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Recensione: Muse - Simulation Theory

L'ottavo album dei Muse di Matthew Bellamy è più da vedere che da ascoltare, tutto estetica e niente musica.

di Andrea Bosetti
14 novembre 2018, 12:26pm

Ho visto i Muse soltanto una volta, quasi dieci anni fa, a San Siro. Ricordo perfettamente di essere uscito dal secondo anello promettendomi due cose: di non tornare mai più a vedere un concerto allo stadio, e di non tornare mai più a vedere i Muse.

Allo stadio poi qualche volta ho ceduto e ci sono tornato, ma finora sono riuscito a non tornare a vedere Matt Bellamy. Prima di scatenare l’orda di hater armati di forconi faccio il paraculo e metto le mani avanti: non sono tornato a vedere Matt Bellamy non perché i Muse facciano “musica brutta”, ma perché la loro proposta negli anni si è allontanata troppo dal rock da stadio che si riesce ad apprezzare tra le urla di cinquanta o sessantamila persone. Già gli echi di “Bohemian Rhapsody” (al netto del vago olezzo di naftalina) già rendevano complicato apprezzare tutte le sfumature di The Resistance all’epoca e oggi, tre album e più o meno altrettante trasformazioni dopo, i Muse sono più lontani che mai dall’immaginario estetico e sonoro della rock band. Il che non significa che siano lontani più che mai da quello che vuole il mondo e che il loro seguito planetario si assottiglierà, ma adesso ci arrivo.

Dunque, è il 2018, c’è il populismo, nell’aria serpeggia un indistinto clima di tensione da Washington a Pechino e il grande dubbio se la tecnologia ci farà vivere meglio o ci renderà più scemi sembra essersi risolto con una situazione di stallo facendoci vivere meglio E rendendoci più scemi. Dal gruppo che pubblicava Black Holes & Revelations ormai tredici anni fa e che arriva da Drones ci si poteva quasi aspettare un disco impro-industrialoide intitolato Moriremo Tutti. Invece Bellamy, Wolstenholme e Howard scelgono l’escapismo. E lo scelgono saltando su una cabrio fluo, abbassando l’occhiale da sole specchiato, facendo una pernacchia e partendo sgasando da veri coatti.

Quando un anno fa se ne uscirono con il video di “Dig Down”, che se non erro fu il primo materiale di Simulation Theory ad essere pubblicato (ma potrei sbagliarmi, visto che ormai anche i Muse sembrano aver trasceso il formato album e puntare di più alle condivisioni digitali a scadenza regolare) il rosa shocking c’era, ma non si sarebbe detto che potesse diventare così pregnante. Le percussioni sintetiche rimanevano in sottofondo o quantomeno in secondo piano, il wobble wobble dubboso sembrava più un inserto che una parte strutturale e la chitarra tutto sommato sembrava quasi sentirsi, anche se dispersa tra gli effetti e i bassi morbidosi e torreggianti. Hanno fatto seguito cinque, dicasi cinque video relativi allo stesso pezzo: un dietro le quinte, un live, due lyric video creati sulla base di un algoritmo di Intelligenza Artificiale e un lyric video vero e proprio.

“Thought Contagion” si esponeva di più, con quell’estetica che sembrava un mix tra la ricercatezza visiva di The Neon Demon, l’ignoranza blockbusterona di Underworld, e il tentativo di rimanere underground pur giocando coi pesi massimi di Under The Skin. Tutto in formato videoclip e facendo il verso a “Smooth Criminal”. Bellamy ci ha anche tenuto a rilasciare addirittura un commento di ben diciassette secondi sul significato della canzone, facendo luce su profondissime dietrologie: “La canzone parla di come il pensiero altrui possa infettarti e farti cambiare la percezione delle cose”. Va detto che fa questa cosa pazzescamente nuova di riflettere sulla psicologia dei gruppi con una sovrapproduzione a tratti stordente (perché la grancassa deve diventare un beat da discoteca qui?) mitigata soltanto da qualche vago richiamo alt-rock e dalla sempre inconfondibile impronta vocale del frontman inglese. Poi altri quattro video di commento al video.

Arriviamo al vero e proprio singolo di anticipazione dell’album: “Something Human” è uscito quest’estate, ma è stato anticipato addirittura da un teaser. Confesso che è la prima volta che mi trovo davanti a un teaser per un videoclip (immagino ce ne siano stati molti altri, ma io sono un vecchio rompicoglioni e per me è il primo). E qui è il degrado vero: un pezzo elettropop con riflessi, ma anche sfumature, synthwave e un beat di sottofondo che manco i Major Lazer. Va da sé che quando l’ho ascoltato la prima volta ero perfettamente a metà tra il: “Wow, canzonetta elettropop dell’anno” e il: “Wow, perché cazzo la canzonetta elettropop dell’anno l’hanno fatta i Muse?”. Tutto questo senza contare il video, un concentrato di easter egg e citazioni a tutto ciò che i Muse non dovrebbero essere o con cui non dovrebbero avere a che fare: Tron, la VR (Bellamy ha detto di aver subito tantissimo l’influenza del gaming in realtà virtuale, e infatti la prima cosa che gli vediamo in mano nel video è un visore) e pure la corsa in auto di “On The Run” di Wolf & Raven, uno dei video più quotati di NewRetroWave, canale che diffonde e predica il verbo synth da ben prima che fosse di moda. E i Muse non dovrebbero avere a che fare con tutto questo perché così facendo si ritrovano a saltare sul carrozzone di qualcun altro, a non sviluppare un discorso proprio e a prendere di peso quello di qualcun altro e infilarlo nella propria narrazione come una qualsiasi band al traino. Tipo i Dream Theater quando nel 2003 provarono a fare un disco nu metal.

Perché anche questo è un tema da affrontare nel discorso costruito da Simulation Theory: i Muse sono bravi, sono una delle band (una volta) rock più di successo degli ultimi due decenni, ma sono anche ruffiani, nel caso specifico spudoratamente ruffiani. Talmente ruffiani che la copertina dell’album è di Kyle Lambert, che nella vita illustra con un gusto vintage cose come le locandine di Stranger Things, e che il loro “non aver voglia di un altro disco cervellotico” si è tramutato in un album con più estetica che contenuto, ma un’estetica che oggi tira. Non mi spiego altrimenti i rimandi a Prince e alla sua “Kiss” in “Propaganda”, che praticamente ne usa la stessa metrica, o i Gremlins nel video di “Pressure”. Certo è che i tre ci si sono impegnati tantissimo, a fare di Simulation Theory un album estetico, se sono addirittura arrivati a coinvolgere Terry Crews, l’ex linebacker NFL che era pure negli Expendables di Stallone, e a fargli dare fuoco a dei Terminator in “Algorithm”, probabilmente il brano più assurdo del disco per essere fondamentalmente un pezzo da epigoni dei Daft Punk che fanno revivalismo ultraprodotto + la voce e il piano di Matt Bellamy. E forse questo è l’unico pezzo dove davvero i sintetizzatori prendono il sopravvento in modo marcato, non confinati a una presenza costantemente in sottofondo.

Qui si apre un ulteriore tavolo di discussione: l’ottavo album dei Muse, come dimostrano questi settemila caratteri di cui forse trecento dedicati ai suoni, è più da vedere che da ascoltare. Ok le basi vellutate di synth ottantiani, ma sulla fiducia direi che le tre vecchie volpi hanno speso sì e no dieci minuti per comporre ciascuna canzone, venti ore per produrla e cento per definire come si sarebbe dovuta presentare a livello visuale. Ciascun brano è stato registrato in sessioni diverse, addirittura sembrava che non sarebbero mai usciti tutti insieme in formato album, ma solo come singoli (magari un’idea presa dai Raveonettes di 2016 Atomized, chissà, ma il fatto si è concretizzato solo a metà), e la differenza tra un pezzo e l’altro è notevole e sensibile: rimane il fatto che la musica è davvero poca roba, in questo caso. “Blockades”, forse l’unico pezzo rock dell’intero lotto nonostante le infarciture electro, alza un po’ il tiro, ma arriva a seguito di quella ballad tutta poppeggiante e strappamutande, “Get Up And Fight”, che vanta i coretti di Tove Lo e un testo profondo come la pozzanghera che ho preso stamattina in bicicletta (livello “Get up and fight / I can't do this thing without you / I'm lost in this without you). In buona sostanza vale più la pena di guardare Simulation Theory che non di ascoltarlo.

Soprattutto perché guardandolo ci si può divertire un sacco scovando tutti i rimandi e le citazioni e magari anche i plagi spudorati, dal summenzionato Kyle Lambert al remix di “Break It To Me” che insomma se non ci vedi dentro Atlas di FM-84 forse una visitina dall’oculista. Ma una volta fatte le pulci a ogni fotogramma ti accorgi che non rimane molto.

Simulation Theory è uscito il 9 novembre per Warner Bros.

Ascolta Simulation Theory su Spotify:

TRACKLIST:
1. Algorithm
2. The Dark Side
3. Pressure
4. Propaganda
5. Break It to Me
6. Something Human
7. Thought Contagion
8. Get Up and Fight
9. Blockades
10. Dig Down
11. The Void

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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