Adriano Pappalardo negli abissi del synth pop italiano

Adriano Pappalardo negli abissi del synth pop italiano

Adriano Pappalardo e Lucio Battisti s'incontrano al mercato. Una storia che inizia così non può che trasformarsi in un disco assurdo: 'Immersione'.
27.6.17

Io sono stato con loro pronto a consigliare e discutere nei momenti cruciali, con un obiettivo preciso in mente: far sì che tutto fosse sempre pervaso da una forza positiva e dalla gioia di fare musica.
L.B.

Ragazzi, inutile dirvelo: qui in città ci si squaglia dal caldo, è una roba bestiale. Noi di Italian Folgorati non siamo ancora pronti per mollare gli ormeggi (stiamo lavorando per voi non temete), ma è indubbio che il desiderio di farsi un tuffo al mare sia tanto. Perciò stavolta abbiamo deciso, più di analizzare un disco, di raccontarvi una storia. Una storia che è davvero accaduta e che ha a che vedere appunto col mare: perché proprio una storia? Perché sotto l'ombrellone abbiamo bisogno di leggere cose a portata di cervelli surriscaldati e perché raccontandola, come tutte le più belle favole, anche quello che diamo per scontato acquista una nuova luce. Perché proprio il mare? Perché, come dicevano gli Statuto, in città non c'è.

Bene, questa storia inizia così: due amici musicisti s'incontrano a Roma dopo tantissimi anni in cui si sono persi di vista, nello specifico al mercato rionale di Ponte Milvio. Uno dei due ha comprato delle patate, l'altro dei pomodori pugliesi. Si guardano e si dicono: "Ma perché non ci facciamo delle patate alla pizzaiola?" Ed ecco che, in cucina, i nostri due amici si confidano le reciproche passioni che stanno in qualche modo cambiando le loro vite. Una di queste è il mare: uno è appassionato d'immersioni, l'altro invece va matto per il windsurf. Ma la maggiore fissa che entrambi condividono è quella della musica e in particolare delle potenzialità dei nuovi suoni d'oltremanica: decidono che forse è il caso di approfondire la faccenda realizzando un concept album.

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Inizia quindi a prendere forma, fra un boccone e un altro, il disco Immersione di Adriano Pappalardo. Eh sì, perché quello con le patate in mano era lui, mentre l'altro con i pomodori è Lucio Battisti, deus ex machina di questo progetto, il primo del "Pappalardo sperimentale" che metterà la parola fine alle marchette stile "Ricominciamo" per virare verso un pop difficile ma non inaccessibile, elettronico, con punte wave, decisamente innovativo e, per l'epoca, sparato nel futuro anteriore.

Nelle note di copertina è d'altronde chiaro il ruolo di Lucio: campeggia un esplicito "progetto di Lucio Battisti", segno che il genio di Rieti ha preso le redini della situazione proprio come un windsurf. È il momento giusto, perché il nostro si è appena scrollato di dosso Mogol e la cosa pare fargli un gran bene, c'è desiderio di novità, di libertà: Battisti decide quindi che è il momento di diventare più elettronico mantenendo però l'ibridazione con le parti elettriche tipica di un certo sound new wave/romantic. Non se la sente ancora di fare un disco tutto suo con queste sonorità e il progetto con Pappalardo gli sembra perfetto per fare delle prove, degli esperimenti come se fosse un "disco laboratorio". Sono ancora lontani i freddi sintetizzatori di E Già, la prima opera battistiana senza Mogol, lo spartiacque fra il vecchio e il nuovo Battisti coraggioso demiurgo dell'era digitale del pop italiano: ma il taglio netto col sound del passato si sente.

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D'altra parte, ed è bene sottolinearlo, questo è il primo vero disco in cui Pappalardo è accreditato come l'unico e solo autore delle musiche (prima, forse in una sola canzone aveva preso in mano carta, penna e spartito): dobbiamo fidarci? C'è forse lo zampino di Battisti anche qui? Probabilmente il suo tocco raddrizza il tiro, certo, ma lo spirito di Adriano campeggia, lo si nota nei momenti in cui la forma canzone pare ingenuamente zoppicare, cosa che però rende il tutto "vero", genuino.

Diverso invece sarà il discorso per il disco successivo di Pappalardo, Oh! Era Ora, capolavoro incredibile del synthpop italiano (analizzato tempo addietro in quest'articoletto). In quel caso il sospetto che Battisti usasse Pappalardo come prestanome c'è, a giudicare dalla qualità delle canzoni (senza nulla togliere al cantante pugliese, ci mancherebbe), le cui parole vedranno un Panella al suo debutto nel magico mondo di Battisti: il resto sarà storia, prove tecniche di genialità.

Per Immersione invece la scelta del paroliere cadrà su Franca Evangelisti, grandissima autrice di testi di spessore, rinomati nel repertorio italiano, come "Pigramente signora" di Patty Pravo oppure "Ma quale amore" di Mia Martini, ma la ricordiamo soprattutto per la sua simbiosi con Renato Zero (la celeberrima "Il carrozzone" è opera sua): insomma, una che riusciva a tradurre in parole il vissuto autobiografico del cantante di turno filtrandolo abilmente attraverso una lente di acuta sensibilità femminile. I testi di Immersione grondano infatti di gioia per l'elemento marino, nel quale affiorano ricordi preziosi, sentimenti al contempo delicati e forti, a volte "odorosi", così come il contrasto netto fra la vita triste di città e la vita libera di spiagge mitiche, quasi un'ode alla condotta da buon selvaggio e alla simbiosi fra uomo e natura che appare necessaria e inevitabile.

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Alla produzione troviamo il fido Greg Walsh, già tecnico del suono delle precedenti prove di Battisti (Una donna per amico e Una giornata uggiosa), al debutto da produttore in Italia: all'estero aveva iniziato sparatissimo con Nona Hendryx e soprattutto con i Landscape, veri guru del nuovo suono elettronico. A quanto pare lavorare a Immersione gli porterà fortuna visto che l'anno dopo lo vedremo produrre il best seller Luxury Gap dei grandi Heaven 17, che di sintesi ne masticavano non poca e che proprio da quel disco sfornarono la hit senza tempo "Let me go".

Non mancano i turnisti di lusso, come il pioniere della new age elettronica Mark Isham alle sequenze sintetizzate e Simon Philips, batterista (tra i tanti) dei Judas Priest. A completare questo team che sulla carta sembra vincente, ecco il geniale Mario Convertino al design della copertina, che vede Pappalardo davanti ad una piramide immersa nell'acqua, quasi esoterizzato in una sorta di Thalassa pop. In effetti le Immersioni non furono solo nella musica, ma proprio vere: in fase di realizzazione, infatti, c'era un curioso rito al quale i musicisti attendevano. Lo racconta proprio Greg Walsh, ribattezzatosi Valshetti durante il suo soggiorno italiano: "Poi c'è stato anche il disco di Adriano Pappalardo Immersione, che per me è stato un grande divertimento, ricordo che andavamo in piscina alle otto di sera per imparare a fare i subacquei. Non so se poi in Italia il disco abbia avuto successo, ma è veramente un bel lavoro".

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E il nostro Greg dice bene: si tratta di un disco curato in ogni minimo particolare, una musica che appunto usa l'elettronica come collante fra diversi generi senza che ci sia incoerenza. Dal city pop in salsa giapponese di "Immersione", all'hard rock tecnico concimato con la wave di "Dimensioni", al chorus e gli abissi riverberati di "Il canto delle sirene", al reggae sintetico quasi proto-vapor di "Dolci ricordi", agli arpeggiatori brulicanti e gli inserti industriali di "Cheope", alle cantilene post–Police, piene di fusion sintetica di "Guidami" e la mega ballata new romantic di "Mare amico mio", è un perenne caleidoscopio di trovate in cui la varietà la fa da padrona e spiazza l'ascoltatore.

Cosa ancora più interessante è che l'interpretazione e i brani di Pappalardo sono "strani". Una scrittura che non ha punti di riferimento e risulta tanto difficile da inquadrare quanto facile da assimilare, forse per la familiarità del timbro vocale del nostro. Il quale non ha paura di imbambolarsi in loop infantili di tre note o di impelagarsi in scioglilingua velocissimi oppure di osare linee melodiche in bilico fra la melassa e l'epicità, come se non gliene fregasse assolutamente un cazzo di quello che esce fuori, l'importante è che sia espressione pura senza filtri. Questo particolare modo di intendere il canto sarà perfezionato nel successivo Oh! Era Ora, in cui Pappalardo raggiunge vette tecniche inaudite, aderendo perfettamente al delirio sonoro delle parole di Panella, difficili per antonomasia. A tutt'oggi, infatti, Adriano è sicuramente il miglior interprete del poeta romano, senza se né ma, mettendosi alle spalle anche Carella che di Panella è sempre stato l'alter ego vocale.

Ed ebbe quindi successo? Neanche per idea: questa nostra storia infatti non ha il classico lieto fine, o meglio… Il disco in qualche modo cadrà nel dimenticatoio, producendo però un singolo che a tutti gli effetti è il primo passo verso E già: quel "Giallo uguale sole" che è pop in salsa synthetic funk, sviluppato secondo le "possibilità monotonali" che verranno poi ampliate da Battisti nell'album sopracitato.

Di sicuro Pappalardo, più che come cantante soul o disturbatore della quiete televisiva, andrebbe ricordato e onorato come uno di quelli che ha portato l'Italia verso le avanguardie elettroniche del pop (nelle note di E già Battisti lo ringrazia per la "corsa e ritmo musicale"). Ma sarebbe chiedere troppo da un paese che, troppe volte, invece di immergersi nel mare preferisce immergersi nella… merda.

Demented è su Twitter: @Demented_Thement.

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