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Ho trascorso un anno in Antartide alla ricerca dell'isolamento spaziale

Tra le altre cose, Floris van den Berg sta studiando se i suoi compagni si ricordano come guidare un Soyuz dopo aver passato mesi in quell'ambiente.

di Victoria Turk
22 marzo 2016, 11:40am

Floris van den Berg su un caterpillar in Antartide. Foto: Floris van den Berg

A mille chilometri dalla costa dell'Antartide, un equipaggio di 12 persone sta svernando in uno dei luoghi più remoti della Terra. La Concordia, una base di ricerca italo-francese stabilita sulla calotta antartica, si trova letteralmente nel bel mezzo del nulla: la stazione più vicina dista 560 km. L'ultimo aereo è partito a Febbraio—prima che iniziasse l'inverno dell'emisfero sud—lasciando la base completamente isolata. Per quattro mesi non si vedrà il sole e le temperature scenderanno sotto i - 60°C. Ma c'è un ultimo particolare: dato che la Concordia è posizionata a 2.300 metri sopra il livello del mare, i suoi abitanti devono cavarsela con un terzo di ossigeno in meno.

Non è un ambiente normale per gli esseri umani ed è proprio per questo a interessare Floris van den Berg. Medico finanziato dall'Agenzia Spaziale Europea, Van den Berg porta avanti una serie di progetti di ricerca per esplorare gli effetti fisici e psicologici che conseguono dal vivere in un ambiente simile—per aiutarci a capire meglio come affrontare un lungo viaggio nello spazio.

Foto: Floris van den Berg

"L'ESA è interessata a questo posto perché è l'unico che permette di ottenere un isolamento totale," mi ha spiegato Van den Berg in un'intervista su Skype. Abbiamo parlato dopo che i suoi colleghi si erano addormentati, dato che la connessione satellitare a 512kbps della base "fa abbastanza schifo" se più di una persona si connette a Skype.

Medico di famiglia olandese, Van den Berg è stato attratto dal luogo estremamente remoto menzionato da questo insolito annuncio di lavoro. Avendo partecipato come medico a spedizioni in giro per tutto il mondo, l'Antartide più remoto sembrava un ulteriore posto impressionante da aggiungere alla sua lista.

"Inoltre, lavorare per l'Agenzia Spaziale Europea è una figata, a mio modesto parere" ha scherzato lo studioso.

L'ambiente del Concordia ha diversi elementi in comune con quello spaziale, il che la rende ideale per le ricerche dell'ESA. Con il progredire delle esplorazioni spaziali—raggiungendo Marte, ad esempio—gli astronauti passeranno sempre più tempo in piccoli alloggi completamente isolati dal resto del mondo. Con la tecnologia di cui disponiamo oggi, ci vogliono circa otto mesi per mandare un robot sul Pianeta Rosso. Proprio per la sua caratteristica di restare completamente isolata per mesi consecutivi, la Concordia è stata soprannominata "White Mars."

La Concordia. Foto: Floris van den Berg

Il compito di Van den Berg è quello di raccogliere una lunga lista di campioni e dati per fornire un'idea di come questo ambiente condizioni la salute mentale e fisica delle persone. Una parte particolarmente interessante del suo studio consiste nel fare utilizzare ai suoi compagni un simulatore di volo della navicella Soyuz—il mezzo di trasporto con cui gli astronauti raggiungono la Stazione Spaziale Internazionale—una versione semplificata con un sedile e due joystick, su cui praticare le varie manovre. Van den Berg ha spiegato che hanno scelto di installarlo nell'area della lavanderia del Concordia perché non entrerebbe nel suo laboratorio.

Dopo un periodo istruttivo iniziale, il medico dividerà la sua squadra in due gruppi: uno utilizzerà il simulatore ogni mese, gli altri ogni tre mesi. Van den Berge monitorerà il livello delle loro prestazioni per verificare come deteriorano le loro capacità in un ambiente simile.

"Il concetto alla base è semplice: per raggiungere Marte devi passare dai sei ai nove mesi in una navicella spaziale, probabilmente ti annoierai un po', ma quando arriverai sul pianeta dovrai disporre di grandi capacità di concentrazione per eseguire al meglio le procedure di atterraggio," ha spiegato lo studioso.

Il simulatore della 'Simskill' Soyuz. Foto: Institute of Space Systems, University of Stuttgart–Andreas Fink

La British Halley VI è un'altra base antartica dentro cui vengono condotti i test con il simulatore. Essendo situata ad un livello di altitudine minore, sarà utile per distinguere l'impatto esercitato dal fattore isolamento rispetto a quello delle condizioni di scarsità di ossigeno. Anche a Stoccarda, in Germania, vengono condotti studi simili.

Ovviamente, il simulatore di volo è l'esperimento più apprezzato dai partecipanti tra quelli condotti da Van den Berg, anche lui ha ammesso di utilizzarlo di tanto in tanto durante il tempo libero.

Oltre a lavorare con il simulatore, Van den Berg esegue regolarmente dei test su di sé e sul resto della squadra composta da personale tecnico e ricercatori che si occupano di clima e astronomia. Utilizzando uno scanner per le TAC (il primo situato in Antartide, installato nella sala video) monitora la densità ossea dei suoi colleghi—uno dei problemi di salute più importanti durante la permanenza nello spazio. Inoltre, rileva campioni di sangue e li analizza attraverso la citometria a flusso—che rileva, separa e ordina le diverse cellule presenti in un campione—per determinare come le condizioni ambientali influenzino il sistema immunitario; anche gli astronauti della NASA che occupano la Stazione Spaziale Internazionale conducono questo test, questo garantirà dei confronti interessanti.

La Concordia vista da vicino. Foto: ESA/IPEV/PNRA–E. Kaimakamis

"Specialmente all'inizio, avvengono molti cambiamenti," ha detto Van den Berg. "A causa della mancanza di ossigeno, vengono prodotti più ormoni dello stress, questo abbassa in qualche modo la risposta immunitaria."

"Sono rimasto molto sorpreso da come i partecipanti non provino disagio rispetto all'invasività alla 'Grande Fratello' dello studio."

Naturalmente, quando si tratta di vivere isolati per tanto tempo, i fattori psicologici sono importanti tanto quanto quelli fisici. Proprio per questo motivo, a scadenza regolare, Van den Berg chiede al suo team di compilare dei questionari per studiarne l'umore e le abitudini di riposo. I partecipanti all'esperimento indossano anche orologi che ne tracciano le attività vitali (di particolare rilievo è il monitoraggio del sonno, notoriamente un aspetto molto difficile da controllare personalmente) e interagiscono con sensori posizionati che ne registrano i movimenti.

"Sono rimasto molto sorpreso da come i partecipanti non provino disagio rispetto all'invasività alla 'Grande Fratello' dello studio," racconta Van den Berg. Le persone coinvolte sono tutti volontari.

L'attuale crew del Concordia al suo arrivo. Foto: ESA/IPEV/PNRA-B. Healey

"Negli anni passati abbiamo capito che ognuno tende a isolarsi maggiormente d'inverno, passando più tempo nella propria stanza e visitando meno le aree comuni," ha spiegato lo studioso. "Possiamo calcolare nel dettaglio queste dinamiche di gruppo verificando chi occupa determinate aree e quanto tempo le persone trascorrono da sole o in compagnia."

E i questionari citati sopra sono di grande aiuto in questo compito.

Naturalmente, neanche Van den Berg è immune agli effetti psicologici che studia, eppure mi ha confessato che parte dell'attrattiva di una ricerca simile consiste proprio nello "sperimentare in prima persona" la vita all'interno della base. Le sfide più grandi per lui, dopo l'adattarsi alla scarsa quantità di ossigeno, sono state affrontare il senso di 'isolamento e il dover continuamente coinvolgere il resto del team nel prendere parte ai suoi test anche se stavano svolgendo un altro lavoro.

La vista dalla camera di Van den Berg. Foto: Floris van den Berg

Nella base di ricerca è presente un altro medico clinico in grado di curare malati e feriti (la base è dotata di una sala chirurgica ed essendo impossibile raggiungere ospedali per gran parte dell'anno, la squadra fa il possibile per non essere costretta a visitarla). In caso di incidenti al di fuori della base Van den Berg dirige la squadra di soccorso: "con il freddo che fa qui la tattica è una sola: trovare il ferito e trasportarlo su una barella all'interno della base il prima possibile, punto." ha spiegato.

Certo ogni tanto accadono degli imprevisti. Quando la strumentazione per eseguire le TAC ha raggiunto la base in una scatola di spedizione, questa aveva un buco sospetto, come se fosse stata infilzata da un carrello elevatore. Non potendo contare su nessun servizio di riparazione nel raggio di migliaia di chilometri, Van den Berg ha dovuto capire da sé come risolvere il problema, facendosi aiutare via mail e via Skype. "Per fortuna non c'era erano danni strutturali importanti così sono riuscito a risolvere il problema con un po' di nastro adesivo e di intuizione," ha ammesso lo scienziato.

A più di un anno di tempo dalla sua conclusione, Van den Berg è parso entusiasta della sua missione anche se un po' preoccupato. "Mi lascio sempre coinvolgere in quel genere di progetti che sulla carta ti portano a dire 'che bomba!' Ma poi, una volta che ti ritrovi in mezzo al nulla, ti fanno pensare, 'chi me lo ha fatto fare?' Questo è un po' la storia della mia vita," ha scherzato il ricercatore. "Ma sono felice perché mi trovo in un posto davvero interessante."

Per ora almeno, la passione per i viaggi dello studioso non sembra essersi spenta, anzi, lavorare per l'ESA ha fatto nascere in lui la voglia di avventurarsi anche più lontano. Se a breve l'ESA dovesse cercare astronauti, lui si proporrebbe come candidato, avendo solo 32 anni. Di sicuro includendo nel proprio curriculum un'esperienza come White Mars, Van den Berg può sostenere a diritto di avere un'idea ben più precisa dei sacrifici che richiede un'impresa simile rispetto a moltissime alte persone.

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