. Sfogliavo tra i miei appunti, e ho provato a recitare “Hold Your Own” su un giro di accordi di basso. Perché Rick non voleva percussioni—quello che voleva dirmi era di non rappare, in realtà—eravamo in uno stato di confusione, e ho deciso di provare quella poesia. Ed è stato il primo momento in cui Rick ha detto “Ci siamo, così funziona, andiamo avanti così.” Mi ero accorta che quella poesia faceva scattare qualcosa nel pubblico, e quindi avevo cominciato a recitarla alla fine dei miei concerti mentre ero in tour per Let Them Eat Chaos, anche per controbilanciare i lati più bui che vengono fuori in quell’album, per salutare chi era venuto a vedermi con qualcosa di un po’ più leggero.

Hai una poesia intitolata “In motion I’m better at stillness”, In movimento sono più brava a stare ferma, in cui parli dell’inizio di una convivenza e in cui chiedi alla tua partner di “non cominciare a stagnare e a riempirsi di risentimento”. E hai una canzone, sul nuovo disco, intitolata “Keep Moving Don’t Move”, Continua a muoverti non muoverti. In entrambe c’è la stessa idea: movimento contro stasi. Le due cose sono collegate?
Sì. In quella poesia parlo di come a volte due persone corrano l’una verso l’altra, come in una gara. E poi si trovano, e poi… restano ferme. Ma mi approccio alla cosa con una certa giocosità. In “Keep Moving Don’t Move” c’è la stessa idea, ma invece di due persone c’è una sola persona e il modo in cui si rapporta alla propria vita. Non parlo necessariamente di una relazione, parlo anche solo della merda personale in cui ogni tanto ci troviamo. Questa persona di cui parlo non riesce a smettere di ripetere le stesse mosse. E parlo anche del tempo. E del sistema. E della città. Penso che ci sia sempre un collegamento tra testo e musica, tra persona e figura amata, tra persona e il suo stesso comportamento. Sono dualismi che esistono, e la soluzione che il disco propone è che questi rapporti possano funzionare meglio se il testo e la musica, le due parti che li compongono, non dipendono l’uno dall’altro ma si supportano l’un l’altro. Sono in servizio l’uno dell’altro, ma entrambi stanno facendo un loro viaggio.

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Kate Tempest, fotografia di Neil Gavin per gentile concessione di Spin-Go

Un tema che torna nella tua opera è l’idea di proprietà. Ripeti e ripeti che comprare cose non ti renderà mai felice. In “Brown Eyed Man” dici “Ci sono cose di cui non ho bisogno e che non voglio che infilano i loro aghi nel mio braccio”. In “Hold Your Own” dici “Nulla che portai mai comprare colmerà mai il vuoto che senti dentro.” E insomma, ero curioso di sapere da dove nasce questo sentimento, questa voglia di distaccarti dagli oggetti fisici. Magari dalla tua famiglia?
No, proprio no. Il punto è che tutte le mie canzoni non suggeriscono risposte. Sono un mio grido di disperazione, un mio processo di scoperta e comprensione. Io non sono felice. Io sto provando a raggiungere la felicità con cose che posso ottenere. È quella che la mia società vuole io faccia, perché nella mia società io sono una consumatrice. È tutto quello che sono, consumare è lo scopo ultimo della mia vita. Creare consumo così che il sistema possa perpetuarsi. E in questo gioco c’è tutta una mitologia che si infiltra in noi sin da quando siamo bambini, entra nei nostri istinti più basilari, è il motivo per cui scegliamo i nostri partner, è dentro di noi. Ogni parola che ho scritto in questo album sono io che provo a capire come bandire questo sistema dai miei momenti più privati. Come posso tirare fuori da me il sistema capitalista e patriarcale, così che nella mia vita non influenzi le mie decisione. Perché quando sono depressa voglio avere cose che non ho? Perché mi succede? Perché sono una consumatrice, ecco perché. E “Hold Your Own” provo a dire a me stessa che non è un comportamento naturale.

Ma il motivo per cui mi sento così sollevata quando faccio un passo indietro da questo furioso animale consumatore che vive dentro di me, che è stato allevato dal sistema, dai tempi, dalla cultura e dalla nazione, quando posso… quando posso svegliarmi da tutto questo e restare me stessa, provo un grande conforto. Non spreco meno degli altri, non desidero meno cose degli altri. Sono drogata di un sacco di cose. Sono stata un’alcolista fin da piccola. Sono andata sotto di diverse droghe. Sono sempre stata attratta da amori difficili. Sono stata drogata di cibo. Avevo una cazzo di fissa per le scarpe, da ragazzina non riuscivo a pensare ad altro e compravo sneaker su sneaker. Dischi! Continuavo a prenderne, dato che inoltre lavoravo in un negozio di dischi. Perché? Perché amo la musica, ma questo amore si manifestava in questa impossibilità di sentirmi piena! It’s addiction, man. “Hold Your Own” non è una risposta, è una domanda. Spero che la gente capisca che è un brano che nasce da una grande umiltà, non vuole essere una predica. Sono nella merda come tutti.

Un altro tema ricorrente nella tua opera è il cibo. "Non siamo altro che una bocca che mangia, un esofago colossale", dicevi in "Tunnel Vision". C'è tutta una parte di "Keep Moving Don't Move" in cui consideri cibo parti della quotidianità urbana: "Mangia l'idea che ci potesse essere qualcosa in più di questo", "Mangia la tua storia finita", "Mangia gli ubriachi e le loro grida", "Mangia la tua sveglia, ricordati di masticare".
È questo! È sia una metafora per spiegare il modo in cui veniamo allevati a consumare. Quest’idea di fame che non può mai essere saziata, e il bisogno di avere droghe, qualcosa da bere, sesso, una persona, un oggetto.

C’è stato un momento preciso in cui ti sei resa conto di tutto questo?
…no! Anche nella merda più merda, sono sempre stata conscia che la nostra esistenza si svolge su due livelli. C’è quello che fai e quello che sai dovresti fare. Da qua nascono tutte le mitologie sul bene e il male, sul libero arbitrio, tutto. È un’idea che ci accompagna fin dalle nostre origini. E si manifesta in me nel fatto che anche mentre mi faccio male, a livello fisico o mentale, sto seguendo un istinto. Ma non è il mio unico istinto. Anche quando faccio l’edonista, per giorni e giorni, e penso di starmi divertendo, una parte di me sa che forse non è davvero così. E per me questa cosa, questa parte di me, è la creatività—perché ti ricollega ai tuoi istinti.

Kate Tempest, fotografia di Neil Gavin per gentile concessione di Spin-Go

Kate Tempest, fotografia di Neil Gavin per gentile concessione di Spin-Go

In “People’s Faces” dici “I nostri figli sono coraggiosi, ma la loro missione è vaga”. Perché?
È che c’è un sacco di voglia di cambiare le cose, di fare la differenza. Ma poi c’è qualcosa che ferma il cambiamento, qualcosa di più grande che soffoca il nostro desiderio di essere liberi da un sistema così completo da aver creato barricate alla nostra visione periferica. L'istinto ti dice che tutto questo è dannoso, ma il modo per risolvere i problemi è come... seppellito. Ora come ora la missione dei bambini è meno vaga, per esempio per quanto riguarda l'emergenza climatica. Ho letto di un ragazzino di sedici anni che è andato a nuotare e ha visto un sacco di plastica, e quindi ha fatto partire una campagna di crowdfunding e inventato questo macchinario per ripulire il mare, che adesso è in uso in tutto il mondo.

“All Humans Too Late” è il punto emotivamente più buio e difficile dell’intero album, e al suo interno il punto più basso è quello in cui dici “Siamo morti, lo so con tutta me stessa. Dovremmo starci preparando, dovremmo incontrare le fasi della morte nei nostri sogni”. Insomma, la domanda è: come hai fatto “tua” l’idea di mortalità, nel corso della tua vita, così da renderla meno terrificante?
Bé, non l’ho davvero mai fatta “mia”. Ed è questo il punto! Ad ogni modo, c’è quest’idea di vita pratica, intuitiva, che ti possa portare più vicino all’idea di morte. È un processo che sto cercando di fare. E la paura è comunque figlia del sistema, così come la voglia di vivere per sempre. [Si prende una pausa, nda] Non so cosa dire. Sta arrivando.

Credo di essermi innamorato di Let Them Eat Chaos non solo per il suo contenuto ma anche per il modo in cui hai messo le parole sulla pagina. Quando e come hai cominciato ad apprezzare questo modo di usare le parole in poesia e come hai incorporato questa pratica nel tuo lavoro?
Sto ancora studiando il modo in cui la poesia può vivere sulla pagina, ci sono arrivata molto tardi. Sono sempre stata interessata nel lirismo, nella lingua parlata, e sono arrivata alla poesia tramite il rap. E non avevo mai davvero capito la pagina nel modo in cui avevo studiato la lingua parlata, l’esibizione. So tutto quello che posso sapere, per esempio, su come musicare al meglio una rima. Lo faccio da quando avevo diciassette anni. Quando mi sono messa a scrivere poesie non l'ho fatto con lo stesso spirito investigativo, anche perché non avevo mai davvero ricevuto quel tipo di educazione. E non stavo nemmeno venendo incoraggiata dalle mie letture, non leggevo poesie pazze, sperimentali. Poi ho conosciuto questo ragazzo, Don Paterson, che fa l'editor della poesia per Picador, la casa editrice che pubblica la mia nel regno Unito. E mi ha detto una cosa, "La pagina fa per la tua poesia tanto quanto il palco fa per le tue esibizioni". Cambiano le convenzioni, ma insomma: se metti un punto e virgola alla fine di un verso questo significa qualcosa. La pagina ha un suo spazio, ritmo e linguaggio che non conoscevo, insomma. E con Let Them Eat Chaos sono partita per un viaggio di scoperta. Ho provato a considerare la pagina come se fosse un beat. Quando interrompi un verso in un certo modo rallenti il tuo lettore, dato che il suo occhio si aspetta di vedere una cosa che non c'è. Il mio sogno è che la gente lo legga a voce alta.

Sì, lo hai scritto nel libro, appena prima dell'inizio.
Perché ci sono un sacco di cose che l'occhio si perde e l'orecchio no.

Che cosa ne pensi delle tue traduzioni italiane?
Riccardo Duranti, che ha tradotto tutte le mie cose in italiano, è fantastico. L'ho conosciuto di persona ed è il mio unico traduttore con cui ho avuto un contatto vero, umano. Abbiamo anche fatto un evento insieme in un piccolo teatro a Umbertide, in Umbria, l'ultima esibizione che ho fatto per Let Them Eat Chaos. Ed è lì che ho cominciato a lavorarci. Avevo già registrato delle demo ma è lì che è diventato un poema. Ero stata selezionata per una residenza artistica, sono stata in un castello per due settimane. Le prime parole di "Picture A Vacuum" mi sono venute lì. Insomma, è stata una chiusura del cerchio.

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